Veretti Antonio

…a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Antonio Veretti

Compositore musicale, didatta e direttore di conservatori musicali, Antonio Veretti nacque a Verona il 20 febbraio 1900 da Oreste, buon musicista e da Rosa Fraccari; il fratello Abelardo fu musicista e insegnante di violino. La genetica familiare ebbe la sua rilevanza: si pensi che il Nostro, giovanissimo, compose, nel 1917, un Trio per pianoforte, flauto e voci, nel 1918 un Quartetto per archi.
Iniziati gli studi musicali di pianoforte ed armonia a Verona, li proseguì nel Liceo musicale di Bologna e si diplomò in composizione nel 1921: suoi maestri furono Guglielmo Mattioli e Franco Alfano; questi, uno degli ultimi della scuola verista, influenzò il giovane veronese ma solo nella prima parte delle sue opere; fu attratto, poco dopo, dallo stile d’Ildebrando Pizzetti, suo modello d’elezione e sposando le idee del ritorno alla classicità.
Nel capoluogo emiliano conobbe Riccardo Bacchelli che lo introdusse nell’ambiente letterario, peraltro sempre molto caro a Veretti e al quale dedicherà subito e spesso le proprie attenzioni; iniziò la propria attività musicale (era ancora studente) con due raccolte di brani per voce e pianoforte: Tre liriche, su versi di D’Annunzio, Carducci e Paul Verlaine e il Cantico dei cantici: tre poemi dal testo biblico, pubblicati dall’editore Pizzi di Bologna e recensiti molto positivamente da Giannotto Bastianelli sulla rivista “Il convegno”, dove si invitava il giovane musicista a cimentarsi nel melodramma; nel medesimo periodo lo studente compose una Toccata in re per pianoforte, una Sonata di fantasia per cello e pianoforte e altre piccole opere.
Ritornato a Verona alla fine della scuola, Veretti che, nel frattempo, aveva avuto modo di avvicinarsi alla rivista “La Ronda” grazie a Bacchelli, compose la sua prima opera, Il medico volante (1923-24) su testo del celebre scrittore, liberamente ispirata all’omonima farsa di Molière; la commedia sancì l’adesione di Veretti allo stile neoclassico, nel filone tradizionale della commedia dell’arte: questo lavoro non fu mai allestito nonostante venisse premiato nel concorso bandito da “Il Secolo-Sera” nel 1928. Nel 1926 si trasferì a Milano e iniziò a svolgere l’attività di critico musicale per la “La Fiera letteraria”, di pianista, di concertista e di compositore: la rivista, molto nota anche con il soprannome di frusta letteraria, era nata il 5 dicembre del 1925, grazie a Umberto Fracchia e il trasferimento nel capoluogo lombardo del giovane non era stato casuale.
In quest’epoca Veretti stava arricchendo le sue composizioni da camera quali Due canti del Tasso (1928) per voci e pianoforte, Stornelli, una Toccata (1923), una Partita (1926), una Passacaglia (1930) e una serie molto alta di opere minori. Suo punto di partenza, pressoché d’obbligo in quel tempo, fu il “Neoclassicismo” desunto dai modelli della tradizione soprattutto strumentale nella quale il dramma cantato era particolarmente in auge, molto vicino ad un momento storico del quale il compositore veronese divenne una voce importante.
Il primo lavoro sinfonico importante fu Sinfonia italiana, con il sottotitolo di Il popolo e il profeta: il profeta era già arrivato da anni e si chiamava Benito Mussolini al quale il veronese aveva già dedicato un Saluto al duce. L’opera sinfonica, composta nel 1929, ebbe la prima esecuzione al Festival della Società Internazionale di musica contemporanea di Liegi, in Belgio, sotto la direzione di Alfredo Casella nel 1930 ed edita da Ricordi due anni dopo; la seconda composizione (su parole di Francesco Paolo Mulé), focalizzata sulla celebrazione della figura di colui che, all’epoca, guidava l’Italia, non conobbe mai la stampa e il manoscritto dell’autore si trova – molto bene leggibile ancora adesso – nell’Archivio Storico Ricordi di Milano. Nel 1929 egli compose pure Partita per orchestra d’archi, eseguita per la prima volta, sotto la direzione di Arrigo Pedrollo, all’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) che diventerà RAI e della quale il musicista di Montebello Vicentino era Presidente; quest’opera di forte impronta neoclassica, fu l’ultima di questo tipo e lo si comprese anche dall’uso moderno degli archi, che diverrà tipico della produzione di Veretti. Del 1928 è, invece, il bellissimo Madrigale e ballata per cello e pianoforte ancora oggi ascoltabile con il pianista S. Perticaroli: un’opera un poco triste, ma significativamente attenta alle dimensioni spirituali.
