L’Alpino: ADUNATA A CORTINA… “La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti “Verso le Alpi” – “Alpinopoli” – puntata 9”
…a cura di Ilario Péraro
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Tratto da: L’ALPINO del 20 ottobre 1921.
La grandiosa celebrazione Alpina fra le Dolomiti “Verso le Alpi”
“Alpinopoli”
Il gruppo A – eran giovani e forti – si è trovato la mattina del 6 settembre di fronte ad una serie di in cognite: Quanti siamo? Come staremo ad Alpinopoli? Che tempo farà in questi giorni di vita all’aperto? Il primo problema fu risolto, in via di massima, durante la marcia Canazei Val Contrin, incominciata con notevole pigrizia dopo le nove. Il censimento dei prodi si compì strada facendo e diede risultati sorprendenti: al primo posto, subito dietro la fanfara, con un gran tricolore appeso ad una canna di bambù, marciava il decano della compagnia, sig. Dante Bianciardi, d’anni 71, da Siena, ex volontario alpino (si arruolò nel ‘915 al 4° Alpini all’età di 65 anni) e marciatore elastico e resistente. Sparpagliate nel gruppo si distinguevano sei signore e signorine di diversa mole e tutte di età giovanissima (siamo intesi?). Fra le altre varietà si notavano gli uomini, anzi i superuomini della 3^ squadra, gente sonora e tempestosa, pronta a tutte le audacie. All’estrema retroguardia procedevano gli organizzatori, persone invase da uno spirito inquieto che le trasformava in altrettanti Amleti messi a cavalcione fra essere e non essere, andrà bene, non andrà bene! Il personaggio più sereno era il maresciallo della fanfara poiché egli non doveva preoccuparsi delle variazioni atmosferiche, dato che batteva il tempo… Il più giovane del gruppo, futura recluta diciassettenne – Billorin, per gli iniziati – svolazzava dall’uno all’altro polo sempre carico, sempre sudato e sempre oberato di qualche incomoda missione.
La partenza è avvenuta in gruppo compatto, la fanfara in testa, gagliardetti e fazzoletti al vento, passo marziale e disinvolto: la strada era in discesa… Alla prima ripida mulattiera di Val Contrin la musica non suonava più. Il gruppo era assottigliato. I gagliardetti battevano un po’ flosci sulla schiena dei vessilliferi e molte persone si fermarono ogni dieci passi ad ammirare con insistenza il paesaggio che non c’era, perché la strada correva in pieno bosco.
Al pianoro di Cancello alt, riposo e dichiarazioni di questo genere: – Già arrivati? Che peccato! Si andava così bene – Alla ripresa della salita si ritornò alla fila indiana, gli nomini tolsero la giacchetta e le signore si tolsero tutto quello che potevano. L’arrivo del mezzogiorno coincise con quello della comitiva all’accampamento: urli di gioia, gagliardetti al vento, ricerca affannata della tenda più comoda. Mezz’ora dopo il gruppo A sedeva nel desco familiare (sei tavolate piantate in pieno sole con grande sfoggio di sassi per assicurare le tovaglie); circolavano i primi marmittoni di pasta asciutta e la 3^ squadra dava l’allarme al grido: “Camorra, camorra! Tutto bene. Dunque”.
Il pomeriggio era dedicato all’assestamento del campo, il quale presentava il comfort più moderno e più facilmente attuabile a 2010 m. sul livello del mare.
Cucina in basso, sulle rive di un torrentello limpidissimo, la cantina molto in alto su di un poggetto: sette gruppi di tende con due pagliericci ciascuna, tenuti orizzontali con ingegnosi sistemi di sassi e tavole ex-austriache: un tendone centrale per il caso di pioggia e per le riunioni dei capi squadra, qualche tenda per le cariche speciali (comando, personaggi autorevoli, direttori, ospiti, segretario, cassiere. Un edificio di natura intima si celava dietro un ripido roccione. – “Per le signore, sa: prego di far correre la voce…” – ci ha pudicamente spiegato il capitano Ruggeri, che sudava per quattro e si moltiplicava all’infinito, partendo contemporaneamente per le direzioni opposte – “F. per gli uomini, prego? Ma! Dopo tutto, non saprei… Perché non va a vedere le trincee austriache?”
Infatti le vicine trincee del caposaldo del Contrin portavano le prime poderose tracce della penetrazione alpina. Ma lasciamo correre, come disse il consocio Capè. Il pomeriggio ebbe un piccolo acquazzone che mise in allarme gli scalatori della Marmolada che temevano di veder compromessa l’ascensione del giorno dopo. Pioverà, non pioverà? Il tema fu discusso attorno al gran fuoco acceso dai soldati per vincere il freddo della notte; ma quando la 3^ squadra abbandonò la cantina per recarsi finalmente a dormire le prime stelle occhieggiavano nel cielo. Il bel tempo era assicurato ed anche questa volta – come si seppe poi – per intervento diretto di Padre Bevilacqua che desiderava vivamente di non mancare l’ascensione.
Ilario Péraro (puntata 9 – continua)
