L’Alpino: ADUNATA A CORTINA… “La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti “Verso le Alpi” – “Inaugurazione del Rifugio Cantore” – puntata 8”

…a cura di Ilario Péraro

Per le tue domande scrivi a: ilarioperaro@yahoo.it

Tratto da: L’ALPINO del 20 ottobre 1921.

La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti “Verso le Alpi”

“Inaugurazione del Rifugio Cantore”

La seconda giornata del Convegno trovò un tempo favorevole e delle reclute entusiaste che, sbucando frettolosamente alle cinque del mattino dagli alberghi e dall’accampamento, si gettarono a corpo morto sul caffelatte dapprima e poi sulle auto che attendevano sulla via. Alle sette la colonna aveva oltrepassato Vervei e si arrestava al villaggetto, semidistrutto ormai, che con fatica e tanto buon gusto avevano edificato i bravi alpini del 5° Gruppo nei primi anni di guerra. La Tofana Prima illuminata dal sole si erigeva, colosso di pietra, sopra ai Congressisti i quali, avviatisi lentamente, cominciarono una sudata Via Crucis lungo il ghiaione che conduce a Forcella Fontana Negra. La fanfara precedeva imperterrita; i gitanti, quando si fermavano per prender fiato avevano la sorpresa di vedere i musicanti dare spensieratamente il loro fiato alle trombe. Su, su per le svolte, il ghiaione fu finalmente sorpassato e i primi marciatori, superata una piccola gola, si trovarono improvvisamente di fronte al Rifugio Cantore che apriva loro per la prima volta i suoi battenti. La fame, richiamata dalla fatica, fece demolire in un momento una montagnola di colazioni al sacco che erano state preparate la sera innanzi e tra un boccone e l’altro ciascuno si diede alle proprie manie particolari. Alcuni ingordi mangiatori di rocce si issarono su di una puntina sovrastante il ghiaione; molti devoti partirono in pellegrinaggio verso l’appostamento ove Cantore cadde; i fotografi, numerosi come le cavallette della Bibbia, puntarono le loro macchine verso tutti i punti cardinali e il vice- presidente cav. Bazzi, con la complicità di un consocio, improvvisò una riproduzione dei «Nano barbuto», numero di varietà che fu vivamente gustato, per quanto prematuramente interrotto da uno squillo di tromba che chiamava all’adunata. Di fronte al rifugio, decorato con bandierine tricolori, era stata posta una lapide infissa su di un roccione cuspidale. La lapide di bronzo, contornata da una fronda d’alloro, porta la semplice scritta: «A Cantore, l’Associazione Nazionale Alpini». Fra il roccione e il rifugio si riunirono in un momento tutti i congressisti con le rappresentanze militari, fra le quali erano numerosi ufficiali superiori; Don Pietro Zangrando, indossata la stola, benedisse il rifugio e, voltosi all’adunata, ricordò con poche e semplici parole i martiri della patria concludendo con un evviva all’Italia che venne ripetuto entusiasticamente da tutti i presenti. Il discorso inaugurale fu pronunziato dal prof. Arturo Marchi, presidente della Sezione del Club Alpino di Ampezzo: egli esaltò la vita sana dei monti e disse della necessità di costruire sempre nuovi rifugi alpini. Il rifugio Cantore, che porta il nome di uno degli eroi dell’ultima guerra d’indipendenza, sorge dove il generale cadde dando l’esempio del coraggio e dello spirito di abnegazione, e deve ricordare ai turisti che vi soggiornano il duplice simbolo che esso rappresenta: quello della patria e quello dello sport più sano che gl’Italiani possano praticare. Il discorso, intonato a sensi di patriottismo, venne applaudito con calore e tra la vivissima attenzione sorse a parlare il colonnello Argentero, che fu capo di Stato Maggiore di Cantore e che lo accompagnava nella giornata tragica, Egli volle ricostruire, e lo fece con efficacia e chiarezza eloquentissime, le circostanze in cui il generale lasciò la vita a Fontana Negra. Il posto ove sorge attualmente il rifugio era presidiato dagli austriaci i quali avevano di fronte un battaglione del 45° Fanteria, incaricato di procedere all’occupazione delle trincee nemiche. Poiché erano giunte al Generale notizie inquietanti sulle condizioni morali e materiali delle truppe nostre, che si trovavano in grave disagio per l’inclemenza della montagna e per l’insidia dei tiratori nemici che impedivano ogni movimento e colpivano infallibilmente tutti quelli che si affacciavano alle nostre linee. Egli volle vedere coi propri occhi la situazione e si recò sul posto, il 12 luglio 1915. Parlò col comandante di Battaglione al quale chiese spiegazioni sulle condizioni delle truppe e sulla particolarità del terreno; poi, come era suo costume, si spinse avanti per vedere la zona dove le sue truppe avrebbero dovuto operare. In questo semplice atto lo raggiunse il proiettile fatale.
Cantore, ha concluso il colonnello Argentero, fra la viva commozione dei presenti, rappresenta l’idea del dovere e la sua fine così nobile e così semplice ce lo fa apparire ancora più grande. Egli non perirà mai nel nostro ricordo, perché mai non muore chi per la patria muore.
