Forti Lombroso Silvia

…a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Silvia Forti Lombroso

Scrittrice, scampata all’olocausto, Silvia Allegrina Forti nacque a Verona il 2 gennaio 1889 da Elia Alessandro e Alisa Cavalieri in una famiglia ebrea di classe media e molto colta; era la terza di quattro sorelle. Della sua vita giovanile assai poco si conosce, ma frequentò le scuole normalmente grazie, anche e soprattutto, per la buona economia della dinastia dei Forti: di questa generazione la Verona di allora conobbe la grandezza intellettuale e, senza scendere nel racconto di essa, ci limitiamo a ricordare Palazzo Forti, lasciato alla città, diventato Museo d’arte e dove sono raccolte, anche, delle collezioni importanti. Tra le proprietà dei Forti vi era un grande fondo agricolo, nella zona di Sabbioneta, in provincia di Mantova che fu – sempre – considerato un bene “degli ebrei” e, perciò, “degno di espropri” (e contro i quali la scrittrice si batterà fortemente); la famiglia possedeva, pure, un palazzo borghese a Piùbega, sempre nella piana mantovana, acquistato da Tommaso Bevilacqua, amministratore dei diversi fondi agricoli dei Forti a Piubega, nel 1960: una villa residenziale, che servirà, anche, quale luogo di salvezza per la scrittrice.
Nel 1913, Silvia Forti sposò Ugo Lombroso, anch’egli di razza ebraica, figlio del celebre medico Cesare (v. questo Sito): entrambe le famiglie – com’era spesso costume nelle unioni matrimoniali di censo – dedicarono poesie agli sposi per ricordare l’unione. Geniale cultore della fisiologia sperimentale, il giovane medico Lombroso affrontò numerosi capi d’indagine e di ricerca per una disciplina medica non ancora profondamente conosciuta e pubblicò un altissimo numero di saggi su questo argomento. Fu professore in atenei importanti: venne incaricato dell’insegnamento di fisiologia a Messina, poi a Palermo nel 1923; nel 1935 si trasferì a Genova presso la facoltà di medicina e chirurgia diventando direttore e occupandosi pure della facoltà di farmacia. Silvia Forti, nel frattempo, aveva messo al mondo Nora e Cesare jr. che diventerà medico, egli pure, come il padre e come il nonno del quale portava il nome. Silvia seguì il marito nelle varie città.
I Lombroso, persone di fama – ma non erano molto di meno i Forti – non s’iscrissero mai al partito dominante e per questo non godettero di fortuna; Ugo, il marito con il quale la nostra futura scrittrice condivise la vita, le gioie e i molti dolori, era notoriamente antifascista e socialista: dedicava la sua vita all’università e alla famiglia; ciononostante era piuttosto perseguitato e su di lui, non sempre correttamente, piovevano istanze non positive del regime; qualcuno, nel 1935, lo denunciò quale cospiratore, con i Rosselli rifugiati a Parigi, di fermenti politici contro la condotta fascista: di questo fatto – che gli sarebbe costato la vita – non parla Silvia Forti nel suo diario, né sembra veritiero questo evento; dalle carte esistenti non apparve mai qualcosa di concreto.
I provvedimenti amministrativi e legislativi, passati sotto il nome di leggi razziali, furono varati da Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938 e approvati dal Consiglio dei Ministri il 10 novembre di quell’anno: stabilivano la segregazione e l’esclusione della popolazione ebraica dalla vita civile, sociale e professionale italiana. La famiglia Lombroso, da sempre di solidi sentimenti socialisti ed antifascisti ed alla quale quelle norme avrebbero vietato ogni possibilità di lavoro, emigrò in Francia nel 1939: a Parigi, dove era già conosciuto, il marito della Forti diverrà Maître de Recherche presso l’École de Médecine. Non saranno seguiti dai figli i quali andranno negli Stati Uniti; la figlia Nora aveva sposato, nell’aprile di quell’anno, lo scienziato Bruno Benedetto Rossi, fisico di fama internazionale e uno dei massimi esperti dei raggi cosmici che si trasferì prima a Chicago e poi alla Cornell University: era amico di Enrico Fermi e di Emilio Segré; il figlio andrà a Boston dove, nel dopoguerra, sarà il primario del Boston Children’s Hospital per trasferirsi, poi, a New York dove si sposerà con Irena “Rysia” Kister, originaria di Vilnius ma non di cittadinanza lituana: sarà una forte diffonditrice della cultura polacca negli Stati Uniti. Nel giugno 1940 la Francia venne invasa dai tedeschi e per gli ebrei – quindi anche per la famiglia Lombroso – era segnato un tragico futuro.
