Zinelli Carlo
…a cura di Giancarlo Volpato
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Artista, Carlo Zinelli nacque a S. Giovanni Lupatoto il 2 luglio 1916. Figlio di Alessandro, artigiano del legno e di Caterina Manzini, egli fu il sesto di sette figli. Due anni dopo la sua nascita, la madre, partorendo la settima, morì: alla bimba nata fu dato il nome della mamma.
La precoce scomparsa di lei e le ristrettezze economiche della famiglia, dovute anche dall’inizio del primo conflitto mondiale, influirono profondamente sull’infanzia di Carlo. Frequentò le prime tre classi elementari e poi, a nove anni, il padre lo mandò a lavorare come famiglio in una fattoria presso Corte Santa Caterina, nella zona di Palazzina (allora frazione del comune di nascita) e proprietà dei marchesi Fumanelli; un anno dopo venne affidato alla famiglia Miglioranzi. Quel lavoro, nella campagna, lo avvicinò agli animali da cortile che diventeranno, assai più tardi, alcuni “oggetti” del suo impegno artistico e del suo immaginario creativo. Il giovane Zinelli, che aveva imparato ad amare questi esseri solitari come solitario era il suo carattere poco propenso a dividere i giorni con gli altri, subì, forse, una feroce retroversione allorquando, nel 1934, il padre lo mandò a lavorare nel mattatoio cittadino; proprio in quell’anno la famiglia si era trasferita a Verona. Fu in questo periodo che Carlo Zinelli cominciò ad amare la musica: lo accompagnerà nei giorni difficili e complessi della sua vita e, proprio allora, inventandosi delle strane tecniche, iniziò a colorare i muri con figure e componenti particolari.
Il servizio militare obbligatorio lo chiamò nel corpo degli alpini a San Candido, nell’11° Reggimento: riecheggeranno, più tardi, nelle sue opere artistiche molti aspetti e molti motivi tipici di quel corpo montanaro che lo distrasse molto; nel 1939 era già ritornato a casa quando Mussolini emanò l’idea dei volontari per aiutare Francisco Franco appena appropriatosi del potere in Spagna: Carlo Zinelli accolse l’invito e andò sul fronte spagnolo dov’era in corso la sanguinosa guerra civile. Meno di due mesi dopo, il giovane lupatotino fu rimandato a casa: sofferente di manie di persecuzione, con momenti di delirio e di terrore, egli trascorse a Verona due anni nell’ospedale militare: fu dimesso dall’esercito nel 1941.
La schizofrenia paranoica si stava impossessando di lui; volle ritornare al mattatoio, si dette al commercio delle sigarette, ma la malattia mentale fu più forte di ogni cosa: pieno di terrori, affetto da inintelligibilità comunicativa, in preda a deliri e al netto rifiuto del mondo, rimase nella residenza familiare cittadina provocando giorni difficili. Il feroce periodo della guerra, che non risparmiò Verona, contribuì a peggiorare la vita del giovane: in questi anni, si alternarono cure specialistiche in strutture ospedaliere e le dolorose giornate nella casa paterna.
L’aggravarsi della malattia lo fece internare presso l’ospedale psichiatrico di S. Giacomo alla Tomba: era il 1947 e le diagnosi che già i medici avevano diagnosticato si erano accentuate tanto che quell’incomunicabilità complicata e difficile – spesso tipica di persone affette da malattie mentali – diventò molto visibile assieme a quella schizofrenia paranoica che l’aveva perseguitato. Per otto anni, Carlo Zinelli visse nel silenzio della gente esterna, pressoché isolato; in verità, di quel lungo periodo si conosce assai poco della sua vita quotidiana; anch’egli, come tutti i ricoverati, veniva sottoposto alle cure in quel manicomio che divenne, per anni, una delle “celebrità negative” per i veronesi: non certo per l’assistenza, bensì per la tipologia di quella malattia che nessuno vorrebbe accadesse.
Intorno al 1955, dopo un lungo periodo di “silenzio”, Zinelli iniziò ad esprimersi in una forma che, solo più tardi, fu definita artistica; cominciò ad incidere figure sui muri dell’ospedale per mezzo di vari strumenti di fortuna, tra cui pietre e frammenti di legno, oppure a disegnare composizioni sul terreno del cortile, a mani nude, impiegando mattoni sgretolati, foglie, terra e saliva che usciva dalla sua bocca.
