12. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: “Lavori invernali: il bosco”

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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12. Lavori invernali: il bosco

Ben lungi da poter essere considerata stagione di riposo, l’inverno è invece un periodo di intensa attività. Il poema affronta la questione in più punti. Lorenzi non si distrae dal suo compito precipuo che è quello di stimolare all’azione, di fornire indicazioni operative, di attirare l’attenzione su questioni che rischiavano, complice la distrazione o l’indolenza, di essere lasciate a margine.
Da noi in collina, fino a tutti gli anni Cinquanta nella sua forma più classica, ma anche nei decenni successivi sia pure con diversi distinguo, quando si diceva inverno si diceva bosco. Quello stesso contadino che aveva, durante l’estate, sfalciato, zappato, vendemmiato, allevato, ora diventava boscaiolo. Si muniva di scure e di roncola e andava a taear legna, secondo un protocollo che seguiva da secoli. Lorenzi, a dire la verità, non si occupa molto di bosco e quando lo fa si capisce che considera  l’attività abbastanza marginale. E tuttavia nella stanza XL vi fa riferimento, con la serenità e la leggerezza che lo contraddistinguono: «Dolce è allora il veder altrui l’irsuto / bosco sgombrar da le voraci spine». Pratica diffusa un tempo quella di tenere in ordine il bosco, selezionare e curare le essenze arboree utili, togliere invece quelle scadenti o dannose. Quel «voraci» attribuito all’invadenza dei rovi è quanto mai efficace per chi conosce il subdolo modo che usa il rovo per colonizzare il terreno. E ben si accompagna all’attributo «irsuto» che è insieme efficace e ironico. E fa da contrappeso all’aggettivo «dolce» che, aprendo la stanza, vi porta una nota di serena vitalità, assieme allo sguardo tranquillo dell’abate.
E sereno ancora rimane il raccontare di Lorenzi anche quando ci descrive l’abbattimento della maestosa quercia, colta in primis nella sua possanza e nella sua “storia”: «la quercia che co i venti ha combattuto». Con una manciata di lemmi ne ritrae la sua più intima natura, la ragione stessa del suo essere. E tale natura non sfuggiva agli sguardi solo apparentemente indifferenti di noi bambini e dei vecchi con i quali spesso ci accompagnavamo: i primi a cercare di capire come fosse fatto il bosco (e, con esso, il mondo), i secondi a descrivere uno scenario, il bosco, vissuto centinaia di volte, ma sempre denso di significati.
Subito dopo, sempre nella stessa stanza, ecco l’abbattimento della pianta: «da la forza del ferro afflitta e doma / batter al suol l’inonorata chioma». Il boscaiolo chiedeva all’albero l’estremo sacrificio: l’aveva a lungo osservato crescere, espandere la sua chioma, ne aveva goduto l’ombra, qualche volta gli aveva anche parlato. L’aveva rispettato. Poi la pianta giaceva «afflitta e doma». Ma non vi è prevaricazione, né – almeno nella dimensione familiare cui abbiamo noi, nati nel dopoguerra, assistito – ricerca di lauti guadagni: solo un ceppo da mettere sul fuoco o un carico per il fornaio in cambio del pane o la vendita di una piccola parte per ottenere un minimo di indispensabile cash, come misteriosamente oggi si dice.
Sapeva bene il boscaiolo di non fare alcuna violenza ché dalla ceppaia, dopo 10-12 anni, altri begli alberi, vigorosi e slanciati, sarebbero risorti.
Ora le politiche agrarie nei confronti del bosco sono cambiate molto, ma non è qui l’occasione per parlarne.

 (Aldo Ridolfi, continua)

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