Vitturi Albano

…a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Albano Vitturi

Pittore, Albano Vitturi nacque a Verona il 19 dicembre 1888 in una famiglia della media borghesia dell’epoca ed abitava in via San Giovanni in Valle. Il padre, Vittorio (1862-1933), era un maestro elementare molto attento alla letteratura e all’arte che s’impose alla cultura, soprattutto veronese, per le sue poesie in dialetto cittadino e scritte con molto acume dedicato alla quotidianità e alla storia dei racconti di ogni giorno: di stampo chiaramente vicino a Barbarani (v. questo Sito), egli trasmise questa sua genetica artistica ai figli. Pare giusto ricordare, almeno, le Rime veronesi (1925 con copertina di Albano) e Gioanin sensa paura (sempre con copertina e disegno del figlio). Il primogenito dei cinque fu proprio Albano, poi venne Ettore, pittore egli pure anche se di modesta entità rispetto al fratello. Il terzo maschio fu Giuseppe (che, più tardi, diventerà una delle figure dei ritratti) cui si aggiunsero due sorelle: una di queste, Clelia, rimarrà molto legata ad Albano.
Studente di valore, frequentò il liceo classico “S. Maffei” e, accondiscendendo alle volontà paterne, s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza nell’ateneo di Padova, laureandosi molto tardi (nel 1927) con una tesi, non certamente casuale, dal titolo “Per migliorare il nostro commercio di riproduzioni d’arte”. Infatti, l’estro artistico, supportato da una mano felice e da una volontà dimostrata sin dalla fanciullezza, lo portò – anche durante gli studi – a frequentare, fino al 1910, i liberi corsi domenicali della “Scuola d’Arte applicata all’Industria” e cimentandosi nel disegno. Probabilmente per potere godere di una certa libertà o, forse, per non sovraccaricare la famiglia piuttosto numerosa, cominciò a lavorare subito dopo il conseguimento della maturità liceale come Istitutore nel “Collegio maschile provinciale”. Nel 1911 fu assunto come impiegato nel Comune di Verona: e da quell’istituzione pubblica – pure mutando impieghi ed impegni – egli dipenderà sempre.
Nel 1909 andò, per la prima volta e come visitatore, alla Biennale d’Arte di Venezia: da quel momento fu un succedersi di studi e di riflessioni su quanto stava avvenendo nell’arte contemporanea con una particolare attenzione al Cubismo, ma soprattutto al Futurismo; gradualmente Albano Vitturi entrò in contatto con l’ambiente artistico cittadino legandosi in amicizia con Orazio Pigato, Angelo Zamboni (v. questo Sito) e Guido Farina: con quest’ultimo condivise il rapporto più intenso e duraturo.
Nel 1916, durante la grande guerra, fu inviato in Albania e su quel fronte egli conobbe il tormento e le contraddizioni della vita di artista: fu una desolazione spirituale quel conflitto il quale ebbe, per lui, la maturazione dell’arte con una visione personale che lo farà vedere – con gli occhi del visitatore – in maniera pressoché unica. Ritornò, con il grado di sottotenente, nel 1919. Nel 1920 egli esordì, assieme agli amici d’anteguerra con i quali formò il celebre “Gruppo veronese”, pure distinto tra le varie personalità dotate di militanza artistica ma non di espressione univoca, all’Esposizione Nazionale d’Arte di Vicenza. Tuttavia, già durante il conflitto, grazie a giornali e riviste che gli venivano spediti, egli era venuto maturando una propria autonomia di pensiero e, con sorprendente anticipazione temporale, aveva superato l’Impressionismo; era arrivato a quell’arte moderna per la quale il colore non doveva più essere il protagonista sulle tele: bisognava piegarlo alla costruzione delle forme, dei volumi; esattamente quello che aveva fatto Paul Cézanne, il quale rimase, per sempre, il mito della vita d’artista di Vitturi anche se la vera folgorazione per il francese avverrà, proprio quell’anno stesso, alla XXI edizione della Biennale veneziana (1920) dove, alle opere del suo mito, era stata riservata un’intera sala.
Durante la dolorosa permanenza albanese, egli redasse il Diario di guerra (pubblicato nel 1991) dove annotò il suo pensiero, la sua concezione dell’arte e della pittura in particolare: quest’opera, spesso dimenticata, appariva e appare ancora oggi il fulcro della sua arte: “… Cercare non il bello fisico, cercare quello che dà il senso del bello…”; dobbiamo sottolineare che anche i Fauves, soprattutto Albert Marquet, dettero al Nostro molte vibranti suggestioni pittoriche.
