Prati Eugenio

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Eugenio Prati

Pittore, scultore, Eugenio Prati nacque a Cerro Veronese, in contrada Bertin, il 7 settembre 1889; il padre, fabbro geniale e direttore della banda musicale del paese, lo educò alla musica e al lavoro manuale; imparò a suonare il clarinetto e a utilizzare in modo corretto gli utensili: questo suo eclettismo lo accompagnò per tutta la vita. Dodicenne, si trasferì, con la famiglia, a Verona e frequentò il Patronato Operaio “Stimate”, una specie di liceo delle arti applicate all’industria; fu la sua palestra di formazione culturale e spirituale, dove si diplomò in disegno e in materie plastiche. Fu ammesso all’Accademia Cignaroli dove concluse brillantemente con un “curriculum” di altissimo livello costellato di premi annuali e di menzioni d’onore. Gli furono maestri Egidio Girelli per la scultura, Giovanni Quintarelli per la formazione umanistica, Carlo Donati per la pittura, Alfonso Modonesi per l’architettura e Alfredo Savini quale direttore dell’Accademia stessa.
Fu un apprendistato apparentemente senza contraccolpi, ma il sorprendente talento del giovane superò l’insegnamento ricevuto poiché lo permeò di una personalissima capacità di piegare a sé la materia, qualunque essa fosse: questa novità – rispetto a quanto stava accadendo alla Verona del tempo – lo collocò in un’aura diversa tanto che quasi tutti i critici, sbagliando largamente, lo credettero una forma di autodidattismo.
Nel 1911 approdò a Verona Felice Casorati, l’artefice della grande trasformazione pittorica della città scaligera che visse, in quegli anni, un periodo di grande, immenso fulgore culturale. Prati fu amico di tutti anche se la sua personalità – molto distaccata e dalla formazione protesa alle novità – raramente lo fece diventare un protagonista. Fu adottato dalle libere menti veronesi dell’epoca (Lionello Fiumi, Sandro Baganzani, Ettore Beraldini, Nurdio e Guido Trentini, Giuseppe Zancolli, Angelo Zamboni, Bruno e Filippo Nereo Vignola, Pino Casarini, C. Umberto Zerbinati) e dalle grandi personalità della cultura italiana (Massimo Bontempelli, Enrico Prampolini, Aldo Palazzeschi e altri). Fu chiamato alle armi e fece il soldato durante la prima guerra mondiale.
Fu un uomo e un artista che guardò, con occhio attento e trasognato, le figure della sua Lessinia. All’inizio disdegnò le mostre dove non volle portare i suoi bistri o i suoi pastelli né i suoi gessi; poi, l’amabile insistenza degli amici lo convinse. Fu folgorante l’impatto delle sue opere con il pubblico: il segno glabro, antigrazioso, scevro di linee morbide, senza edulcorazione diventava potente nella sofferenza bruta della carne, nell’allucinazione percettibile, nell’idiozia delle sagome e dei volti, nel sarcasmo, nelle luminose metafore. Fu uno dei massimi traslitteratori d’avanguardia che aveva scavalcato le forme cubo-futuriste. Nel 1918 tutti s’accorsero di lui: fu come un fermento che corse tra i critici anche se appariva un uomo strano, diverso, per quei suoi lunghi silenzi. Alto, allampanato, dal viso dolce, dipingeva persone stralunate “in un cielo senza sole, non trapunto di stelle e dove, immoti, gli sguardi erano senza pupille”.
Artista caro, fraterno, Prati non s’allontanò mai dal figurativo: lo rimodellò, lo ricostruì a propria immagine, lo reinventò, lo caratterizzò con un’impronta personalissima. Verona, nel 1918, gli dedicò due esposizioni dov’egli portò disegni, sculture, bassorilievi, bistri: fu il suo personale tributo d’amore e di affetto per quanto era successo a Caporetto. Usò il bronzo, il gesso, la creta per le sculture; nei disegni, avvalorati e resi quasi eterei dal bistro, si percepiva una creatività naturale e nuova rispetto al colorismo di quegli anni e degli amici pittori. Il verismo crudo dei suoi personaggi, la tendenza al titanismo, la convulsa emozione delle sue figure suscitarono in tutti una pulsione precedentemente sconosciuta. Di grande effetto le sue sanguigne dove i corpi, quasi sempre allampanati e dai volti stralunati, fecero guardare a lui – soprattutto da artisti stranieri di grande fama – come ad un artista nuovo, diverso; uomo dai pochi sorrisi, dal volto bianco e dallo sguardo dolcissimo, rappresentò per Verona e per l’arte del tempo una meteora. Le esposizioni delle città del Nord Italia si contesero le sue opere mentre egli viveva, solitario e dallo sguardo immerso nel mondo, lontano dalle smodate e ricche manifestazioni.
Era amico di tutti gli artisti, era notissimo, era l’emblema della diversità intelligente; ma il montanaro – quell’anima solitaria che portò sempre con sé – si ritirò in San Bernardino, presso il convento quale ospite dove volle restare da solo: a dipingere, a modellare sculture. Fece vita quasi da eremita, ma gli amici veronesi (artisti, scrittori) erano sempre da lui: per quella sua mitezza e per quella sua purezza di carattere, per quella sua bontà definita quella del “villano che s’inurba”. Lo volle conoscere Massimo Bontempelli, il quale confessò che quel Bevitore di latte, un disegno in bistro, lo “aveva stregato”; a lui Prati, su uno sfondo “magico”, ne volle eternare la testa assieme a quella di Lionello Fiumi. Partecipò a tutte le mostre, fece un bozzetto per la statua di Gaspare Bertoni (ora santo) in quell’oratorio delle Stimmate che l’aveva accolto alla discesa della Lessinia. Nel 1926, Venezia ospitò un suo gesso durante una mostra: fu l’ultima uscita del “mago di San Bernardino”. Se ne andò in Brasile, in silenzio, come aveva vissuto a Verona. Là si rifece un’altra vita; sposò una donna del luogo. Dipinse i diseredati delle “favelas” e si dedicò ad erigere monumenti funebri. Divenne celebre, scolpì bassorilievi, statue con squarci di dolore e di disperazione ma sempre legati ad un misticismo e ad una trascendenza che, in una lettera a Lionello Fiumi (v. questo Sito), giustificava come “opere fatte per i morti/vivendo sempre con l’illusione di farne per vivi”. Non dimenticò mai gli antichi amori: i bistri e le sanguigne, le tempere, gli oli, i pastelli e qualche piccola scultura.
Novantenne, scomparve a San Paolo di Brasile, dove aveva vissuto, il 12 novembre 1979. Cerro Veronese, dove la sua fama è intatta, gli ha dedicato due mostre postume, la più importante delle quali fu quella del 1995 dove la figlia portò molte realizzazioni inedite. Sue opere si trovano presso privati, nelle case degli amici d’un tempo e nei musei soprattutto in quello d’Arte moderna di San Paolo del Brasile. Un ritratto di lui (opera di A. Zamboni del 1914) si trova al Museo di Castelvecchio ed è presente pure un suo autoritratto ad olio. Due splendide, bellissime sculture di figure femminili sono presso il “Centro internazionale L. Fiumi” a Verona. Cerro Veronese gli ha dedicato la scuola elementare ed una via.