Il 5 maggio 1930, a Genova, Antonio Veretti sposò Ines Verdi, veronese come il marito e più giovane di tre anni; nessun figlio nacque dalla loro unione: il compositore dedicò alla donna del suo cuore alcune sonate deliziose e piene di affetto. Tutto questo – ancora oggi appare chiaro ad un semplice lettore – era un tributo al filone del manierismo nazionale classicheggiante.
Come didatta, Veretti si trasferì a Torino cominciando ad insegnare pianoforte al locale Liceo musicale rimanendovi negli anni scolastici 1930-1933: qui egli rivelò la sua precisa attenzione allo studio che era sempre stato – e lo sarà costantemente – una delle aspirazione della vita del veronese; molti furono gli allievi, non solo in questi anni, ma anche più tardi e con loro il didatta Veretti dimostrò un’eccellente capacità. Con i musicisti-studenti – e lo si vedrà quasi costantemente in futuro – egli capì il disagio generazionale che si trasformò, soprattutto in lui, in ricerca continua, dagli esiti non sempre organici, comunque sorretta dalla lucida coscienza della posizione storica, in bilico tra il debito culturale (e politico) da pagare alle avanguardie del Novecento italiano e l’esigenza di aprire all’avanguardia europea che, nell’epoca tra le due guerre, apparve quanto mai rinnovatrice.
Nel medesimo periodo torinese, oltre alle piccole e consuete composizioni che il Nostro non dimenticava mai, lavorò all’opera Il favorito del re, commissionatagli dalla casa editrice Ricordi che lo pubblicherà, con una ricchissima iconografia, nel 1932; scritta su libretto di Arturo Rossato e basata sulla novella Storia del dormiente svegliato (una delle Mille e una notte); l’opera comica, in tre atti e quattro quadri, ambientata in epoca contemporanea nonostante la chiara risultanza classica, fu rappresentata alla Scala di Milano il 17 marzo 1932, grazie all’interessamento di Umberto Giordano e sotto la direzione di Franco Ghione. Questo lavoro teatrale differiva sensibilmente dalla produzione precedente di Veretti: esso segnò il distacco dalla corrente neoclassica, si caratterizzò per uno stile eclettico e in netta contrapposizione degli stili imperanti, con elementi eterogenei nei quali convivevano forme musicali antiche, chiari cenni di blues e jazz e con melodie di estrazione folklorica: il pubblico reagì assai negativamente, probabilmente, per una commistione musicale pressoché sconosciuta; l’opera fu riveduta, rinnovata e pubblicata nel 1954 con il titolo Burlesca.
Antonio Veretti se ne andò da Torino per stabilirsi a Roma nel 1933; qui, nel medesimo anno, fondò l’Accademia di musica della Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.) presso il Foro Mussolini (oggi Foro Italico) il cui scopo era quello di formare musicalmente e ideologicamente i giovani (dai 6 ai 21 anni): giuridicamente, l’Accademia, sempre da lui diretta, divenne ufficiale con Regio Decreto nel 1937. Nella capitale fu docente sino al 1943; andò, pure, al Conservatorio di Palermo ad insegnare composizione nel 1938. I primi prestigi arrivati con la presenza nella capitale furono quelli di diventare membro dell’Accademia di S. Cecilia e dell’Accademia Filarmonica romana.  La verve componentistica del veronese vide l’uscita de Il galante tiratore (o divertimento per la danza), su testo di R. Bacchelli ed ispirato ai poemi in prosa Le spleen de Paris di Charles Baudelaire: la banalità della vita moderna, ricca di malinconia e di dolore interiore sarà quella che porterà l’autore francese ai fiori del male; applaudirono la novità musicale gli spettatori al Casinò di Sanremo nel 1933. Il teatro musicale lo rivide quale autore di Una favola di Andersen (su testo proprio, tratto da La piccola fiammiferaia) con esordio a Venezia cui seguì, l’anno successivo 1936, Suite in Do, all’Augusteo romano.