Furono gli anni dei suoi numerosi viaggi in Italia a vedere mostre e portando con sé piccoli album e quaderni sui quali segnava le annotazioni critiche. Questo periodo fu contrassegnato dall’attenzione ch’egli dedicò all’aeropittura cioè alle tele dedicate alle esigenze belliche di verifica dall’alto del territorio: Marcia sulla neve, Verso Valona-Serbi in ritirata; e venne il momento della pace e della ritrovata serenità con il rientro in patria: Siesta (1920), Vendemmia (1921), Il cieco e Cortili (1922) e Album di guerra del medesimo anno.
Nel 1921 Vitturi esordì nella città natale esponendo alla XXXVII Biennale Nazionale d’Arte promossa dalla Società di Belle Arti di Verona.
L’anno seguente chiese ed ottenne il trasferimento all’ufficio di direzione del civico Museo a disposizione del direttore, il professor Antonio Avena; nel 1924 sarebbe stato promosso alla qualifica di assistente alla direzione: per un artista, per un uomo che vedeva nella pittura e in qualsiasi forma della creatività della mano e dell’intelletto l’altitudine più cara e più felice della vita, quale fortuna più importante poteva accadere? Era vicino alle opere, camminava tra di esse, era a contatto con un uomo geniale la cui aspirazione era sempre stata quella di offrire alla gente quanto di meglio poteva essere possibile.
Come dipendente del Comune di Verona, Albano Vitturi ebbe incarichi importanti: diventerà vice-direttore del Museo di Castelvecchio, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Forti (a cui egli si sentirà molto legato e per la quale spese anche l’incarico importante che rivestiva), sarà fatto socio della patria Accademia di pittura e scultura G.B. Cignaroli.
Sempre nel 1924 egli partecipò, per la prima volta, alla XIV Esposizione Internazionale d’arte di Venezia e, due anni dopo, alla XV edizione della Biennale veneziana: qui, la presenza di due opere straordinarie lo lanciarono nel campo francese e, quindi, il nome di Albano Vitturi uscì dall’Italia per propagarsi tra gli artisti dell’Europa più conosciuta; egli aveva esposto Donne e violini (del 1925) e Abitanti del porto: due straordinarie opere per le quali, la “Revue moderne illustrée des Arts et de la Vie” volle dedicare, grazie a Clément Morro, una lusinghiera recensione cui si aggregò pure la “Revue du Vrai et du Beau” con una lunga nota di Tancrède Viala: erano, allora, le più importanti riviste europee che facevano conoscere al mondo le grandezze delle opere d’arte. Le due tele colpirono per la sensazione realista portata dal colore e dalle forme di persone e paesaggi sconosciuti, quali quelli dell’Albania e della Macedonia, dove le figure dei combattenti erano di chiara ispirazione realista: erano opere libere, vigorose e splendenti di luce – come sottolinearono i critici – dove “dominava una sobria ma magistrale architettura di colori”. La parte finale delle note dei critici francesi diceva che “il veronese sembra chiamato a giocare un ruolo di primo piano nella pittura italiana attuale…”. L’auspicio non si avverò, anche per il carattere chiuso e schivo di Vitturi, sostanzialmente appagato del suo lavoro di funzionario del civico Museo e troppo legato all’ambito cittadino, sicuramente poco stimolante sul piano culturale ed artistico. La cifra artistica della pittura di Albano Vitturi era autentica: il carattere dell’autore era sostanzialmente diverso. Per meglio capire questa “strana diversità” desideriamo sottolineare uno degli aspetti che lo distinguevano, ma non solo, anche dagli amici veronesi con i quali condivideva arte e umanità: tutti avevano desiderio di vendere le loro opere sia per la soddisfazione del guadagno (che permetteva, sovente, di vivere) sia per la gioia di vedere apprezzata la propria opera; Albano Vitturi non vendette mai una propria tela; chiedeva, al potenziale acquirente, cifre da capogiro: un metodo molto preciso di tenere per se stesso quanto aveva esposto; e, tutto questo e sempre, aldilà dell’opera richiesta.