E la cerimonia, suggestiva quanto raccolta, sarebbe stata finita del tutto se non fosse sorto a parlare un reduce dalle Tofane, il capitano Serracchioli, già comandante del reparto volontari Alpini di Feltre, che operarono in quella zona. Egli ricordò come la Tofana Prima era stata conquistata dai volontari, i quali scalarono audacemente e tenacemente l’altissimo muraglione seguiti dai binocoli di tutti i comandi, mentre il presidio austriaco, sicuro della propria inaccessibilità, stava cucinando la polenta. I volontari arrivarono quando la polenta era cotta e se ne impadronirono con molto dispetto del nemico rimasto prigioniero e affamato. Altri episodi gustosissimi raccontò il capitano Serracchioli, divertendo il pubblico che non avrebbe voluto mai lasciarlo finire; ma, poiché tutto ha un fine , anche le rievocazioni cadorine dovettero terminare e la conclusione fu migliore di quello che ci si sarebbe potuto credere, perché l’oratore presentò a mo’ di epilogo, due dei protagonisti della arditissima scalata che erano confusi fra la folla e che si videro circondati da centinaia di mani plaudenti in segno di ammirazione e di gratitudine. Padre Bevilacqua venne, come di consueto trascinato alla ribalta, ma se la cavò con un aneddoto che, non potendo riferire pubblicamente, abbandoniamo alla diffusione orale degli intervenuti al convegno i quali non vorranno lasciare certamente all’oscuro i consoci più curiosi.
Dalla Tofana in poi la cronaca non deve più registrare cerimonie particolari ad eccezione di quella tenuta l’ultimo giorno ad Agordo per l’inaugurazione del monumento ai caduti. Nel pomeriggio di lunedì 5 settembre è cominciata infatti la parte turistica dell’adunata dove le parole furono poche e i passi moltissimi. Dalla Forcella di Fontana Negra la carovana riordinatasi ridiscese per il ghiaione alle basi della Tofana Prima e, per un sentiero ancora interrotto da tracce di guerra, risalì alla posizione del Castelletto raccogliendosi all’imbocco delle gallerie d’accesso, la sosta fu breve, poiché le automobili attendevano sulla strada delle Dolomiti e qualche chauffeur impaziente aveva già dato di piglio alla sirena. La discesa fu subito iniziata e divenne una gara di salti e ruzzoloni per i più agili che rimasero qualche volta delusi da un improvviso strapiombo e dovettero fare lunghi giri per ritrovare i sentieri che le prudenti signore e i vecchi camminatori percorrevano fedelmente. Alle quindici i tre gruppi erano puntualmente caricati sulle automobili e, dopo ripetuti saluti alla voce, le vetture del gruppo C si separarono dalla colonna dirigendosi a Cortina, mentre le altre proseguirono per tourniquets che salgono al passo di Falzarego. Nel pomeriggio soleggiato lo spettacolo era incomparabilmente bello e maestoso: i grandi gruppi dolomitici sfilavano lentamente lungo la magnifica strada ed assumevano le tinte caratteristiche di porpora e azzurro con l’avvicinarsi del tramonto.
Da Falzarego al Pordoi e dal Pordoi a Canazei la visione superba si prolungò ininterrottamente: a Canazei le vetture del gruppo A, che erano in testa, entrarono a bandiere spiegate e al suono della fanfara alpina che le accompagnava su di un camion, accolte dal Sindaco del paese, dal parroco, dagli alunni delle scuole con la loro insegnante, dai villeggianti che si unirono in un coro solo: Viva l’Italia! Viva gli Alpini! Un arco di trionfo sorgeva all’ingresso del paese, tricolori sventolavano alle finestre e al Municipio, cartelli di omaggio erano affissi alle case. Era il saluto più caro e più gradito, perché tributato da un piccolissimo centro delle nuove terre italiane: gli alpini se ne dimostrarono lietissimi, rispondendo con slancio e con fervore.
Le vetture del Gruppo B sopraggiunsero verso sera e deposero i loro passeggeri a Campitello, a 3 Km di distanza da Canazei. Poco prima erano passate le automobili gremite del festosi trentini che tornavano alla loro sede. Una sola vettura mancava, trattenuta da una panne ad Arabba: essa giunse l’indomani mattina e proseguì per Bolzano. Impolverati e un poco stanchi gli eroi del gruppo A non erano domi, tanto e vero che, dopo essersi sparsi negli alberghi per il pranzo, si accodarono alla fanfara e da Canazei marciarono su Campitello cantando lietamente e invasero la piazza principale del paesello, ridestando le velleità canore del gruppo B che, dopo aver cenato, aveva iniziato una tranquilla digestione. Nella gita notturna gli alpini furono accompagnati da alcune brave “tose” di Canazei che si dimostrarono tanto pronte nel cantare quanto nel danzare le sonore mazurke infilate dai “bocia” imperturbabili. Era la serata del secondo addio, poiché anche il gruppo B l’indomani si staccò dal nucleo più alpino per sciogliersi a Bolzano.

Ilario Péraro (puntata 8 – continua)

↓