Rapelli Giovanni
…a cura di Giancarlo Volpato
Per le tue domande scrivi a: giancarlovolpato@libero.it

Linguista, glottologo, dialettologo, poliglotta, Giovanni Rapelli nacque a Verona l’11 dicembre 1937 in via Scrimiari e visse nel popolare quartiere della Carega, luogo noto per la povertà degli abitanti e per il linguaggio, prettamente dialettico cittadino. Secondogenito, con due sorelle, era nato da Luigi e da Angela, chiamata da tutti Dina, Righetti e aiutava – com’era nella norma di allora – il padre tappezziere durante le vacanze.
Fin dall’età giovanissima, egli manifestò un’inesausta curiosità culturale, un vivo entusiasmo per la conoscenza e per ogni forma della cultura: tutto questo fu sorretto da doti di straordinaria intelligenza, di una memoria non comune; fu attratto, soprattutto – anche se non solo – dalla passione per la lingua, per tutta quella parte culturale che si rifaceva alla parola, alla lettura, alla formazione della storia glottologica. Accanto a tutto questo – ed ora appare ovvio – allargò la conoscenza geografica, quella storica e quella etnologica.
Dopo le primarie dell’obbligo scolastico, Rapelli poté frequentare solamente la scuola di avviamento professionale dove dimostrò – sopra ogni cosa – la sua propensione per le lingue; era stato accolto, prima, presso l’Istituto storico “Ettore Calderara”, allora noto come luogo per ospitare fanciulli poveri, abbandonati: egli riportò, da quest’esperienza, un ricordo difficile per l’educazione molto dolorosa ch’egli non dimenticò; come pure non dimenticherà, sempre come forma del dolore giovanile, il ricovero nella casa sanatoriale di Chievo. Portato a termine il breve corso di studi, Giovanni venne assunto come stenodattilografo dal rappresentante di una ditta tedesca presso il quale rimarrà per una ventina di mesi.
Non aveva ancora compiuto diciassette anni quando la morte improvvisa del padre (era il settembre 1954) sconvolse la sua vita e quella della famiglia che si trovò in condizioni difficili.
Agli inizi del 1955, trovò lavoro, vincendo un concorso, presso la casa editrice Mondadori e si accontentò del posto: quello dell’allievo tecnico, del decoratore di copertine, di lavori umili: la strada, tuttavia, gli era aperta. Uomo attivo e assai attento, s’impegnò nell’attività sindacale rappresentando gli operai dell’azienda che era, allora, in pieno sviluppo; nella legatoria, dove passavano libri, giornali e pagine scritte Giovanni Rapelli conobbe ancor meglio la sua vita: lesse insaziabilmente, attingendo ad un arco culturale vastissimo comprendente storia, politica, geografia, antropologia, etnografia, saggistica, letteratura e memorialistica. E così, la straordinaria apertura della sua mente si allargò per le lingue: furono il pane quotidiano della sua vita e Rapelli divenne, probabilmente, tra i maggiori autodidatti che la storia degli studi linguistici possa ricordare; non dimenticò nessuna lingua e di ognuna di esse ne apprese la parlata, la scrittura, l’origine; si occupò anche di quelle antiche: latino, greco, giapponese, eschimese, senza mai dimenticare ch’egli era un dialettofono veneto.
La competenza acquisita e la singolare facilità con la quale diventava esperto attrassero l’attenzione dei dirigenti, i quali si erano accorti delle correzioni che faceva quell’operaio: e Rapelli diventò correttore di bozze, poi redattore e traduttore, si occupò di enciclopedie nelle lingue anche poco conosciute (oltre a inglese, francese, tedesco, spagnolo che egli conosceva perfettamente) quali svedese, giapponese, russo, olandese. Le grandi opere enciclopediche della Mondadori ebbero in lui l’artefice, il curatore: da quelle americane oggi assai note, a quelle svedesi, a quelle dei ragazzi, a quelle spagnole. Era il 1964 e da quel momento Giovanni Rapelli cominciò ad essere conosciuto anche dai maggiori studiosi accademici italiani e stranieri con i quali entrò in comunicazione: quasi nessuno dei maggiori studiosi lo dimenticò e tutti si accostarono a lui, al di là e ben oltre il fatto ch’egli non fosse un professore universitario.
Nella vita privata, egli coltivava l’amicizia, il piccolo-grande fair play quotidiano (ormai dimenticato dalla gente di oggi), l’amore per la famiglia: aveva sposato Maria Antonietta Vezza nel 1969, da cui vedrà la luce Laura due anni dopo; la genetica del padre passò direttamente alla figlia, amante del libro e di ciò che in esso esiste.
