Puntata 57 (Postuma) – CAMPI D’ENERGIA UTOPICA: “LA POTENZA DEL RISO: “Le donne “risibili” nel terzo Novecento”

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57 – Le donne “risibili” nel terzo Novecento

Per trovare traccia dell’umorismo letterario al femminile si deve attendere la conclusione dell’ultima guerra (1940-45) e il terzo Novecento, quando negli anni ’50 un’attrice comica lombarda, di padre ebreo e madre cattolica, Franca Valeri (1920) presentò alla radio la Signorina snob, la parodia di una ragazza delle borghesia milanese, la classe sociale emergente, quella dei nuovi ricchi. La maschera del “parvenu” non è nella tradizione del teatro comico italiano, quello di Goldoni, che nella sua Venezia di fine Settecento, incontrava piuttosto vecchi ricchi diventati poveri, come il mercante Pantalone. Le numerose “donne ridicolose” del suo teatro erano servette o al più piccole “imprenditrici” come la locandiera Mirandolina. Perciò la Signorina snob costituì una vera novità nella tradizione comica nazionale e contribuì a modificare persino la lingua parlata, specialmente quella dei giovani. La frequente presenza della Valeri nei programmi radio, e il successo del Teatro dei Gobbi (1950) da lei fondato con due colleghi attori comici, fece scoprire agli italiani come le donne fossero capaci di ridere di se stesse, della famiglia, e della società che stava trasformandosi grazie anche al loro lavoro. Il “Teatro dei Gobbi” ebbe un lungo e notevolissimo successo a Parigi e se ne andò per anni in giro per il mondo, ma altro è la comicità recitata a teatro, altro è quella letteraria, scritta. Di recente Franca Valeri ha raccolto e pubblicato i suoi monologhi in “Bugiardo, no reticente” (Rizzoli, 2010) assieme ad altri suoi testi, regalandoci così un prezioso documento di letteratura umoristica al femminile, creato da una attrice-scrittrice che sa trasformare la comicità recitata in un testo narrativo.
Un’altra scrittrice, anche lei di famiglia borghese ebrea, cresciuta in ambiente triestino, Natalia Ginzburg Levi, con il primo dei suoi romanzi Lessico familiare (1963), portò nella narrativa degli anni ‘70 la testimonianza della persecuzione politica e dell’esilio subito assieme al marito, e scelse la chiave umoristica per narrare fatti tanto drammatici. Benigni non molti anni fa, farà la stessa scelta per il suo film sulla tragedia degli ebrei, sulla shohà. La Ginzburg rinnovò la lingua della narrativa, con un italiano discorsivo, di tono famigliare intriso di dialetto triestino, quel pastiche linguistico vivo da sempre nella borghesia veneta. Non manca anche in altre regioni italiane di grande tradizione culturale: pensiamo al siciliano di Camilleri e del suo commissario Montalbano.

Laura Schram Pighi

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