42. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: “Dell’aristocrazia”.

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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                       7: Dell’aristocrazia

Lo storico Stuart J. Woolf scrive a proposito del Settecento italiano: «Il potere dell’aristocrazia era come un peso morto che si opponeva a qualsiasi cambiamento. La pigrizia e l’inerzia, l’ignoranza e l’indifferenza dell’aristocrazia verso il pubblico interesse erano oggetto di continui attacchi da parte dei riformatori». E continua osservando che gli investimenti di queste famiglie facoltose andavano verso il «decoro esteriore», decretando così la «stagnazione dell’agricoltura», resa asfittica per mancanza di quelle risorse economiche che la classe possidente avrebbe dovuto investire. E ancora Woolf: «Gli attacchi contro il “lusso” erano tutti ispirati da questo sentimento di condanna degli sperperi dell’aristocrazia».
L’abate Lorenzi non ignora questo stato di cose. Egli intrattiene un lungo carteggio con un rappresentante di questa aristocrazia, il nobile conte Marcantonio Miniscalchi. Il loro scambio di osservazioni, così come si può evincere dalle Lettere inedite dell’abate pubblicate da Giovanni Silvestri nel 1827, depone per un ottimo rapporto non solo di amicizia, ma anche nella visione generale della società e della conduzione della campagna. Nel suo vasto poema, però, Lorenzi non manca di denunciare il male sociale di una classe aristocratica distratta e oziosa. Nella strofa XXIII, negli ultimi due versi, così si lamenta:

Oh del poder condizione amara,
ove dal servo il suo signor impara!

I ruoli sono capovolti: chi ha il dovere di guida e di maestro non si cale né della fatica e dei sacrifici dei suoi lavoratori, né del buon rendimento del suo podere che invece dovrebbe essere curato con le migliori tecniche presenti sul mercato. Lorenzi, in tutte le quattro stagioni, fustiga i lavoranti ai quali chiede abnegazione, impegno e competenza. E onestà nei confronti del loro signore. Ma – seppur con minore frequenza – l’abate se la prende  anche con i proprietari fondiari spingendoli ad essere presenti nei loro fondi, per organizzare al meglio le loro tenute. E talvolta lo fa anche con una controllata asprezza, come nell’ottava VIII:

Ma se alcuno ivi cerca aver ricetto,
che la fatica sdegni, e che sol ame
senza cura d’onor pigro diletto
vivo solo al suo ventre, e a l’ozio infame,
che desto al maggior dì chiami dal letto
il coppier lusinghiero a la sua fame;
o che sol sappia il crin torcer con arte,
o in gioco eterno esercitar le carte:

Ebbene, questo soggetto che sdegna la fatica, che è pigro, che vive solo per mangiare, che trascorre il suo tempo a giocare a carte, continui pure:

segua suo stil: ma la città lontana
non lasci; o se qui giunse, il piè ritiri,
che non convien che i sacri colli e i piani
ozioso amator tocchi e profani. (stanza IX)

Un’ultima annotazione, giusto per mantenere fede fino in fondo all’assunto iniziale secondo cui si dovevano trovare tutte quelle continuità che andavano dal Sette-Ottocento raccontato dall’abate ai nostri anni Cinquanta, data dopo la quale si è consumato il tramonto della civiltà contadina come l’abbiamo conosciuta noi. Un’ultima annotazione, ecco: personalmente sono riuscito a mettere insieme una certa allergia all’ozio partendo dalle omelie delle messe quando avevo sette – otto anni, attorno al 1957-1958, nelle quali, lo ricordo perfettamente, il celebrante si scagliava, certo con la retorica di allora, contro ogni ozio e ogni pigrizia. Gliene sono grato ancora oggi.

(Aldo Ridolfi, 7 continua)

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