E venne il 1957: il momento in cui, per Carlo Zinelli, parve aprirsi la strada di una vita diversa pure restando sempre ricoverato nel manicomio. Michael Noble, uno scultore scozzese che era stato in Italia durante la guerra e aveva sposato Ida Borletti (v. questo Sito) con cui risiedeva a Garda, si riavvicinò – dopo alcuni precedenti tentativi senza successo – all’ospedale psichiatrico di San Giacomo alla Tomba: e trovò, questa volta, il pieno consenso del direttore Cherubino Trabucchi e del medico del giovane lupatotino Mario Marini; aprì, proprio all’interno del manicomio, un laboratorio di libera espressione artistica: e Zinelli fu un frequentatore assiduo e pressoché quotidiano; iniziò a elaborare composizioni iconografiche con le tecniche della gouache su carta: questa metodologia rimarrà pressoché costante negli anni e quasi sempre prevalente rispetto ad altre tecniche cui il Nostro metterà mano. Le sue narrazioni figurali, prive di ogni gerarchia compositiva, si susseguirono (e lo saranno quasi sempre) cristallizzando i soggetti tipici del suo linguaggio formale: la figura umana, ieratica e rappresentata quasi sempre di profilo (manierando un poco l’arte arcaica ed egizia), un bestiario variegato ricco soprattutto di volatili o animali ch’egli aveva toccato, le barche, le donne quasi mai con il volto, ma con borse; Zinelli, nelle sue opere, rappresenterà ciò che lo interesserà con aspetti diversi da quelli normalmente conosciuti. Nel novembre 1957, proprio nell’anno della “scoperta” di Noble, le opere del lupatotino cominciarono un’altra vita: a Verona, la galleria “La Cornice”, gli dedicò una mostra (la prima mostra pubblica) suscitando curiosità ed interesse nella stampa e nella critica; da quel momento egli passò alla “storia dell’arte” con il nome di Carlo: non apporrà mai, da nessuna parte, il suo cognome.
Per Zinelli, pure restando nell’ospedale psichiatrico, mutò il percorso dei suoi giorni. Nel 1959, Vittorino Andreoli, allora giovane studente di medicina, poi grande psichiatra e scrittore, si avvicinò a lui: ne apprezzò subito la bravura e ne divenne profondamente amico. Nel 1963 andò a Parigi e conobbe Jean Dubuffet, fondatore della cosiddetta Art brut (Arte bruta, arte grezza) nel 1947/48: devesi sottolineare che tra coloro che credettero in questa strana forma artistica, vi fu la presenza di André Breton, l’amico di Picasso, di Dalì, di Modigliani. Nonostante qualche iniziale perplessità derivante dal fatto della posizione mentale del lupatotino, dagli anni Sessanta in poi le opere di Zinelli iniziarono a comparire nelle collezioni delle Compagnie: fu l’inizio – e Dubuffet ne fu il mentore assieme ad Andreoli – di una grande storia artistica. In definitiva, ma solo per chiarire le ragioni di una fortuna certamente non casuale, appare giusto definire questa forma d’arte come una reale certezza del ruolo fondamentale nella definizione della moderna psichiatria che ha voluto restituire una dimensione umana alla follia poiché, finalmente, compatibile con la creatività; e la presa di posizione di Andreoli fu molto chiara: questi scardinò l’assunto secondo cui la creazione artistica riguardava solo i sani di mente. E Zinelli trasse da questa sua forma di comunicazione dei benefici straordinari nella sua vita e nell’esistenza giornaliera: non era solo il prodotto che contava, bensì il processo artistico.
Fino al 1964, quando Noble si traferì in Irlanda, lo scultore e sua moglie Ida Borletti, che rimarrà a Garda sino alla fine dei suoi giorni, avevano fatto aprire le porte dell’ospedale psichiatrico per condurre i pazienti-artisti nella loro sontuosa villa sul lago: non era solamente una gita, con l’accompagnamento di Mario Mengali, l’infermiere che non lascerà mai Carlo, o con Andreoli (fraterno amico di colui che diventerà un suo “paziente”), ma divenne un modo di rinnovamento amicale che allenava la mente a guardare oltre gli stretti confini di un nosocomio; a Garda vi era Pino Castagna, lo scultore-ceramista noto in Italia: con lui, già celebrato per la sua presenza a Roma e altrove, Zinelli, che aveva già prodotto opere in terracotta, allargò i suoi sguardi e i suoi modi.
