Tedeschi Treves Virginia

…a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Virginia Tedeschi Treves

Chi è Virginia Tedeschi Treves,

Scrittrice, giornalista, Virginia Tedeschi nacque a Verona il 22 marzo 1849 da una famiglia di commercianti di filati. Il padre Guglielmo, che aveva sposato Dolce Basevi proveniente da una progenie di commercianti essi stessi, era socio della più importante casa editrice veronese, la Drucker & Tedeschi. Grazie certamente alle possibilità economiche, ella poté studiare anche se per poco, essendo una donna. Virginia ebbe sempre lo spirito della scrittrice e si dilettò sin dall’adolescenza. A 21 anni andò sposa a Giuseppe Treves (era il 21 settembre 1870), il quale – assieme al fratello Emilio – era alla guida della più nota e della più importante casa editrice italiana. Lasciò Verona per andare a stabilirsi a Milano dov’era la sede, anche legale, della medesima grande officina peraltro già conosciuta anche all’estero.
Grazie alla ricca dote che Virginia Tedeschi portò con sé, Giuseppe Treves allargò e rifece buona parte degli impianti della sua azienda: l’impresa assunse così la denominazione “Casa editrice Fratelli Treves” dal momento che, prima, invece, portava il solo nome di Emilio, il vero fondatore.
Dal matrimonio non nacquero figli; la nuova arrivata, però, sottoponendosi, all’inizio, ad una vera e propria scuola pedagogica, fu una delle anime più rilevanti dell’azienda. Qui, dette prova delle sue eccelse qualità di scrittrice, di imprenditrice, di donna attenta all’educazione dei bambini e al riscatto sociale delle donne che avevano, da sempre, subito il ruolo di sudditanza verso gli uomini. Si presentò subito come persona di lettere e di polso che dette un contributo assai rilevante al prestigio della casa editrice, allo sviluppo delle collane, ai rapporti con autori, scrittori, editori e verso coloro che, a qualsiasi titolo, si avvicinavano alla più importante casa italiana del settore.
Esordì – e fu il primo di una lunga serie, sempre con le edizioni Treves – con il romanzo “Il regno della donna”, nel 1879. Non ancora del tutto convinta della vera grande rilevanza femminile, in quest’opera ella vagheggiò ancora che il regno della donna doveva essere il focolare domestico, il luogo eletto dov’ella poteva eccellere e trarre godimento. Fu l’unico romanzo con questo sfondo perché, ben presto, ella stessa si pentì: da allora in poi, il ruolo femminile mutò nella sua logica e nei suoi libri.
Adottò – e per sempre rimase per lei lo pseudonimo con il quale firmò tutte le sue opere – il nome di Cordelia, la mitica eroina shakespeariana dell’opera “Re Lear”.
In casa Treves erano già nati i giornali, settimanali illustrati o mensili e, poco dopo l’inserimento di Virginia Tedeschi, vide la luce anche il “Corriere di Milano”, quotidiano liberale costituzionale da cui uscirà il più celebre “Corriere della sera”.
Cordelia – con questo pseudonimo ella sarà universalmente riconosciuta nel mondo delle lettere – si mise a scrivere per i bambini: “Piccoli eroi” riscosse un tale successo che arrivò sino alla 62° edizione e, poi, “Il regno delle fate”, “Il castello di Barbanera”, “Racconti di Natale” e una lunga serie che si unì a quel grande, fortunato filone della letteratura per ragazzi che, nella seconda metà dell’Ottocento, influì fortemente sull’educazione dei piccoli.