Già noti antifascisti, la questura genovese segnalò questi coniugi come sospettati di contrabbando di valuta: certamente aiutavano gli ebrei a fuggire anche per il fatto che, finanziariamente, se lo potevano permettere. Erano appena rientrati in Italia: il marito e Silvia si rifugiarono a Torino, si nascosero a Ivrea; la fine del fascismo, il 25 luglio 1943, rappresentò solo una breve sosta di respiro: dopo l’armistizio con gli angloamericani, i tedeschi dilagarono nella penisola e la fuga dei coniugi Lombroso riprese: si rifugiarono a Piùbega, nella casa di proprietà, nel paesello mantovano. Poco dopo, poiché inseguiti e per paura, arrivarono a Ulivello in Chianti, nella provincia fiorentina; la loro bella residenza mantovana venne requisita dai tedeschi e diventò sede del Comando di zona. Nel villaggio della Toscana assunsero il cognome di Lombardi ed ella divenne Fiore di nome; scriverà nel libro-diario la nostra autrice: “A poco mi abituo ad essere la signora Lombardi. È una sensazione strana: sono viva, eppure sono già morta. Non sono più io; non esisto più”. Tuttavia, ciò permise loro di muoversi nella zona di Firenze fino a novembre 1943 quando furono accusati di falsità e riconosciuti ancora come ebrei: era caduto Mussolini quale governatore dell’Italia, ma la Repubblica di Salò li aveva perseguiti; non li avevano dimenticati i tedeschi: questi – purtroppo tutto è noto, ma lasciato spesso nella dimenticanza – erano ancora più risoluti nei confronti degli europei di religione e di origine ebraica. I coniugi Lombroso riuscirono a non farsi prendere dal momento che, da allora, divenne ancora più doloroso l’olocausto degli ebrei nei campi di concentramento nazisti; si rifugiarono al centro sfollati di Roma dove rimasero sino al settembre 1944: fu, forse, l’attenzione dei due coniugi, piuttosto che la fortuna, a risparmiarli quando i tedeschi, nell’agosto di quell’anno, non esitarono a bombardare spietatamente anche i quartieri sulla sponda dell’Arno: Silvia Forti e Ugo Lombroso se ne erano andati da poco. Come gli altri docenti, il professore fu reintegrato in servizio il 1° novembre 1945 (con decorrenza dal 1° giugno 1944) nell’ateneo genovese: anche per la nostra scrittrice sembrava finito il lungo e pericoloso percorso che l’Italia di allora aveva riservato a molte persone: ma la loro casa nel capoluogo ligure era stata distrutta dai bombardamenti e andarono ad abitare a Ivrea.
Furono quei lunghi e assai difficili anni che videro Silvia Forti chinarsi sulle pagine di carta e scrivere quello che appare, ancor oggi, uno dei diari più interessanti, più umanamente incomprensibili e, nello stesso tempo, veritieri e pieni di ingiustizie effettuate nell’Italia di allora: “Vivi, siamo arrivati alla fine, per una grazia che molti non hanno avuta; ed oggi non si desidera e non si cerca che di dimenticare”. Fu questo l’esordio del suo diario, che poi diventò uno dei libri più sinceri e forti sull’epoca dell’odio verso gli ebrei e assai preciso nella descrizione dei giorni; tra gli scritti sulla Shoah, questo occupa uno spazio rilevante: non dalla parte dei deportati, ma dalla parte della clandestinità e, quindi, visto sempre, con il terrore di quello che, fortunatamente, non avvenne.
