Vassalini Ida

… a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Ida Vassalini 2

Chi è Ida Vassalini,

Ida Vassalini 1 

 

Filosofa, insegnante, poetessa, indologa, Ida Vassalini nacque a Verona il 1° novembre 1891 in una famiglia benestante il cui padre, Bartolomeo, era figura nota nel campo dell’economia cittadina. Manifestò grande interesse per la filologia classica (al pari della sorella Caterina, più nota nell’ambito culturale veronese) per cui frequentò il Liceo Ginnasio “S. Maffei”; conseguì la laurea proprio nella disciplina a lei congeniale a Padova; poi, pensò bene di prendere una seconda laurea – questa volta in filosofia – all’università di Milano.
Qui ebbe maestri importanti dai quali assorbì l’amore incondizionato per la speculazione filosofica; degli stessi ella diventerà, in seguito, un’amica profonda e propositiva: Piero Martinetti e Giuseppe Rensi (si veda il profilo in questo Sito).
Da allora, Ida Vassalini alternò la sua esistenza tra l’amata Verona e la più comoda Milano dove passò la sua vita d’insegnante nei licei cittadini.
In età giovanile, intorno agli anni Trenta, cominciò a studiare il sanscrito e le lingue indi poiché rimase attratta dalla lettura dei poemi e dei canti filosofici indiani. S’innamorò, perdutamente, dei sentimenti profondi e più veri dell’antica civiltà di un paese che, solo allora, si stava affacciando alla ribalta del mondo occidentale. Con i suoi maestri – oralmente e attraverso corrispondenza – Ida Vassalini intrattenne sempre un rapporto di profondo amore e di corresponsione; con gli antichi maestri indiani e delle religioni indiane, condivise il senso amoroso della vita, della quiete dello spirito e della comunanza per la pace.
Precedentemente, aveva perduto in guerra il fratello Ugo, giovanissimo, studente modello, ma attratto dal fascino dell’ideologia delle liberazione attraverso la donazione alla patria. Fu, per lei, un colpo fortissimo che portò con sé, sempre vivissimo, attraverso tutti i suoi pensieri: egli rimarrà come un nume tutelare per tutta la vita.
Nel 1919 aderì alla Lega Internazionale Femminile per la Pace e la Libertà (WILPF) con sede a Ginevra: ne fu segretaria per l’Italia, vi partecipò attivamente, fino al 1927, quando decise di allontanarsene in seguito all’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti negli Stati Uniti: nonostante la sua forte presa di posizione, la Lega non aderì alzando la propria voce contro la pena di morte che la Vassalini, invece, invocò sempre e con la massima libertà.
Nel 1923 tradusse “Nazionalismo” di Rabindranath Tagore (Lanciano, Carabba) dove il premio Nobel per la letteratura condannava qualsiasi forma di nazionalismo, contrario al bene degli individui e alla cooperazione tra i popoli. In quegli anni, ella contrasse amicizia anche con pionieri e alfieri della libertà di pensiero e dello spirito come Carlo Sforza, ma soprattutto Aldo Capitini con il quale intrattenne anche un breve epistolario.
Intanto veniva pubblicando i suoi versi: “Liriche del dubbio”, videro la luce a Bergamo nel 1931. Il dubbio venne dal pensiero di Rensi e travagliò tutta l’esistenza di Ida Vassalini: era il presupposto per la ricerca della luce, attesa, desiderata, invocata, improvvisa, rapida, suadente, dolce e feroce insieme che si sperdeva nei rami contorti delle regioni dell’infinito.
Tradusse e pubblicò “Bhagavad Gītā” (“Il Canto del Beato”), parte del poema epico indiano “Mahabharata” composto intorno al V° sec. a.C. Lo tradusse in esametri “barbari” per dare vigore al tono dei versi: uscì a Bari, presso Laterza nel 1943. Nello stesso tempo traduceva piccole cose sempre dal sanscrito e dalle lingue indi e molti accenti di quel mondo divennero forza possente per le sue lezioni, per suoi scritti di filosofia, per le sue poesie. Nel suo pensiero, la fede cristiana e quella dei maestri indiani del passato trovarono una fusione maggiore di quanto si potesse supporre. Se ne accorse anche il maggiore teologo del tempo, Romano Guardini, che conobbe e apprezzò l’impostazione metodologica e religiosa della Vassalini.
Fu una formidabile lettrice; spesso fu nella sua casa sul Lago di Garda, che condivise, assai sovente, con amiche dalle idee quasi libertarie e, comunque, profondamente aperte a qualsiasi tensione filosofico-sociale che non toccasse i tasti della conservazione becera e poco feconda. Amò quello scetticismo rensiano che il suo maestro di Villafranca (VR) gli aveva inculcato e lo fece proprio, ma non le vietò di nutrire una tensione luminosa verso orizzonti che altre persone neppure sognavano. Si era opposta – ad esempio – all’obbligo della sottoscrizione al fascismo e per questo ebbe timore di perdere il posto d’insegnante al liceo milanese (ma ciò, fortunatamente, non avvenne, nonostante fosse stata l’unica dell’istituto ad opporsi).
Lodò, fece proprio l’insegnamento di Maria Montessori verso i bambini e ascoltò con desiderata passione le voci della fanciullezza.
Dopo il 1945 Ida Vassalini entrò tra i collaboratori de “Lo Stato moderno”, una rivista che proclamava la formazione degli stati uniti d’Europa: una forma antesignana di ciò che sarebbe arrivato di lì a poco. La lungimiranza della sua visuale aveva profondamente aspirato al superamento delle barriere anche in una visione utopica, ma nel senso migliore del termine: si proclamavano la giustizia, la pace, il diritto come fonti per il riconoscimento leale del genere umano nella sua interezza. In quegli anni entrò anche come vice-bibliotecaria della Società Letteraria di Verona, della quale ella aveva sempre fatto parte.
Verso la fine della sua vita imparò la lingua “pali” (una variante del sanscrito) e tradusse il “Dhammapada”, la legge che sostiene l’universo, espressione del buddismo più antico. Fu la logica conclusione della sua ricerca della verità e dell’affinità tra le fedi.
Ida Vassalini concluse la sua vita a Milano il 21 dicembre 1953.  

Bibliografia: non si è scritto molto su di lei, eccetto brevi note in occasioni importanti. Ha fatto giustizia, con un bellissimo saggio, Elisabetta Zampini, “Nel grido d’una gioia: la voce di Ida Vassalini: (Verona 1891-Milano 1953)”, Verona, QuiEdit, 2013. 

 Giancarlo Volpato

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