Nel biennio 1936-37, sempre nella capitale, Veretti ricoprì l’incarico di docente di Storia della musica al Centro sperimentale di cinematografia; grazie a quest’impegno il compositore abbracciò anche il cinema: sarà l’autore di 11 colonne sonore per film, la prima delle quali avvenne nel 1935 con Le scarpe al sole di Marco Elter; attento, come sempre, a quanto accadeva nel mondo a lui vicino e nel quale conviveva fortemente, il compositore accettò – come in questo caso – poiché il film riguardava la memoria di un caduto in guerra d’Africa. Egli non fu mai un politico, ma offrì la sua bravura musicale soprattutto allorquando la patria doveva essere applaudita: avvenne così – per citarne qualcuno – con Lo squadrone bianco (1936), diretto da Augusto Genina, Bengasi (1942) sempre del medesimo regista che lo volle pure ne L’assedio dell’Alcazar (1940) dove entrambi vinsero la “Coppa Mussolini”; Veretti era un uomo di fede, un forte credente che, anche al cinema, volle offrire le sue note: musicò Cielo sulla palude del 1949 (omaggio alle vicende di S. Maria Goretti), sempre di Genina e insieme fecero pure Maddalena del 1954.
Prima che anche per la nostra patria mutasse sia il regime sia la mentalità, il compositore musicale veronese – la cui fama si era notevolmente affermata – volle dedicare altre opere di sicuro pregio sia al divertimento musicale sia al melodramma – non solo sacro, ovviamente – anche perché, oltre alla bellezza della musica, egli credeva assai nell’importanze del canto; citiamo, solo per capire le sue predisposizioni, una Sinfonia epica, per orchestra del 1939, un Divertimento per clavicembalo e sei strumenti, una Sinfonia sacra su testi biblici per coro maschile e orchestra senza dimenticare la vicenda de Il figliuol prodigo, un oratorio per soli, coro e orchestra del 1942 che ebbe un forte successo.
Com’è facile pensare, anche il Nostro visse la fine della guerra e, con essa, il mutamento di un lungo periodo nel quale la figura di un’Italia pressoché retta in maniera dittatoriale, poteva lasciare segni rilevanti: che non mancarono in un uomo culturalmente elevato e attento a ciò che la sua opera avrebbe potuto riservare sia nel presente sia nel futuro.
Secondo un grande critico musicale – come Massimo Mila – Veretti cambiò talune cifre caratteristiche del suo stile immedesimandosi in “un costruttivismo quasi geometrico, una sobrietà schiva e riservatissima” che trovarono nel dopoguerra naturale approdo nell’adozione della tecnica dodecafonica a partire dal Concerto per pianoforte e orchestra del 1949. Non sopportando gli insuccessi, volle rimettere in scena la Burlesca al Teatro dell’Opera di Roma il 29 gennaio 1955; l’accoglienza favorevole riscattò l’insuccesso della prima versione: Storia del dormiente svegliato.