In quegli anni, Carlo iniziò, in maniera sistematica a dipingere sia il recto sia il verso del supporto cartaceo seguendo le esigenze compositivo-spaziali di una narrazione febbrile, dove prevalevano la concentrazione assoluta e la velocità dell’esecuzione; sperimentò la tecnica del collage polimaterico: introdusse pacchetti di sigarette, piume d’uccello ed una serie di altri oggetti, apponendoli vicino a figure disegnate a guazzo o collocate in maniera ornamentale; furono gli anni nei quali la visione delle opere, espresse con ocra, acquistò quasi un’ossessione nel suo immaginario popolato da simboli legati all’infanzia (che era stata felice), o altri da lui creati quali figure disposte in quartine (come i pretini, come le silhouettes, come gli occhi della follia): un linguaggio formale estremamente innovativo che trovò, nei critici e nei collezionisti, moltissimi adepti. Nel 1963 Dubuffet lo portò nella più grande mostra europea di quel tipo di creazione: era la “Bildnerei der Geisteskranken-Art Brut. Insania Pingens” a Berna, nella celeberrima Kunsthalle. Gli insani mentali che creavano – il nome della mostra era chiaro – ebbero, finalmente, il riconoscimento che nulla aveva a vedere con la malattia, normalmente frenante nella cosiddetta buona mente di coloro che si ritenevano e si ritengono non chiamati dalla follia.
Da quel momento, per Carlo Zinelli il percorso della conoscenza da parte dei critici e degli acquirenti d’opere d’arte, non conobbe fermate. L’artista “suo malgrado”, com’era allora considerato assieme a tutti coloro che negli ospedali psichiatrici passavano l’esistenza, non conobbe momenti di silenzio.
Nel 1967, sempre Dubuffet portò le sue opere alla prima esposizione pubblica delle collezioni dell’Art brut presso il Museo delle Arti decorativi di Parigi dove affluì un nutrito gruppo di composizioni.
Bisogna, comunque, sottolineare che – secondo Andreoli che era l’amico, il medico, l’uomo della vita umana di Zinelli – Carlo era un solitario, uno schizofrenico cronico e per questo viveva una profonda separazione tra sé e il mondo, non era in relazioni con altri e rimaneva sostanzialmente in un mondo chiuso e piuttosto impenetrabile. Potremmo dire, forse, che nonostante la fortuna artistica, il Nostro si affidava all’arte per medicare le ferite dell’anima causate dalla guerra, da esperienze certamente non felici di una vita passata; forse, attraverso le stereotipie, tipiche della sua produzione,
Zinelli sembrava dare un segno diverso alle esperienze traumatiche; probabilmente, molte delle figure strane e difficili che uscivano dalle sue mani servivano a fare diventare meno doloroso il suo mondo interiore: il linguaggio simbolico dell’arte era la maniera più giusta, più corretta per colloquiare con gli altri o, forse, la meno aggressiva. Egli non dimenticò, tuttavia, un modo – non sempre facile né immediatamente comprensibile – di fare “parlare molte sue opere”: accanto a sfondi monocromi, è abbastanza facile – in alcuni quadri – cogliere e vedere una scrittura fonetica in cui il moltiplicarsi di lettere e sillabe di varie dimensioni produsse e produce un andamento ritmico e musicale nelle sue immagini allusive. La grandezza intellettuale, con la quale Vittorino Andreoli aveva bene compreso l’alterità dell’arte con quella della mente, non era sfuggita, seppure in maniera un poco diversa, neppure a Cesare Lombroso.
Nel 1969, l’ospedale di S. Giacomo alla Tomba chiuse l’attività e i malati furono trasferiti a Marzana; per Carlo Zinelli crollò ogni cosa: la destabilizzazione accentuò i malanni, lo disorientò al punto di ridurre drasticamente l’attività e chiudere la vita del creatore d’opere; per un uomo “delicato di mente” com’era lui, finì qualsiasi modo di espressione. Lasciò, progressivamente, ma con una velocità apparentemente incomprensibile, qualsiasi forma artistica: abbandonò ogni cosa.
Nel 1973 fu ricoverato a Chievo, in quel sanatorio voluto da Roberto Massalongo (v. questo Sito) per una malattia polmonare: e lì, lontano dal suo mondo, lasciò anche questo il 27 gennaio 1974.
La gloria e la memoria di Carlo Zinelli risplendettero, come un fiore, poco dopo la sua scomparsa.
