Puntata 42.1 (continuazione) – CAMPI D’ENERGIA UTOPICA: “La lingua universale”

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42.1 (continuazione) – La lingua universale

La seconda proposta documentata in particolare nelle utopie letterarie dell’Otto e Novecento, prevede che gli italiani futuri ritorneranno alle lingue naturali antiche (Della Sala Spada) oppure passeranno da una all’altra delle lingue moderne (Chiari) riscoprendo tutte le potenzialità espressive di un simile gioco (Imbriani, Palazzeschi, Savinio). Queste proposte di modernizzare l’italiano di modello manzoniano con inserti che ne aumentino la ricchezza lessicale in grado così di rendere il progresso tecnologico, ossia la velocità (Morasso, Imbriani, Palazzeschi) recuperando l’uso del latino, portano al suggerimento del glottologo Giuliano Ugo Bonfante (1904-2005 ) di adottare l’italiano come lingua universale (1957) e continua fino al ricupero del latino maccheronico, che Riccardo Cassini (1909-2009) propone nei suoi Nutella Nutellae. Racconti poliglotti del 1993.
Interessante il caso della Città del Sole di Tommaso Campanella, scritta nel 1603 in italiano, ma tradotta in latino per farla circolare in Europa: una utopia che Casanova in pieno Settecento, lesse a Parigi nella versione latina, credendo che fosse quella originale, nella quale viene descritta una lingua futura molto elaborata. La città del Sole fu tradotta in italiano solo nell’Ottocento in tempo di Risorgimento, da un gruppo di esuli politici italiani in Svizzera e divenne famosissima in tutta Europa. Questo caso emblematico ci conferma quanto la narrativa di utopia, raggiunga il suo fine nella diffusione delle idee, e come queste si servano della lingua, la più comune e corrente possibile, per raggiungere un pubblico di lettori sempre più vasto.
Il latino permette alla Città del sole di circolare in sicurezza per tutta Europa, nel caso di Pascoli il suo latino moderno vuol essere una lingua universale che raggiunge ogni uomo, come fa la Chiesa con la sua rivista “Latinitas” in grado di discutere i tanti problemi della vita moderna.
Abbiamo incontrato anche alcune utopie letterarie di autore italiano ma scritte in francese, a partire dal capolavoro di questo genere, l’Icosameron di Casanova: è una prova di come il francese fosse per molti secoli la lingua di comunicazione in tutta Europa, la più idonea a trasmettere idee.
L’italiano unitario di modello manzoniano, continuò il suo dialogo con i dialetti, un accostamento tradizionale nella narrativa d’evasione. Sebbene severamente bandito dalla critica purista, il dialetto perpetuava una tradizione presente in area veneta ben prima che si affermasse il volgare illustre, e continuerà poi per tutto il Novecento fino ad oggi anche in grandi poeti in lingua, ma di regioni diverse, come Carducci, Pascoli, Ungaretti e Montale, D’Annunzio e Zanzotto, e ancor di più, nei grandi poeti dialettali come Berto Barbarani o Biagio Marin, Porta, Di Giacomo e Pasolini.
Di fatto si formano due o più livelli di letterarietà, in continuo gioco di rimando, una prosa colta, “in luce” che rimanda ad una “in ombra” di tipo dialettale, con effetti di grande varietà, ricchezza espressiva e forza comica.
Mi risulta che nell’area veneta persiste anche oggi una produzione teatrale di modello goldoniano, e un giornalismo sia di tipo letterario che d’informazione e di memorialistica, promosso da una serie di circoli di poeti e persino da una Academia de la bona creansa composta da giovani di area vicentina. Del resto come ci insegna Ugo Pratt, uno dei grandi narratori per immagini in Una ballata del mare salato (1967) il suo eroe Corto Maltese quando naufraga su isole sperdute nell’oceano, incontra indigeni antropofagi che si esprimono in perfetto veneziano, cosa che sembra del tutto naturale al suo eroe che lo parla da sempre intrecciato con l’italiano. E Camilleri col siculo-italiano del commissario Montalbano, eroe televisivo e letterario, non fa che testimoniare una realtà linguistica comune anche oggi in molte regioni italiane.

Laura Schram  Pighi – (42 continua)

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