2 – IL TERRITORIO E LA MEMORIA: SEI STORIE POCO NOTE: “Terremoto del 1891 nel Veronese”

 …a cura di Aldo RidolfiPoesia

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Attendamenti in Piazza Massalongo a Tregnago in seguito al terremoto del giugno 1891.

IL TERRITORIO E LA MEMORIA: SEI STORIE POCO NOTE:

Terremoto del 1891 nel Veronese

«La memoria si innesta e cresce nell’uomo
solo nell’ambito del suo processo di socializzazione»
(Jan Assmann)

Agostino Goiran nasce a Nizza nel 1835 e a Nizza muore nel 1909. Si diploma all’università di Torino per l’insegnamento delle scienze fisiche e matematiche. È botanico attento, scrupoloso e produttivo di testi e di cataloghi. Arriva a Verona e ottiene la docenza al Regio Collegio degli Angeli e al liceo Scipione Maffei. Nella nostra città diventa anche presidente del CAI. Nel 1880 dà alle stampe una Storia sismica di Verona. Nel 1891 si trova a Verona e vive in diretta il terremoto che sconvolge parte della provincia, in particolare la Valle d’Illasi.
Agostino Goiran ci racconta quell’evento in una ventina di paginette che qui vi riassumo ricordandovi che tutti i virgolettati sono presi, appunto, da Agostino Goiran, Il terremoto veronese del 7 giugno 1891, Roma 1891.
È il 7 giugno del 1891. Sono le ore 2 e 5 minuti antimeridiane, cioè piena notte. Ed il Veronese, ma «in modo più speciale il distretto di Tregnago» è colpito da un devastante terremoto. All’inizio si ode un rombo, come di tuono lontano, che il geologo cerca anche di illustrare, rievocando «un gran numero di carri mossi a corsa precipitosa o rovescianti d’un tratto il proprio carico…». Ma è solo questione di pochi secondi ed è la catastrofe: si fermano gli orologi, porte e finestre sono divelte dai cardini, le travi sono strappate dai muri, «a centinaia divelti i fumaioli», pinnacoli e statue «ruotati intorno a se stessi», aperti larghi crepacci, dissecati fontanili. Non solo ma traballarono le montagne, dal Corno d’Aquilio al Campogrosso da cui precipitarono a valle enormi massi.
Il terremoto interessò larga parte del veronese, ma non solo. Goiran cita Lonigo, Monteforte, Roncà, Cazzano di Tramigna, Colognola ai Colli, Illasi, San Martino, Montorio, Mizzole, Marcellise, Mezzane la stessa Verona. Tuttavia la maggiore forza distruttiva il terremoto la espresse nella Valle d’Illasi da Tregnago fino a Selva. Tregnago è stata «specialmente colpita più rovinosamente nel rione che sta a nord di S. Egidio». Uscendo da Tregnago e dirigendosi a nord ecco Marcemigo ove sotto il crollo di una casa rimangono marito e moglie: «fu estratto vivo, ma inebetito, il primo, vi rimase soffocata la seconda». A Cogollo non si trova un fabbricato intatto. A Badia Calavena è ancor peggio. Nella contrada Lerchi Scudellari sotto le macerie di una casa finiscono sette persone, tra queste un bambino di ventuno giorni, ma «per somma ventura furono tutte estratte vive, né risentirono danno, meno lo spavento e leggere contusioni e il bambino fu trovato illeso in un angolo della casa crollata».
Ma quello che colpisce della relazione del Goiran è la raccolta di una lunga serie di manifestazioni che precedettero l’evento catastrofico. Egli chiama questi fenomeni “spie sismiche”, veri “sismografi naturali”, “prodromi”, e sembra dotarli della capacità predire il fenomeno sismico. Eccone alcuni, interessanti anche da un punto di vista folkloristico: qualche giorno prima, a Mezzane di Sotto, in contrada Piazza, le acque abbondantissime della sorgente si fecero per un’ora torbide e la fonte Stella si dissecò; a Salò il giorno 6 fu osservato un graduale innalzamento delle acque seguito da un successivo abbassamento; non poteva mancare il comportamento degli animali: «sino dalle prime ore della sera tutti gli animali domestici, e nelle case e nelle stalle, dimostravasi come invasi da terrore». Soggetti particolarmente sensibili erano, secondo Goiran, gatti colombi, galline e anitre. Inoltre era stofego, la pressione barometrica era in diminuzione – ciò che è da «ritenersi una condizione favorevole» alla manifestazione dei terremoti – si era in fase di novilunio, il Vesuvio era in ripresa eruttiva e maggiore dinamicità dimostrava anche la solfatara di Pozzuoli.
In Goiran la competenza scientifica (quella di fine Ottocento) si intreccia con un narrare evocativo e, a tratti, pittoresco, ma questo è, per il lettore, un pregio non un limite.

Aldo Ridolfi – (2 continua)

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