4 – IL TERRITORIO E LA MEMORIA: SEI STORIE POCO NOTE: “Marin Sanuto”

 …a cura di Aldo RidolfiPoesia

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Copertina del volume Itinerario per la terraferma veneta nel 1483 di Marin Sanuto, curato da Roberto Bruni e Luisa Bellini.

Marin Sanuto

«La struttura connettiva che lega insieme i singoli individui
è basata sul ricordo di un passato condiviso»
(Jan Assmann)

Questa storia inizia a Venezia il 15 di aprile del 1483, anzi no, inizia il 22 maggio 1466. Ma chi può dire con certezza diamantina quando incominciano le storie?
Noi la facciamo iniziare il 22 maggio 1466 perché in una casa patrizia di Venezia nasce Marin Sanuto.
E cresce ricevendo un’educazione degna del suo lignaggio tanto che a quindici anni scrive un breve trattato sulle antiche mitologie e a diciassette, cioè nel 1483, viene aggregato ad un tribunale itinerante che attraversa tutti i possedimenti della Serenissima Repubblica con l’autorevole funzione di controllo degli atti amministrativi delle città e dei borghi. La cronaca di questo impegnativo viaggio la redige, appunto, il diciassettenne Marin Sanuto: ha per titolo Itinerario per la terraferma veneta nel 1483.
L’Itinerario si presenta quindi come un diario ordinato per località, sono sessanta, delle quali il giovane fornisce numerose informazioni di diverso genere e le arricchisce con disegni di sua mano.
Marin Sanuto principia la sua opera manifestando un cristallino e giovanile entusiasmo, quello di chi si avvia a scoprire la realtà del mondo, ma anche con la coscienza dei limiti imposti dalla sua giovane età; scrive infatti:
«Per cominciar a descrivere città, castelli, borghi, ville,… abbisognerebbe un più grande ingegno e più esperienza e maturità dello scrivente».
Partito da Venezia, il tribunale itinerante attraversa tutta la “bassa” fino a Ferrara, si spinge a ovest fino a Crema, risale il Garda e fa tappa a Trento, scende la valle dell’Adige, visita Verona, raggiunge Belluno e poi via verso l’Istria da dove ritorna a Venezia via mare.
Marin Sanuto è attento all’architettura, alla storia, all’economia, alle fortificazioni dei luoghi attraversati, perfino all’etnografia e non disdegna nemmeno uno sguardo alle donne. Di Peschiera (VR) (come di altre numerose località) ci lascia un pregevolissimo disegno ove la città murata appare collegata con l’esterno da tre ponti, due in muratura e uno in legno. Le sue parole attestano che a Cavaion (VR) si produce un «vino apellato Accinaticum odoris et di sapor suoavissimo». Descrive Verona che «A’ porte quatro: San Zorzi, San Maximo, del Vescovo, et di Calzolari over Santo Spirito»; cita Mastino I della Scala, Ermolao Barbaro, Guarino Veronese, Altichiero,… Decreta la superiorità di Venezia affermando che Verona, dopo decenni di tirannie, finalmente, nel 1404 è «venuta soto l’imperio Veneto, per suo beneficio e libertà».
La “comitiva” esce dalla città da Porta Vescovo e si dirige verso San Martino Buon Albergo (VR); la campagna è libera e lo sguardo, perciò, spazia lontano: «da lonzi si vede Montorio sopra un colicello». San Martino, tiene a precisare Marin Sanuto, è a cinque miglia dalla città e dopo altre cinque si raggiunge Caldiero (VR) e con altrettante si arriva a Soave (VR).
Talvolta il giovane redattore è sbrigativo, ma non dimentica le emergenze del territorio che attraversa. Infatti cita San Giacomo, tra San  Martino e Caldiero, al quale attribuisce anche l’onore di ospitare il corpo dell’apostolo: «San Jacomo Apostolo dove giace il suo corpo, et è chiesia non compida». Non ci passa, ma ricorda che al di là dell’Adige sorge Zevio (VR) «de verze nominatissima»: a Cavaion dunque il primato nei vini a Zevio quello delle verze.
E non scorda, Sanuto diciassettenne, Lavagno, Illasi e «Codogniulla» e la «villa di San Vetor, et è su monte».
Infine il gruppo entra in Soave che occupa un capitolo a sé. «Soave è un castello sopra uno collecino di monte… è come Monceleze [Monselice]… ha 24 toresini… à do porte».
Ma è ora di lasciare Soave e di puntare verso il Vicentino passando da Cologna Veneta (VR). Cologna «è picola molto, murada de mura antiche e vechie», certo, e con i centri periferici che le sono sottoposti fa quattordicimila abitanti. Ma non è neanche questa la sua peculiarità che va cercata invece in altre direzioni. Infatti il compìto giovanotto non può esimersi dal notare che «qui ne son done belle qual in altro loco vidi; unde miror». Che trascritto vale: «Ci sono delle donne tanto belle come io non ho mai visto; quindi le ammiro»!
Tutto questo – e moltissimo altro ancora – grazie a Marin Sanuto, certo, ma grazie anche a Roberto Bruni e Luisa Bellini che nel 2008 hanno ripreso il testo del Sanuto, lo hanno trascritto in italiano corrente, lo hanno corredato con un migliaio di illustrazioni e lo hanno dato alle stampe.

Aldo Ridolfi – (4 continua)

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