Scritto a caldo, sempre di nascosto, il libro di Silvia Forti è uno dei primi documenti autentici della Shoah italiana: un memoriale franco e severo, che non risparmiò (e non risparmia tuttora) accuse ai vili, ai complici, agli indifferenti. Questo – che l’autrice considerava solo come un diario – avrebbe dovuto vedere la pubblicazione nell’estate del 1943, alla caduta del regime dopo l’arresto di Mussolini, ma l’Italia finì sotto la morsa dei tedeschi – come sopra scritto – assai più risoluti contro qualunque europeo fosse appartenente alla razza ebraica. Per sottrarsi alle retate e ai vagoni-merci che avviavano gli ebrei ai campi di sterminio, Silvia dovette eclissarsi: continuava, però, la stesura delle sue impressioni sugli eventi; fu certamente il periodo più difficile, “una serie ininterrotta di dolori e di spaventi” come non ebbe mai vergogna di comunicare; dalle righe dell’autrice affiorano notizie inedite, sconosciute: ci permettiamo di comunicarne una che, da sola, fa capire l’efferatezza e la violenza non solo morale dei persecutori: “10 ottobre 1943 a Venezia. [I tedeschi] sono andati in comunità a chiedere gli elenchi delle famiglie con gli indirizzi. Il prof. Y. un medico filantropo molto amato, li ha promessi per l’indomani. Nella notte ha distrutto tutti i registri e si è ucciso”.
La pubblicazione avrebbe dovuto avvenire quando l’autrice avrebbe desiderato; invece essa dovette attendere la liberazione, dopo il 25 aprile 1945: uscì per i tipi delle edizioni Dalmazia di Roma, ma solo in cento copie, presto esaurite. L’autrice non aveva dato titolo e, in quel momento, probabilmente non sarebbe stato neppure comodo chiamarlo con qualcosa che ricordasse ciò che era appena avvenuto: uscì con il titolo Si può stampare; era chiara la ragione, dato che le leggi crudeli erano finite e quel senso dell’Imprimatur non era venuto mai meno: lo aveva voluto Ernesto Buonaiuti, presbitero, scomunicato e, invece, assai lodato da papa Francesco per l’illuminazione moderna dei suoi pensieri teologici: aveva cantato il dialogo fra mondo ebraico e mondo cristiano.
Il libro conobbe una veloce versione in America, nel 1946, con il titolo No time for silence: anche qui le copie furono poche. La ristampa anastatica del libretto, Si può stampare: pagine vissute, 1938-1945, si deve alla Fondazione Cdec di Milano (Centro di documentazione ebraica contemporanea), proposta nella collana “Scale Matte” (dal nome degli edifici del ghetto di Venezia) per i tipi de “Il Prato” di Saonara (Padova) nel 1989. L’opera è un grande tassello di quel caleidoscopio letterario di cui si è perduta memoria: inizia da Genova, 2 ottobre 1938, con il dolore di una madre che vede partire il figlio per salvarlo; e continua tra lacerazioni, valigie da preparare, spostamenti da fare, rincorsi paurosi tra silenzi e paure; Silvia Forti, nella continuità anormale, osserva persone e fatti, eventi e atti di silenzio; scrittrice asciutta e senza molti fronzoli, ella guarda la guerra e gli “attori” (ebrei) costretti a seguire strade che non avrebbero mai voluto; si leggono gli editti e gli eventi conseguenti. Nelle pagine di questo libro-diario, appaiono chiaramente i due volti dell’Italia del tempo: quello assolutamente dominante dell’indifferenza, della complicità, del consenso, dell’ipocrisia (bene descritta nella coppia dei vicini di casa desiderosi di portare via tutto il possibile: perfettamente disinvolti e assolutamente non vicini ai dolori e alle morti); Silvia Forti si guardava attorno con grande lucidità, apparentemente con uno sguardo sereno, ma sentendo sempre nel cuore il dramma di ciò che stava accadendo a lei, ai suoi cari ma con una partecipazione attiva per tutti coloro che il fuoco dell’odio stava bruciando. Nella pagine del libro-diario si vedono gli spettatori: per egoismo, per superficialità, per amore del quieto vivere personale fanno finta d’ignorare le sofferenze degli altri; ma – con una partecipazione che ancora oggi non dovrebbe lasciare nessuno nell’indifferenza – Silvia, con la sua penna, decide di agire per cercare di fare conoscere l’infinito dolore che travolse tante creature.
Nelle pagine di questo diario appare anche l’altro volto dell’Italia al tempo delle persecuzioni razziste: quello della comunità, assolutamente minoritaria, che non rinunciò a proteggere gli ebrei, pagando duramente per questo; questi ultimi erano definiti, con disprezzo, dal regime e dalla stampa, “pietisti”: come oggi vengono definiti, con analogo disprezzo, “buonisti” coloro che soccorrono e accolgono i bisognosi. A questi, ella dedicò alcuni pensieri che appare giusto ricordare: “Ripenso a voi, nobili e cari indimenticabili amici che ci siete venuti incontro nell’ora del dolore…” e, ricordandoli, concluse: “Una parola fu coniata per voi: “pietisti”, e vi fu gettata in faccia come un’accusa”.