Cominciò ad interessarsi della storia della scrittura, delle culture orientali, dell’origine del linguaggio umano, dell’onomastica e della toponomastica. Ad alimentare la passione linguistica furono due ordini di interessi, nettamente distinti ma interconnessi: il primo era quello di impossessarsi, più saldamente possibile, dei complessi meccanismi interni, fonetici, morfologici, sintattici e semantici: quelli che formano la dimensione storica e diacronica del linguaggio. Rapelli non dimenticò, tuttavia, l’altra forma euristica: quella del metodo storico-comparativo. Il secondo principio-guida fu quello della monogenesi del linguaggio (non sempre accolto con fervore) ma già fortemente sostenuto da Alfredo Trombetti, il maggiore glottologo italiano del primo Novecento. Egli sostenne la tesi di un’unica lingua originaria che, partita da un’unica sede, andò via via differenziandosi per molte ragioni (compresa quella delle migrazioni). Praticando sondaggi su lingue antiche – tutti realmente complicati, difficili e non sempre possibili quali confluenze – notò che tra la lingua eschimese e quella giapponese vi potevano essere convergenze tali da fare supporre la loro ancestrale parentela genetica. Nacque, così, la certezza che Giovanni Rapelli fosse considerato uno tra i primi studiosi del mondo che si occupassero della lingua degli Inuit: popoli della Groenlandia e dell’Alaska. Andò tra luglio-agosto 1984, a Fairbanks, l’università dell’Alaska statunitense dove era stato chiamato dal professore John H. Koo di quell’ateneo (il più settentrionale del mondo) e parlò, con docenti e studenti, nella lingua tipica di quel popolo. Tra le poche cose che Rapelli raccontava di sé (era un uomo poco propenso a mettere in mostra la straordinaria conoscenza ch’egli portava) vi fu quella di un professore dell’ateneo dell’Alaska che gli chiese, ovviamente nella lingua del luogo: “Lei parla di Inuit, dell’antico giapponese: dove ha studiato?”; “Da nessuna parte, rispose, ma utilizzando i vocabolari”: suscitò, ovviamente, una serie d’interrogazioni; pubblicò questo suo viaggio sulla rivista “Il Polo” di Macerata nel 1985. Qualche anno più tardi, da uno dei più grandi editori dell’Estremo Oriente, uscì il Language of the World, edito a Seul in Corea del Sud (1992) dalla Hanshin Publising Co., con la scritta “With the assistance of Giovanni Rapelli”.
Ripercorrere, in sintesi, le lunghissime tappe progressive della produzione scientifica del nostro studioso, non appare molto semplice.
Ne segnò l’esordio il 1967 quando attratto dalla sua veronesità profonda (ch’egli amò e della quale si sentì parte integrante), egli iniziò a pubblicare su “Vita veronese”, la rivista eccellente diretta da Gino Beltramini (v. questo Sito); il primo articolo di Giovanni Rapelli riguardava i cognomi veronesi: tema labirintico, ma che troverà in lui uno dei massimi studiosi e che darà luogo, nel 1995, a un testo monumentale (su tutte le opere scientifiche si rimanda alla Bibliografia completa citata in calce).
La collaborazione a riviste scientifiche, con saggi molto attenti e con altri, anche se limitati in questo caso, dedicati alla curiosità della lettura per apprestare maggiormente la conoscenza ulteriore, iniziò a diventare importante: soprattutto per le ragioni sopra espresse: quelle di uno studioso che, prima di scrivere, aveva approfondito – con la specifica cura dell’indagatore-professore cui non era sfuggito nulla – quanto l’onomastica, la toponomastica, la storia della lingua, la sincronia del linguaggio od ogni altra cosa specifica fosse stata necessaria.
Descrivere l’enorme ricchezza dei contributi scientifici e degli studi che Rapelli fece o per i quali si attivò in maniera concreta non appare facile: per cui, in questa sede, cercheremo di percorrere alcuni punti salienti della sua ascesa scientifica oltreché dare un percorso concreto alla sua attività.
Nel 1974 fu tra i fondatori del “Curatorium Cimbricum Veronense”, associazione che si occupa della lingua e della cultura dei Cimbri (fece parte, quasi sempre, del Comitato Scientifico): qui egli dette molta cura al periodico che nacque allora e che cambiò titolazione pure rimanendo attento alle peculiarità linguistiche, folkloriche e umane di un popolo arrivato sulle montagne veronesi e vicentine; l’apporto scientifico di Rapelli, in questo settore, nacque dal vigile senso critico confortato dalla solida conoscenza delle lingue germaniche e della loro storia: sottopose a una verifica quanto era stato scritto. Ne sortirono studi di insuperato e unanimemente riconosciuto valore filologico ed etno-linguistico come I cognomi cimbri (1980), I testi cimbri (1983), Bibliografia cimbra (1999) e Grammatica della lingua cimbra (2016).