Treves giornale fanciulli

Per loro fondò e diresse “Il giornale dei fanciulli” (1881-1891: questo periodico contribuì moltissimo alla conoscenza di Emilio Salgàri e di Robert L. Stevenson) e “Mondo piccino” che fu, anche, il titolo di una collana per i più piccoli.
Con molta probabilità, Virginia adottò lo pseudonimo di Cordelia poiché, in quegli anni, uscì un giornale per fanciulle che portava quel nome e faceva concorrenza a quelli della casa Treves. Angelo De Gubernatis, proprietario di molti titoli per le ragazze ed anche del giornale “Cordelia”, definì la sua presumibile avversaria, come “la più gentile, la più educata e la più importante” scrittrice della letteratura infantile italiana.
Intanto la casa editrice Treves si andava ulteriormente affermando grazie alle riviste illustrate che presentavano un’Italia meno nota se non, addirittura, sconosciuta. Importante, anche in queste occasioni fu l’apporto di Virginia Tedeschi. Qualche mese prima del suo matrimonio era uscita “Illustrazione popolare” con due numeri la settimana e poi a cadenza settimanale: da questa nacque la celeberrima “Illustrazione italiana” che portò, nelle case degli italiani, la gioia della conoscenza della penisola, dei luoghi mai visti ma di straordinaria bellezza: la volle Emilio Treves, ma alla cognata chiese l’aiuto, l’apporto, la disponibilità; nel 1939, alla chiusura forzata della casa editrice, in seguito alle leggi razziali fasciste, essa passò alla Garzanti come tutto l’impianto della vecchia “Fratelli Treves”. Non va dimenticato che i Treves, come i Basevi, come i Tedeschi, erano ebrei.
Virginia non era solo un’abile scrittrice e un’imprenditrice di polso: era anche una signora. E, come tale, aveva aperto un salotto letterario a Milano e a Pallanza (Verbania) dove ella e il marito avevano una villa sulle rive del Lago Maggiore. I nomi ricorrenti nei ricevimenti culturali erano quelli degli scrittori più rilevanti dell’epoca: Giuseppe Giacosa, Arrigo Boito, Gerolamo Rovetta, Ada Negri, Eugenio Torelli-Viollier, Annie Vivanti, Ugo Ojetti, Giovanni Verga che abitava a Milano, in quel periodo (non si dimentichi che lo scrittore siciliano pubblicava sempre con Treves anche le sue opere immortali); nei loro soggiorni nel capoluogo lombardo si aggregavano anche Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse, Matilde Serao, Luigi Capuana e gli stranieri che la casa editrice faceva conoscere in Italia. Quando, nel 1904, scomparve suo marito Giuseppe, Virginia prese anche il suo posto nel rafforzare la casa editrice. Durante la sua vita operosa in casa Treves, nacquero le prestigiose collane “Biblioteca amena”, “Biblioteca dei viaggi”, “Biblioteca delle meraviglie”, assieme ad altre e furono tradotte molte opere di autori stranieri.
Da donna, imprenditrice e scrittrice, Virginia Tedeschi dedicò molte attenzioni alle donne. Mutando completando la sua iniziale tendenza, ella diede alle stampe opere consacrate al riscatto della vita femminile. Durante la sua epoca la donna non doveva lavorare e, se lo faceva, era per necessità assoluta; quella della buona borghesia non si sognava neppure d’avere un’occupazione, tranne quella di scrivere e di educare i figli. Proprio per dare risposte concrete alle sue domande, invece, fu tra i fondatori del “Lyceum” di Milano, sorto per incoraggiare le donne negli studi e alle opere artistiche, scientifiche e umanitarie. Per queste – e per tutte le altre – pubblicò “Le donne che lavorano”: uscì pochi mesi prima della scomparsa della sua autrice. Virginia Tedeschi Treves se ne andò, infatti, a Milano, il 7 luglio 1916.
Verona l’ha pressoché dimenticata, mentre molte città le hanno dedicato una via. Un suo ritratto, opera del pittore veronese Umberto Bazzoli, appare nella bella rivista scaligera “La ronda” (20 gennaio 1884).

Bibliografia: la scrittrice è stata completamente dimenticata; il suo nome ricorre solamente all’interno delle storie sulla letteratura infantile e allorquando si parla della casa editrice. L’unica nota è quella di Claudio Gallo, “Tedeschi Treves Virginia”, in “Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX°)”, a cura di G. F. Viviani, Verona 2006, p. 802.

Giancarlo Volpato

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