La prima mostra monografica avvenne a Losanna nel 1985 nientemeno che nella sede della “Collection de l’Art brut” dove si trovano molte opere del Nostro autore e dove ne giacciono, pure, alcune della collezione privata Andreoli; l’anno successivo, diversi dipinti di Carlo andarono a mettere luce alla mostra della “Collezione Peggy Guggenheim” di Venezia in omaggio alla scomparsa di Jean Dubuffet. Grazie alla pubblicazione del primo catalogo monografico (1992) e all’interesse della critica e dei collezionisti, nacque la “Fondazione Culturale Carlo Zinelli” a San Giovanni Lupatoto: era il 17 dicembre 1996. Quasi 2000 opere costituirono il catalogo generale nel venticinquesimo della scomparsa. Molto interesse suscitò pure la mostra che si tenne a Brentonico nell’estate del 2013 dal titolo molto significativo de La visione veggente della realtà: opere di Carlo Zinelli. Sue opere si trovano anche nell’American folk art Museum di New York (qui si tenne una mostra delle opere al MoMA, Museum of Modern Art nel 2016), in quello d’arte moderna a Lille (nel Museo, tra gennaio e marzo 2004, fu tenuta una mostra, portata lì dopo il successo ottenuto al Musée International des Arts Modestes di Sète legato alla celeberrima Abbaye Sainte-Crox), a Verona, a Pavia, a Losanna, a Parigi, a Oporto e in altri luoghi dove trovano posto delle collezioni artistiche. Una serie itinerante di mostre successive ha dato (e, probabilmente, darà) ulteriore luce e grande memoria ad un artista che non aveva mai creduto di potersi liberare da quell’angoscia mortale che l’aveva affranto per buona parte della vita. Il paese natale gli ha dedicato una piazza importante con un murales su cui è stato inciso “Disegno, dunque sono”, voluto dalla Fondazione culturale che porta il suo nome: e, con il titolo di Carlo, l’ombra e il sogno, Alessandro Anderloni, il 6 dicembre 2024, lo ha raccontato in un teatro veronese, come un viaggio multimediale. Due documentari (1971 e 2016) ne hanno illustrato la vita e l’arte.
Bibliografia: Molti sono stati gli scritti da quando l’artista cominciò ad essere conosciuto; ci limitiamo a fornire quelli ritenuti più rintracciabili; Carlo: tempere, collages, sculture 1957-1974, a cura di Sergio Marinelli-Flavia Pesci, Venezia, Marsilio, 1992; Un sogno: guarire con l’arte: omaggio a Ida e Michael. Catalogo della mostra tenuta a Garda 18 giugno-3 luglio 1994, a cura di Fabio Gaggia, Garda, Amm. Comunale di Garda-Verona, Amm. della Provincia di Verona, 1994; Giorgio Cortenova-Maria Azzola Inaudi, Carlo: immagini oltre i confini, Venezia, Regione Veneto, 1999; Carlo Zinelli: catalogo generale, a cura di Vittorino Andreoli-Sergio Marinelli-Flavia Pesci, Venezia, Marsilio, 2000; Livio Bressan-Emanuela Galbiati, “Arte & Follia”, “Il Bassini. Rivista Scientifica del Presidio Ospedaliero E. Bassini”, XXVII, 2007, n. 1, pp. 1-7; Carole Tansella-V. Andreoli-Luca M. Barbero, Autentiche visioni: Verona e l’arte irregolare da Carlo Zinelli a oggi: Chiesa di S. Pietro in Monastero, Verona mostra dal 9 settembre 2012 al 27 gennaio 213, Verona, Grafiche Aurora, 2013; The museum of Everything presenta Carlo Zinelli: 55° Esposizione internazionale d’arte “La Biennale di Venezia”, a cura di P. Colombo-V. Andreoli, Londra 2013; Nel tempo del Finemondo: Carlo Zinelli e Mario Marini, un artista e il suo dottore. Catalogo della mostra tenuta a Modena nel 2015, a cura di Lorenza Roverato, S. Martino B.A., AZ Grafiche, 2015; Carlo Zinelli: recto-verso. Catalogo delle opere, a cura di Anic Zanzi, Milano, 5 Continents Editions, 2019; Marco Tonelli, L’artista non è un errore genetico. A proposito di Carlo Zinelli alla mostra di Mantova, “Pertini: l’arte della democrazia”, n. 17, apr. 2019, pp. 1-5; Carlo Zinelli: visione continua. Catalogo della mostra di Mantova, a cura di Luca M. Barbero, Mantova 2019; Roberta Serpolli, Zinelli, Carlo, in Dizionario Biografico degli Italiani, v. 100, Roma, Ist. Enc. It., 2020, pp. 705-708; Vittorino Andreoli, Arte e psiche, Piacenza, Low, 2024; Marta Santacatterina, Uomo, schizofrenico, artista. Ricordo di Carlo Zinelli a 50 anni dalla morte, “Finestre sull’Arte: arte antica e contemporanea”, quotidiano on line, Massa Carrara, 21 ag. 2024.
Giancarlo Volpato
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FONTI:
Foto da: Wikipedia
