Puntata 09 – I narratori

…a cura di Laura Schram PighiPoesia

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Puntata 9 – I narratori

   Diamoci appuntamento in un campiello veneziano verso il 1550: siamo qui per ritrovare le tracce della prosa narrativa, come dire l’arte di raccontare, antica quanto l’uomo, rimessa in circolo dal Boccaccio e dal suo Decamerone (1350). Un fiore letterario fatto di parole, spuntato in ambiente toscano a metà Trecento, ma che da allora, come vi dicevo, matura e ci dona i suoi semi soprattutto nella Venezia di due secoli più tardi.

   I critici letterari vi parleranno della “fortuna” del Boccaccio, i narratologi di modelli semantici, i linguisti di non so quali e quanti –ismi- perché secoli di studi stanno alle spalle di questa mia metafora botanica, studi che potete verificare soprattutto leggendo i contributi di grandi specialisti raccolti nel secondo volume della Storia della Cultura veneta che vi ho ricordata.
Per fare i moderni, vi consiglio di cliccare su una serie di parole chiave che troverete  nelle nostre conversazioni precedenti e che ora vi ricordo sommariamente suggerendovi di affiancarle a nomi di autori che ritrovate su Internet. Osservate gli aspetti che essi hanno in comune e anche a ciò che l’informazione tralascia: una assenza può essere molto indicativa, il bravo segugio lo sa.

   Abbiamo parlato di Lingua e dialetti (Pietro Bembo per la lingua colta su modello dantesco, Ruzzante per il dialetto veneziano del contado); di comici dell’arte (“I Gelosi”, Lelio Riccoboni per i rapporti con la Francia, importanza del teatro, repertorio orale); e che tutti scrivono moltissime lettere (Andrea Calmo, lettere in veneziano e umorismo); attenzione ai poligrafi (tra i primi, Pietro Aretino il più geniale tra i tanti “maledetti” toscani rifugiati a Venezia); di racconti in prosa, novelle e novellieri: vi raccomando Matteo Bandello, uno dei maggiori, ben noto a Shakespeare; Luigi da Porto ispiratore di Lope de Vega e di molta narrativa spagnola con la novella di Giulietta e Romeo; Giovanni Straparola, scrive in veneziano favole popolari, con inserimento massiccio di animali parlanti, è ispiratore di La Fontaine, Giovan Battista Basile, napoletano, scriverà un secolo dopo; Luigi Da Porto il letterato più colto e di alto livello sociale, che riprende e diffonde la storia di Giulietta e Romeo.

   Questi imitatori di Boccaccio (stesso repertorio, stesso tipo di umorismo) hanno alcuni tratti in comune che ora vi indico solamente: essere relegati ai margini della informazione letteraria corrente; sono quasi sempre rifugiati a Venezia per ragioni politiche o religiose, provenienti da Roma, o Firenze in cerca di protezione e libertà di idee, in questo simili ai molti stranieri, ebrei, o studenti di Padova.

   Sono in stretti rapporti (di vita, di lavoro) con la cultura di tutta Europa, dove sono spesso famosi, ma le  storie della letteratura non ne parlano. Alternano la scrittura in lingua a quella in dialetto veneziano giocando sul pastiche linguistico: il veneziano o l’italiano sono le lingue normali a Venezia, e non fanno ridere, ma gli incroci delle due lingue, o le deformazioni espressive dei foresti, quelle fanno ridere sempre.

   Alcuni si sono formati all’ombra della chiesa ma ne sono fuggiti, altri appartengono ad ordini religiosi di predicatori, per questo sanno come rivolgersi a pubblici diversi, ai quali insegnano con gli  exempla, racconti che trasmettono moralità e idee. Come i comici dell’arte, anche i predicatori si spostano facilmente per tutta Europa, accolti nelle corti, nei conventi, nei mercati. E dai loro viaggi, anche verso oriente sulle rotte del commercio, importano a Venezia leggende e miti, linguaggi, costumi. Altro silenzio nella informazione critica letteraria.

   Tutta questa folla di narratori dal Boccaccio, che resta un modello costante, hanno imparato il linguaggio universale della sessualità e quindi lo spazio delle donne nella vita sociale, donne, alle quali è delegato il compito di raccontare la vita, oltre che di trasmetterla.

   E hanno imparato che se Dio ha dato la parola all’uomo per comunicare, è il riso, la comicità, l’umorismo a distinguerlo dagli altri esseri del creato. “Le rire est le propre de l’homme” dirà Rablais, il più grande narratore francese del Cinquecento, pure lui discepolo di Boccaccio.

Laura Schram Pighi

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