Bibliografia: Massimo Gaglione, Eugenio Prati, in Id., I giovani, Caserta, Tip. dell’Unione, 1918, pp. 133-140; Lionello Fiumi, Prati, il mago di San Bernadino, in Id., Li ho veduti così. Figure ed episodi nella Verona della mia adolescenza, Verona, Vita Veronese, 1952, pp. 89-97; Escultor Prati: sua obra no Brasil. Obras escultorais de arte funeraria monumental, São Paulo, Pocai, 1940; Prati a seu mundo, São Paulo, Museu de Arte de São Paulo, 1972; Giancarlo Volpato, Eugenio Prati, in Cerro Veronese: un territorio e una comunità della Lessinia centrale, a cura di G.F. Viviani, Verona, Bi & Gi, 1985, pp. 258-266; Claudia Petrucci, Prati Eugenio, in Pittura a Verona: il Novecento, v. 1I, a cura di Pierpaolo Brugnoli, Verona, Banca Mutua Popolare di Verona, 1986, pp. 386-388; Giancarlo Volpato, Per Eugenio Prati: mostra retrospettiva. Cerro Veronese 29 luglio-20 agosto 1995, Verona, Comune di Cerro Veronese, 1995; Luigi Salvagnini, Scultori italiani in Brasile: Eugenio Prati, in “Libero: ricerche sulla scultura del primo novecento”, n. 12, 1998, pp. 13-22; Giancarlo Volpato, Prati Eugenio, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G. F. Viviani, Verona 2006, pp. 669-671; Laura Lorenzoni, Eugenio Prati, in Pittura nel Veneto. Il Novecento: dizionario degli artisti, a cura di N. Stringa, Milano-Venezia 2009, pp. 369-370.

Giancarlo Volpato

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