L’Alpino: ADUNATA A CORTINA… “La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti – puntata 1”
…a cura di Ilario Péraro
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Tratto da: L’ALPINO del 20 ottobre 1921.
La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti

Quando la sera di venerdì 2 settembre abbiamo visto il marciapiede centrale della Stazione di Milano ricoprirsi di figure attrezzate all’alpina ed ingombrarsi di sacchi, picozze, valigie fuori ordinanza, bandiere chiuse nel fodero, curiosi, amici, conoscenti ed altri accessori, ci siamo grattata ufficialmente la pera. Il motivo non è difficile da indovinare. Dati i sintomi ormai sicuri di un’imponente riuscita del Convegno, il nostro compiti di resocontisti si profilava sin da allora poderoso; ma chi ha vissuto fra le balze della Marmolada ed ha respirato le arie balsamiche nonché gelide della sua vetta, non conosce ostacoli; ed ecco perché attacchiamo senz’altro il primo numero del nostro programma giornalistico raccomandandoci alla longanimità ed alla generosità dei lettori.
Sarebbe ingiusto sorvolare sui preparativi della grande adunata, poiché essi non mancano di qualche tratto pittorico. I prodromi del Convegno furono essenzialmente cartacei, cioè si basarono su uno scambio di corrispondenza che, attivo nei primi mesi, divenne negli ultimi giorni intensissimo e, nelle ultime ore, febbrile. I Padreterni del Convegno scrivevano, parlavano ed agivano come grandi condottieri: telegraficamente. Al carteggio tennero dietro i sopraluoghi, i colloqui, le riunioni preparatorie con grattacapi supplementari che omettiamo per amore di brevità. I membri del Comitato giunsero alla vigilia del gran giorno passando dalle soddisfazioni più profonde nelle amarezze più sconfortanti e viceversa. Questo periodo incubatorio durò fino alle 23 del 2 settembre, ora in cui la Stazione Centrale si riempì delle munite coorti dell’A.N.A. e si delineò il successo della nostra manifestazione.
Il quale, del resto, era già apparso agli organizzatori attraverso le cifre delle adesioni – 480 – e attraverso le assicurazioni di intervento che giungevano da tutte le valli Cadorine, Ampezzane, Bellunesi e della Val di Fassa.
Avevano assicurato la loro partecipazione alcuni membri del Governo – se non l’alpino Bonomi, sembrava immancabile il fante Gasparotto – e fino all’ultimo la promessa parve sincera; ma, quando ormai i nodi erano al pettine, l’Italia ufficiale se la cavò con un paio di telegrammi bene insaponati e tutto fini lì. L’Italia alpina non si è amareggiata troppo, perché ormai sa quale conto si possa fare sulle promesse calorose dei nostri superuomini.
Alle 23 precise il diretto di Torino entrò maestosamente sotto la tettoia recando a bordo i congressisti torinesi col gagliardetto di quella sezione dell’A.N.A. e alcuni ufficiali e soldati dei primi quattro reggimenti Alpini che si recavano a Cortina in rappresentanza. Tre lunghe vetture di terza classe furono aggiunte in coda al treno e su di esse si dettero ai primi esercizi di scalata 280 soci milanesi che aspettavano il momento fatidico. I tre vagoni divennero la sede provvisoria dell’A.N.A. e vennero senz’altro decorati con appositi cartelloni a stampa e con la caricatura futurista di un consocio, del quale ci duole profondamente di non conoscere il nome.
In fatto di nomi però possiamo trascurare l’occasione per citare fra i presenti che si sarebbero fatti notare anche da un cronista digiuno dei primi elementi del mestiere, tale e tanta era la loro attività mestatrice e tanti erano i loro andirivieni fra i gruppi di partenti. Non potremmo giurare che il Presidente cav. Andreoletti avesse dormito sotto la tettoia fin dalla sera prima, ma certo egli vi spadroneggiava da diverse ore riparandosi dalle intemperie e dalle maldicenze dietro una grandiosa busta di pelle nera gravida di tutti i documenti riservati e del testo dei discorsi che egli avrebbe improvvisato a suo tempo in congrue circostanze. Abbiamo notato – e non potevamo farne a meno date le proporzioni – il Vicepresidente cav. Bazzi chiuso in una robusta maglia da ciclista con effetto da barba nera che lo faceva assomigliare ad un padre cappuccino; abbiamo scorto l’ombra del colonnello Pizzagalli seguita da 12 colli di bagaglio e resa fosforescente dallo scintillio di una doppia fila di decorazioni; il maggiore Zamboni saltellante con disinvoltura fra i più estremi poli della stazione; la figura da moschettiere del capogruppo capitano Bosone; il profilo malanconico dell’altro capogruppo tenente Serassi; un nucleo di signore e signorine alle quali mancava il consueto fascino delle “toilettes”, dato che per l’occasione si erano trasformate in perfette alpinotte con sfoggio di curve là dove il tacere è bello. Dobbiamo dire il profilo greco-aquilino del collega capitano Alfredo Ceriani del Corriere della Sera, da Cesco Tomaselli del Secolo, da Lido Caiani del Popolo d’Italia, dal dott. Nino Agostoni della Gazzetta dello Sport.
Qualche pescecane aveva creduto necessario di collocarsi in seconda classe, mancanza gravissima sulla quale per longanimità non vogliamo insistere, ma che additiamo alla riprovazione generale.
Sullo stesso treno, in uno dei primi vagoni, viaggiava, sconosciuta a tutti, la famiglia del generale Cantore: la moglie, il figlio e la nuora che, già invasi da una dolce emozione, volgevano verso gli alpini, accorrenti ad onorare il loro caro, occhiate piene di gratitudine.
A mezzanotte e dieci – puntualmente in ritardo – il treno accennò a muoversi e col treno partirono dalle fauci robuste degli alpini affacciati agli sportelli le batture marziali di una canzone nuovissima che comincia: Sul cappello che noi portiamo… – Momento solenne: perfino i ferrovieri, dimenticando la loro impassibilità bolscevica, sorrisero e salutarono; due guardie regie, alle quali era stato inviato l’appellativo di “bocia”, salutarono dapprima, ma poi nel dubbio di essere state oltraggiate, verbalizzarono e riferirono ai loro amati superiori.
Ilario Péraro (puntata 1 – continua)