Nel 1925 egli fece un quadro dal titolo: Progetto per il ponte della Vittoria, ora alla Galleria d’Arte Moderna e donato da Cristina Fraccaroli Tantini; il progetto fu opera dell’architetto Ettore Fagiuoli; l’idea del pittore era molto chiara: per chi, come lui, era stato in guerra, appariva doveroso esaltare la vittoria ed egli si era cimentato, con la penna e il colore, a cantare la gloria di chi era ritornato.
Nel 1931 Vitturi partecipò alla prima edizione dell’Esposizione Nazionale Quadriennale d’Arte di Roma; non trascurò di essere presente alla Mostra collettiva del “Gruppo veronese” nell’aprile del medesimo anno alla celeberrima galleria “Il Milione” di Milano: rimase alla galleria di Brera uno dei quadri esposti; l’anno successivo andò alla Biennale di Venezia, partecipò a quella successiva di due anni più tardi: ormai la sua vita – di per sé molto schiva e riservata – oltreché esplicarsi nel lavoro, molto attento e preciso quale dipendente del Comune veronese occupandosi di opere d’arte e di mostre altrui, era spesso dedicata all’esposizione di opere ch’egli veniva dipingendo; non dimenticò di presenziare alla 3ª Mostra Sindacale d’arte Triveneta a Castelvecchio, del 1933, dove espose alcuni  suoi quadri: tra questi ricordiamo L’Adige del 1930, un olio su tela che ne seguiva un altro dal medesimo titolo benché assai diverso sia come composizione sia per la diversità dei colori. Albano Vitturi amava profondamente la sua Verona e di essa colse anfratti, idrovore, luoghi spesso dimenticati dove la lettura ragionata dei particolari iconografici consente di collocare plausibilmente le opere (anche se dal medesimo titolo) in momenti ed epoche nelle quali la visuale dell’autore aveva còlto, in maniera disuguale e in posti apparentemente identici, lo stesso luogo: era l’artista, erano la sua mano e la sua mente che contavano in quel frangente; alla 19ª Collettiva veneziana dell’Opera Bevilacqua La Masa del 1928 egli aveva portato un Adige differente, rivisitato con un’angolazione ravvicinata in una policroma su carta.
Non gli furono alieni altri dipinti che cantavano le bellezze della città e di quanto gli sguardi attenti offrivano: Monte Baldo, Rigaste San Zeno, Alto San Nazaro, Largo San G. Bosco, La spianata davanti all’Arsenale, le Idrovore in Campagnola, I Sabbionai in riva all’Adige e le viste dal balcone di casa.
Intorno agli anni ’20, Albano Vitturi andò a vivere a Colognola ai Colli: gli spazi, le visioni, le accurate figure che uscirono dal suo pennello dettero una dimensione diversa alla bellezza di quel luogo, della valle e di quanto il paesaggio offriva: da ricordare, soprattutto in questo periodo, i deliziosi dipinti visti dal suo giardino di casa con identificazioni femminili (rapportate quasi sempre all’ambito familiare proprio) che offrivano – soprattutto cronologicamente – omogeneità nel suo fraseggiare pittorico; ricordiamo, tra le molte tele, La vendemmia, Vita tranquilla, Madre e figlia in cortile, Temporale e lo splendido olio su tela raffigurante Colognola ai Colli, posta lassù, in alto, nel verde policromo: molte altre opere richiamano luoghi, momenti e posti particolari dello splendido paese che godeva, agli occhi e alla mano del pittore, di un’attenzione particolarmente felice. Nella Biennale veneziana del 1936, l’artista presentò soltanto opere di soggetto sacro, un filone tematico nel quale egli si sarebbe ampiamente impegnato per tre lustri e che, fino ad allora, era rimasto lontano.
Nel 1940 scoppiò la seconda guerra mondiale e Albano Vitturi fu richiamato alle armi con il grado di capitano e distaccato al Tribunale militare di guerra di Monza; ritornarono il dolore e l’affranto interiore.
Ritornò e, forse per riaffermare se stesso e la libertà della vita, nel 1946 egli allestì la prima personale a Verona alla galleria “L’albero” in vicolo Corticella San Marco della quale non fece uscire neppure il libretto dell’esposizione; ne fece un’altra, nel 1957, nella quale egli stesso volle compilare una scheda biografica personale dove sottolineava, pressoché solamente e trascurando le opere della mostra, il suo impegno professionale quale funzionario del Museo nella difesa appassionata del patrimonio artistico cittadino. La XXIVª Biennale veneziana del 1948 segnò il limite del percorso artistico di Albano Vitturi: la giuria accettò una sola sua opera e nel 1950 rifiutò le due presentate: la sincera adesione al partito fascista in quegli anni dell’immediato dopoguerra gli nocque certamente. Ed egli si ritirò, ancor più, nella solitudine silenziosa dell’angusto circuito artistico veronese.