Il lavoro più rappresentativo di questa fase e, forse, dell’intera produzione verettiana fu il “mistero coreografico e musicale” I sette peccati del 1956 (accolto alla Scala il 24 aprile con la direzione di Nino Sonzogno) dove “la consueta linearità e l’aristocratica eleganza di scrittura si animarono di un’inedita forza rappresentativa che dettero suggestiva evidenza all’insieme dei quadri sinfonici e corali destinati all’azione coreografica”; l’idea venne all’autore dopo la lettura del Purgatorio dantesco, aggiungendosi ai lavori d’ispirazione religiosa: qui, Veretti mise insieme un’unica serie dodecafonica, con sette quadri coreografici strutturati secondo modelli classici; in questo, aldilà e ben oltre ogni considerazione, egli cercò di accomunare quanto stava avvenendo (nel campo musicale) con ciò che appariva abbandonato. Se l’accostamento alla musica dodecafonica apparve, inizialmente, in maniera saltuaria come nelle Quattro poesie di Giorgio Vigolo (1952), poi il Nostro autore l’elevò come principio regolativo dell’intera composizione nell’Ouverture della campana per orchestra (1952) e nella Sonata per violino e pianoforte dedicata “a una figlia immaginaria”. Qui apparve quella vocazione mistico-lirica per brillare nella Prière pour demander une étoile (1966, su testo di Francis Jammes e commissionatagli dall’Accademia Chigiana di Siena) con una versione per coro e cappella dell’anno successivo: fu ascoltata nella basilica di San Domenico di Siena il 5 settembre assieme – tra l’altro – alla Lettura di Michelangelo di Roman Vlad; nel 1969, l’omonima Fondazione gli consegnerà il “Premio internazionale Guido d’Arezzo”.
In Veretti il ricorso alla tecnica dodecafonica si caratterizzò per la costante ricerca di un compromesso tra rigore formale ed espressività tradizionale, su una strada già intrapresa da grandi della musica dodecafonica italiana dei quali Luigi Dallapiccola fu il maestro. In quest’ulteriore lavoro religioso, egli coniugò l’idioma dodecafonico con una scrittura neomadrigalistica. Non dimenticò di avvicinarsi, attraverso le note, accordando la musica con il folklore, come le Elegie per canto, violino, clarinetto e chitarra su testi dialettali goriziani di Franco De Gironcoli, come le Tre bagatelle o musica da camera come Bicinia per violino e viola. Guardò anche la musica del passato e volle regalare un ricordo ad Orlando di Lasso e una Canzone in memoria di Arcangelo Corelli.
Negli anni cinquanta, non solo perché era diventato famoso, Veretti fu impegnato come direttore in vari conservatori statali: fu a Pesaro (1950-1952), a Cagliari (1953-1955) e dal 1956 a Firenze. Divenne membro delle più importanti accademie musicali italiane e fu chiamato alla presidenza dell’Accademia Nazionale di musica, lettere e arti figurative “Luigi Cherubini” di Firenze. Contribuì a fondare la Scuola di musica di Fiesole, il cui archivio, oggi, raccoglie tutte le sue opere, molti manoscritti e altre carte.
Scomparve, nell’ospedale Villa S. Pietro di Roma, il 12 luglio 1978. La moglie Ines rispettò il volere del marito: a Fiesole andò l’archivio, alla casa editrice Ricordi finirono tutte le opere pubblicate ed altre carte in piccoli archivi. Le musiche di Veretti oggi sono raramente eseguite; tuttavia si è concordi nel ritenere che il Nostro debba essere annoverato fra i maggiori esponenti della cosiddetta generazione di mezzo: aveva raccolto l’eredità di essa (Pizzetti e Casella in primis) aprendola verso l’idioma dodecafonico. Verona lo ha totalmente dimenticato come pure altre città non lo ricordano.

Bibliografia: essa è molto numerosa, soprattutto durante la vita dell’autore, per cui ci limitiamo alla più accessibile: Nicola Costarelli, Antonio Veretti, Milano, Ricordi, 1955; Massimo Mila, Sette peccati senza penitenza, in Cronache musicali 1955-1959, Torino, Einaudi, 1959, pp. 179-182; Antonio Trudu, Veretti, Antonio, in Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, dir. da A. Basso, s. II: Le biografie, v. 8, Torino, Utet, 1988, ad vocem (con bibliografia); Marco Materassi, Veretti, Antonio, in Dizionario biografico dei veronesi (secolo XX): vol. 2 (M-Z), a cura di G. F. Viviani, Verona, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona, 2006, pp. 853-854; Fiamma Nicolodi, Novecento in musica. Protagonisti, correnti, opere. I primi cinquant’anni, Milano, Il Saggiatore, 2018; Marco Targa, Veretti, Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, v. 98, Roma, Ist. Enc. It., 2020, pp. 726-728.

Giancarlo Volpato

FONTI:
Foto da: ilsaxofonoitaliano.it e mubi.com

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