La fruttuosa e felice incursione operata nelle vestigia della lingua parlata della comunità germanofona cimbra sollecitò lo studioso a cimentarsi nei nomi di luogo del territorio veronese: dapprima limitandosi alla toponomastica di piccoli luoghi dov’egli era cresciuto o che aveva conosciuto più profondamente e poi, invece, offrendo ai lettori due corpose opere sulla toponomastica veronese. Tutto questo portò Giovanni Rapelli a entrare – con procedure autodidattiche (che apparirebbero inconcepibili se non si conoscesse la facoltà intellettuale applicata da un uomo come lui) – nello studio del latino: ne uscì Il latino dei primi secoli (IX-VIII a.C.), nel quale Rapelli cercò di dimostrare la povertà del primo latino arricchitosi, poi, grazie all’apporto dell’etrusco: un’opera che gli procurò critiche feroci ma alle quali, sempre con estrema dignità, egli seppe replicare.
Un altro grande amore scientifico fu quello dell’onomastica: il dizionario I cognomi di Verona e del Veronese. Panorama etimologico-storico (1995) entrò nelle case di tutti coloro che ebbero desiderio e intelligenza per conoscere quanto loro riguardava. Odonomastica, antroponimia, toponomastica, onomastica: quattro forme scientifiche che in Rapelli trovarono uno studioso che soddisfece le curiosità intellettuali dei veronesi (e, probabilmente, non solo). Da ricordare, in assoluto, la Toponomastica veronese del 2015.
Collaborò a periodici scientifici italiani e stranieri soprattutto occupandosi della fonetica, dei confronti semantici di vocaboli; ebbe, pure, il coraggio di rifiutare raffronti da lui giudicati errati anche se proposti da linguisti di fama: in maniera elegante, da studioso corretto e pronto, semmai, a confronti. Pubblicò due opere diverse: Nel cuore di Verona. Gli anni Cinquanta dei veronesi (1994 e, in seconda edizione, 2004) e L’Isola dei Pagadebiti (1999) pubblicato con lo pseudonimo di Nugator: qui Giovanni Rapelli, ottimo autore non scientifico, raccontò la vita di se stesso, dei ragazzi d’un tempo felice che frugavano nei meandri dei giorni come in un apprendistato della vita. Questo libro è arricchito da un paratesto bellissimo che rievoca un’età perduta.
Nel 1988 era andato in pensione dalla Mondadori. Fu chiamato a tenere conferenze in molti luoghi; in quell’anno divenne socio corrispondente dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona. A partire dal 1986 iniziò a tenere lezioni presso le Università del Tempo Libero a Verona, con la presenza incredibile di persone soprattutto allorquando parlava del suo grande amore che era la Storia di Verona; andò a Valeggio sul Mincio, a Villafranca di Verona, a Bovolone dove, dal 2000, fece parte della giuria del Premio Letterario in lingua veneta dedicato a Mario Donadoni (v. questo Sito); dal 2003 al 2008 fece parte della Commissione per la Toponomastica del Comune di Verona. Dal 20 marzo 2015 Giovanni Rapelli portò lustro ulteriore a Ilcondominionews, questo nostro sito eminentemente culturale delle bellezze veronesi, dove scriveva sulla toponomastica e sull’etimologia. Nel 2013 (e nel 2020, alla memoria) fu insignito del premio letterario “Gen. Loris Tanzella” per i suoi studi sulla Lingua veneta e i suoi dialetti: qui l’autore si era occupato del dialetto istriano e di quelle terre da cui erano provenuti i profughi quando furono cacciati dai titini all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento.
Fu – com’egli si autodefinì – un investigatore della lingua (con tutte le sue larghissime capacità di comunicare).
Negli ultimi tempi fu costretto ad una dialisi trisettimanale, ma tutto questo non fermò certamente una mente come la sua: quella di un uomo accattivante, comunicativo, sereno e amico del mondo e di tutti. Si fermò, improvvisamente, nei pressi di San Rocco di Piegara, il 9 maggio 2019 di ritorno da una riunione felicemente conclusa con il direttivo del Curatorium Cimbricum Veronense, che aveva dato via libera alla ristampa dei suoi Cognomi cimbri. Chi lo conobbe (e chi ne fu amico fraterno, come chi scrive queste note) lo ricorda per l’amorevolezza con la quale avvicinava le persone, per il sorriso, per la signorilità che portava con sé, abbinata alla socialità dello stare insieme.
Bibliografia: Vittorio Zambaldo, Si sente male mentre guida. Addio a Giovanni Rapelli, “L’Arena”, 11 maggio 1919, p. 19; G. Rapelli, La bibliografia completa, a cura di Laura Rapelli, Vago di Lavagno, La Grafica, 2023: contiene 462 titoli dei quali 27 sono libri [nel volume si leggono: Una vita di studi e di ricerche di Laura Rapelli, In ricordo di Gianni Rapelli di Marcello Bondardo, “Il più colto linguista extraccademico che abbia conosciuto” di Enzo Caffarelli, Un portavoce della cultura cimbra e presenza sempre viva nel Curatorium Cimbricum Veronense di Vito Massalongo, Giovanni Rapelli, indimenticabile docente di Storia di Verona di Luigi G. Grezzana, Un valente linguista e studioso di Loredana Gioseffi, Giovanni Rapelli e una Verona meno conosciuta di Giancarlo Volpato].
Giancarlo Volpato