Poco prima, ed esattamente il 5 marzo 1950, egli aveva indirizzato una lunga lettera al Comune di Verona (in verità era diretta ad Antonio Avena, quale massimo funzionario) affinché la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Forti rimanesse e l’amministrazione cittadina fosse garante delle opere conservate; in quell’epoca, infatti, sembrava che il palazzo con opere comprese, venisse venduto: probabilmente, la presa di posizione di Vitturi, con l’elenco degli artisti e delle loro opere presenti in quel luogo, che la famiglia Forti aveva regalato alla città, segnò l’inizio di un felice esito: ne è chiara testimonianza una tesi di laurea (a.a. 2017-2018) di Michela Mazzurana presentata all’ateneo di Ca’ Foscari dal titolo: Per una ricostruzione del contesto delle donazioni e dei legati testamentari a favore della GAM Achille Forti di Verona: le opere della prima metà del XX secolo.
Pure essendo molto riservato e assai poco propenso a parlare di sé e della famiglia, Albano non dimenticò il fratello Ettore (Verona 1897-Verona 1968), pittore autodidatta e marito della pittrice Aida Serra (1899-1992): di entrambi poco si conosce. Schivo anch’egli, Albano gli organizzò un’unica mostra personale e Verona, nel palazzo Forti, nel 1955; Ettore partecipò – dal 1925 in poi – a 16 mostre della Società Belle Arti di Verona, a 4 esposizioni della “Bevilacqua La Masa”, andò a Padova e a collettive veronesi: nel 1942 fu premiato nella mostra Triveneta del Sindacato Artisti.
Albano Vitturi fu presente a quasi un centinaio di mostre: in Italia soprattutto; ma fu in sud America, a Verviers in Belgio, a Parigi e in altre parti d’Europa; nel 2006, con un successo straordinario, volle le sue tele esposte l’Istituto di Cultura di Ljubljana in Slovenia; ne uscì uno straordinario catalogo anche con l’esposizione alla Biblioteca Statale di Trieste e, subito dopo, alla Biblioteca Statale Isontina di Gorizia.
Incurante di fama e di successo, Albano Vitturi visse gli ultimi anni a Colognola ai Colli dov’egli amava ritirarsi per essere lontano dalla città. Qui lo colpì una malattia che, in breve tempo, gli fece concludere l’esistenza presso l’ospedale di San Bonifacio l’11 agosto 1968.
Sue opere si trovano in alcuni musei, ma soprattutto in case di rivenditori di opere d’arte. Lo ricorda un film del 1991.

Bibliografia: lo ricordano tutti i manuali di arte contemporanea per cui ci limitiamo a testi importanti: Giuseppe Brugnoli-Francesco Butturini, A-Vitturi, Verona, Parise, 1986; Albano Vitturi [film]: un artista da rimeditare, Verona, Aps Video, 1991; Francesco Butturini-Giorgio Cortenova, Albano Vitturi. Mostra tenuta a Verona, Milano, Mondadori, 1991; Albano Vitturi, 1888-1968: mostra antologica, Bruxelles, Istituto Italiano di cultura 6 marzo-20 aprile 2002: Verviers, Musée des beaux-arts, Verona, Grafiche Aurora, 2002; Albano Vitturi: opere. Catalogo della mostra tenuta a Ljubljana e Trieste 2006, Verona, Grafiche Aurora, 2006; Albano Vitturi: disegni 1910-1960: Gorizia Biblioteca statale Isontina, 1-30 giugno 2006, Verona, Grafiche Aurora, 2006; Claudia Petrucci, Vitturi Albano, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G.F. Viviani, Verona 2006, pp. 863-864; Gian Paolo Marchini, Albano Vitturi (1888-1968) tra Verona e Colognola ai Colli: 6 novembre-7 dicembre 2008, Verona, Museo Miniscalchi-Erizzo, 2008; Vitturi, Albano, in Benezit Dictionary of Artists, Oxford Univ. Press, 2011.

Giancarlo Volpato

FOTO DA: www.bing.com

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