Puntata 43 – CAMPI D’ENERGIA UTOPICA: “LA POTENZA DEL RISO: DANTE ”

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43 – La potenza del riso: Dante

Dante nella Vita nova (1294, xxiv), afferma che l’uomo appare essere tale per tre cose.

             Dico che (…) è localmente mobile per se (…) dico anche che lui ridea, e anche che parlava; le quali cose paiono essere proprie de l’uomo e spezialmente essere risibile.

Specifica successivamente che cosa egli intenda con la capacità di parlare portando l’esempio dei poeti d’amore “che dissero nella lingua del sì” per farsi capire dalle donne che avrebbero avuto difficoltà ad intendere parole d’amore in versi latini. Una lezione che Boccaccio ricorderà, e non lui solo.
Ma nel Convivio iii-viii scritto alcuni anni più tardi durante l’esilio veronese quasi in parallelo col De vulgari eloquentia, Dante ritorna sul ridere che resta per lui la caratteristica umana essenziale ma osserva solo come si mostri sul viso di una donna o di un uomo, non dice come si possa suscitare il riso servendosi delle parole. Ridere per lui è solo:

           “…una corruscazione della dilettazione dell’anima, cioè un lume apparente di fuori secondo sta dentro”.

Resta sempre vero che “Se c’è un uomo, c’è un essere capace di ridere” insisterà nel 1320, un anno prima di morire, in una lettera scritta in latino, dedicando gli ultimi tre canti del Paradiso al suo amico Cangrande.
Egli invita l’amico ad una lettura polisemica della Commedia e coglie l’occasione per spiegargli che cosa egli intenda per movimento.

          “Tutto ciò che si muove, si muove perché manca di qualcosa, che è il termine del suo moto… ogni cosa che si muove si trova in difetto di qualcosa che non possiede tutto il suo essere in modo completo”

La critica dantesca esamina uno ad uno i tre segni distintivi, il muoversi, il parlare, e il ridere, mettendo l’accento sul muoversi, dunque il viaggio e tutta la sua simbologia, e sul parlare che per Dante significa farsi capire da tutti, e non solo da chi sa il latino. Ma pochissimo ci dice sul ridere.
Vi suggerisco allora di osservare l’insistenza di Dante sulla congiunzione anche quando definisce i caratteri essenziali dell’uomo, perché essa gli permette di sottolineare il termine ridere e il legame tra i tre elementi, muoversi, parlare e ridere, quella trinità che qualifica la creatura umana, creata a immagine e somiglianza del suo Creatore, Dio uno e trino.
Alla base di questa certezza di fede, che sostiene il poeta nel suo viaggio per raggiungere il sorriso di Beatrice nella luce di Dio, il riso dell’universo, c’è l’idea di viaggio come occasione di rinnovamento: Nuova è diventata l’intera Vita del poeta dopo aver conosciuto l’amore, nuova sarà la sua lingua capace di trasformarsi per raggiungere un pubblico nuovo. Per Dante non si viaggia tanto per cercare “la felicità” (idea romantica ancora troppo lontana dal pensiero medievale) ma per apprendere cose nuove, virtute e conoscenza, come cercava Ulisse nel suo viaggio, e per trasmutare, dunque rinnovare noi stessi confrontandoci con altri.

Laura Schram  Pighi – (43 continua)

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