33. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: “L’Estate – Non solo fieno”.

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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                33. Non solo fieno

La fienagione, in piena, torrida estate, rendeva possibili diversi altri movimenti. La fienagione era pratica agricola fondamentale per l’economia della contrada, ma era anche dinamica sociale. Attorno a questa operazione si muoveva un’intera comunità: vi partecipavano non solo gli uomini robusti, ma anche i vecchi i bambini e le donne. In questo senso la fienagione consentiva incontri anche tra giovani che potevano guardarsi l’un l’altra in un contesto di preciso e sicuro controllo.
Una tale dinamica è colta anche dall’abate Lorenzi il quale, mi sembra peraltro senza malizia alcuna, di tutto quel movimento racconta l’arrivo nel prato della “forosetta”, una contadinella, una ragazza che così gli appare: «Piena gli occhi d’amor, di gioja il core». Canta, questa giovane donna, e con la sua voce allegra inganna la fatica della falciatura e delle lunghe ore di lavoro. Il suo canto, il colore roseo della sua carnagione: “Ostro natio”, le sue fattezze e il suo portamento attirano l’attenzione del “villan”, lemma che qui, manco a dirlo, indica un giovane contadino suo coetaneo. Ma ascoltiamoli tutti insieme questi versi:

Col canto inganna, e la fatica, e l’ore,
e spezzando talor la canzonetta
al vivo ostro natio cresce l’ardore
volto un guardo al villan, che stava attento
a mirar sue fattezze e ‘l portamento. (stanza LII)

Ma il gioco della seduzione, sembra avvertirci l’abate, non si conclude qui, ma prosegue, invece, con sguardi e schermaglie, eccole:

E del pudor gelosa ond’arse in volto
contro i cupidi sguardi il cappel gira
non più schermo del sol, ma là rivolto
ove ozioso l’amator la mira. (stanza LIII)

I modi del corteggiamento variano di epoca in epoca, ma l’incontro della donzella con il giovane rimangono punto fermo. E se l’immediato dopoguerra qualcosa ha smosso nelle modalità d’approccio tra i sessi, è stato necessario aspettare gli anni sessanta per fare esperienza di liberalizzazione, peraltro ancora prudente, soprattutto nelle campagne e nelle colline, dei costumi e delle frequentazioni. Fino a quella fatidica data il pudore, il rossore del volto, sfuggire a sguardi “cupidi” erano comportamenti obbligati, assimilati nello spirito culturale e, alla fine, accettati.
Ma non è certo questa l’unica prospettiva con cui Lorenzi guarda la donna. Appena più avanti, alle strofe LXXXVII-LXXXVIII, eccola la giovane mietere il frumento con abilità anche superiori ai maschi. Ma questa sarebbe un’altra storia: raccontare tutto Lorenzi non è qui possibile.
L’abate non lo dice, ma la figura femminile entra in scena anche nella preparazione del pasto di mezzogiorno. Chi altri poteva sul prato ornar la mensa se non una giovane della contrada o della corte signorile? A chi poteva essere riservato il compito di recarsi nei prati, a volte anche sensibilmente periferici rispetto alle residenze, se non ad una giovane che così aveva occasione di essere guardata mentre disponeva la mensa sull’erba?
Ecco sette versi dell’ottava LIV che descrivono con vivido realismo questo momento tanto atteso della giornata lavorativa:

… chi va, chi vien, chi torna indietro,
fin che vedi su l’erba ornar la mensa
senza lucidi peltri, e senza vetro.
Ciascun là siede, ove più l’ombra è densa,
rinforza il grillo, e la cicada il metro:
scherza su i volti di color di foco
tra la rozza baldanza, il riſo, e ‘l gioco.

La serenità della vita campestre si diffonde ovunque, nel dettagli come nell’insieme, gli aspetti negativi della coltivazione dei monti rimangono marginali e quando ci sono vengono dall’abate sublimati, vaporizzano lasciando solo pallide tracce. Noi che abbiamo vissuto negli anni Cinquanta del secolo scorso questo mondo difficile (Rino Macenero parlando di Campodalbero scriveva: “Come facesse a viverci una famiglia, lassù, nessuno lo sa. Quello era il nido dei padri; e bastava”) lo conosciamo bene e alcune ferite permangono ancora oggi, a sessanta anni di distanza. Ma insieme, e anche più forte, sopravvive in noi la memoria di quel magico senso di libertà che, non si sa come, si respirava forse perché linguaggi contrapposti, abusati, esasperati, litigiosi, artificiosi, lontani non avevano cittadinanza.

(Aldo Ridolfi, 7 continua)

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