Agli “attori”, come Silvia Forti definì i perseguitati dei quali ella e il marito erano parte attiva (i figli abitavano all’estero), l’autrice dedicò il pianto di se stessa, il dolore della solitudine, la paura costante, l’incertezza del giorno dopo, soprattutto quando vedeva “i grandi carrozzoni chiusi fermarsi davanti a qualche casa… e poi, portati direttamente alle carceri per fare nuovo spazio per le nuove retate”; e descriveva il “dolore silenzioso” che ella coglieva nello “sguardo del parroco del paese per portargli una lettera da consegnare ai figliuoli nel caso di nostra morte”. Più volte si avverte nella lettura di questo diario un giudizio amaro, ma sincero e sempre vero: “ho osservato la non reazione nelle persone anche intelligenti, anche in quelle considerate buone”. L’amarezza veritiera e mai cancellabile dell’apparenza era forte e palpabile anche allora, come sempre, come oggi e come sarà per tutti coloro che hanno solo forma esteriore.
Recentemente, presso Carlo Pistoni mantovano e figlio della signora Gabriella Bevilacqua (figlia di Tommaso Bevilacqua), sono state ritrovate la prima copia edita del 1945 con dedica dell’autrice ed altra documentazione della stessa. Nel libro, inoltre, era conservata la corrispondenza da Fossoli della nipote di Silvia, figlia della sorella Luisa, che purtroppo finì ad Auschwitz.
Nel 1952, il marito Ugo Lombroso scomparve a Genova: Silvia si trasferì nel 1956 a Cambridge, negli Stati Uniti, ospite della figlia e dei nipoti. Spostandosi tra America e Italia, la nostra veronese passò molti anni dedicandosi anche ad attività per gli altri. Nel 1969 pubblicò il suo secondo libro di memorie: Case di sogno, case di mattoni (Genova, Sagep) nel quale l’autrice ripercorse la propria esperienza di giovane sposa nella casa dei Lombroso: acute e interessanti appaiono, ancora oggi, alcune osservazioni su una progenie di acuta intelligenza e raramente compresa, forse non solo allora, per la genialità che portava con sé. Anche questa famiglia, come parte di quella dei Forti, fu superstite dell’olocausto italiano.
Silvia Forti non ritornò più a Verona, ma condusse gli ultimi periodi della sua vita spostandosi tra Genova, Roma e soprattutto passando anni negli Stati Uniti a Cambridge nel Massachusetts; ritornata a Roma, qui scomparve nel luglio 1979. Verona l’ha dimenticata. Qualche sua lettera ai familiari (1930-1943) è conservata nell’“Archivio Viesseux” a Firenze.

 Bibliografia: Giuseppina Bock Berti, Lombroso, Ugo, in Dizionario Biografico degli Italiani, v. 65, 2005, pp. 553-555; Maria Vittoria Adami, Silvia Forti Lombroso, ebrea veronese in fuga dall’Italia, “L’Arena”, 19 giugno 2019, p. 18; Felice Laudadio, Si può stampare di Silvia Lombroso, “Solo libri”, 25 genn. 2020, pp. 18-20; Vincenzo Passarini, Giornata della memoria. Silvia Forti Lombroso: “una coppia come tante” e “I pietisti”, “Itlodeo. L’utopia che non muore”, 27 genn. 2021, pp. 6-9; Mara Josi, Emotions Out of Pages: Si può stampare by Silvia Forti Lombroso, “Close Encounters in War Journal”, 2021, n. 4, pp. 169-189; Gilberto Scuderi, La cronaca di una deportazione. Ecco i diari che raccontano l’orrore, “Gazzetta di Mantova”, 31 genn. 2023, p. 29; Patrizia Guarnieri, Intellettuali in fuga dall’Italia fascista. Migranti, esuli e rifugiati per motivi politici e razziali, Firenze, Firenze University Press, 2° ed., 2023; Nancy Harrowitz, Fascism, Patria, Identity: Silvia Forti Lombroso and Jewish persecution, 1938-1943, “Rivista Storica Italiana”, v. CXXXVII, 2025, III, pp. 1142-1161.

Giancarlo Volpato

FONTI:
Foto da: Wikipedia

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