2 – DI TASSA IN TASSA: “La tassa sul macinato in Lessinia”

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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Classica immagine di Giazza che mostra quanto poteva essere impegnativo produrre mais o cereali su simili pendii.
DI TASSA IN TASSA: “La tassa sul macinato in Lessinia”

Seconda puntata: «Importandomi di conoscere quali terreni sien rimasti inseminati…»

Prendiamo ancora il giro largo, guardiamo ancora le cose da lontano, avviciniamoci con la lentezza che sola consente di farle nostre, intimamente, coscientemente.
Lo scopo, lo confesso, c’è ed è anche ora di manifestarlo: interessa qui mostrare quanto difficile fosse sbarcare il lunario su queste montagne in quelle epoche. Al punto che anche una mojeta e un paio di calzeti vecchi potevano costituire eredità così importante da essere messa nero su bianco, a futura memoria. Così come abbiamo visto la volta scorsa.
E sulla stessa falsariga va inquadrato l’episodio di Gioachino Bosco. Di lui non sappiano nulla, il tempo s’è portato via parecchie cose, tranne questa carta che ci racconta della sua condanna a dieci giorni di carcere. La sentenza è emessa a Velo Veronese il 16 giugno 1817. Di Gioachino quella carta dice che era di Ghiazza e che era reo confesso. Già, perché Gioachino ruba una quarta e mezza di sorgo turco (il mais, la polenta) a danno di un altro suo compaesano, Domenico Nordera. Una quarta e mezza di sorgo turco, corrispondeva, facendo un conto a spanne, a 12 kg. Se, come è presumibile, Gioachino stava patendo la fame e se, addirittura, si può ragionevolmente pensare che avesse una famiglia a carico, un tale furto assume i connotati della necessità. Se non fosse che, con ogni probabilità, il derubato, Domenico Nordera era affamato quanto lui. E dunque un verdetto non appare, se così stanno le cose, facile. Più nitido, mi pare, è invece l’orizzonte economico in cui si situano gli abitanti della montagna e della collina nel corso dell’Ottocento.
Ma, nello stesso anno in cui Gioachino si vede comminare dieci giorni di carcere, ancora regnando l’imperatore Francesco Giuseppe Primo – «per grazia di Dio Imperatore d’Austria e Boemia; Re di Lombardia e Venezia, di Dalmazia, Croazia, Schiavonia, Galizia, Lodomiria e Illiria; Re di Cracovia, ecc.; Arciduca d’Austria; Granduca di Toscana e Cracovia, ecc» (il nobile elenco perdura per altre 8 righe!) – un altro fatto vale la pena di ricordare.
È l’estate del 1817 e ci troviamo ancora una volta nella Deputazione comunale di Selva di Progno. Lassù si sta verificando un significativo fenomeno di abbandono delle terre produttive, del quale l’amministrazione austriaca ha chiara percezione e perciò chiede ai “deputati”  (sindaci; deputati in quanto responsabili della “Deputazione comunale”) di fornire le opportune informazioni attorno a questo fenomeno, la cui conseguenza è la carestia. Il deputato Anselmi, il 26 luglio, risponde con la precisione dei numeri e con alcune considerazioni diciamo così “umane”. Egli enumera 37 proprietari che hanno lasciato parte dei loro poderi incolti, per un totale di 156 campi veronesi. Questi i numeri. Che denunciano da soli una pericolosa tendenza che non aiuta certo a sfamare quelle popolazioni.
Le considerazioni umanitarie vanno lette anche tra le righe. L’amministrazione austriaca, importandosi «di conoscere quali terreni sien rimasti inseminati», chiede quali possono essere «le cause reali per le quali venne lasciato in abbandono» tanto terreno. E la risposta di Anselmi è breve e precisa: «Per impotenza dei proprietari che non hanno potuto sostenere le spese ed il lavoro della preventiva  preparazione della terra e che non hanno potuto provvedere l’occorrenti semine, rimasero incolti i fondi descritti». La ragione tutta sta nel contenuto che si deve dare alla parola “impotenza”. E tale impotenza non è da addebitare alla volontà dei montanari, ma a una congiuntura che porta spesso alla carestia e alla fame. Infatti, un mese dopo, Anselmi e Corbellari, deputati, sono più espliciti: essi «non mancano di invocare dal governo le indicate provvidenze» che altro non sarebbero che l’acquisto di sorgo turco da distribuire alla popolazione per il consumo e per la semina.
A questo punto ognuno valuti per conto suo quali margini potevano avere queste popolazioni per affrontare l’orizzonte “tasse”.

Aldo Ridolfi (2 continua)

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