41. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: “La semina”.

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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                       6: La semina

Il podere, per Lorenzi, è un’assicurazione sulla vita, una garanzia per non precipitare dentro carestie devastanti. La rivoluzione industriale ancora non aveva fatto sentire i suoi effetti nel nostro paese e dunque l’attenzione alla terra era ancora prioritaria. Le dottrine fisiocratiche si fondavano sul presupposto che questa fosse l’unica fonte di ricchezza, mentre il commercio – sostenuto fino ad allora dai mercantilisti – destava sospetti in quanto attività ritenuta “sterile”. Nessuna meraviglia, quindi, che Lorenzi sia così fortemente concentrato sulla terra come strumento per il benessere delle popolazioni e che non lesini consigli, suggerimenti e anche incalzanti precetti per migliorare i rendimenti della campagna.
Perciò l’abate in una lettera al conte Marcantonio Siniscalchi del 9 settembre 1816 osservava: «Non avventura (avventurare: arrischiare, esporsi al rischio) un grano di frumento nel seminare che non sia in campo ben preparato». Poco più avanti riferisce meglio il suo pensiero a proposito dei campi in collina: il frumento «ama sempre sul monte di essere seminato per tempo». E nell’ottava CXVIII ulteriore richiamo a tecniche agrarie favorevoli al buon rendimento della terra:

Che se gleba è talor ch’alta s’affida
su ’l ciglio che levò, chiede soccorso
da l’erpice dentato, onde la incida,
e piano al seminar prepari il corso.

Gli fa eco, da Pistoia, Cosimo Trinci autore di un manuale onnicomprensivo di ogni aspetto dell’attività agraria: «si conclude – egli scrive – che le terre vogliono essere molto ben pulite e nette da tutte le barbe dell’erbe, lavorate a fondo a’ tempi proprj, benissimo appianate prima di seminarvi il grano».
Gli storici dell’agricoltura hanno ampiamente sottolineato il ruolo dell’erpice nella cerealicoltura; tanto per fare un esempio, Marino Berengo scrive: «Abbiamo visto come, all’inizio del secolo [Ottocento] l’erpice non sia ancora pienamente diffuso e là dove manca la sua opera sia inadeguatamente supplita dai rastrelli dei contadini».
Ma il nostro abate non si limita ad osservazioni agrarie finalizzate ad una maggiore produzione, ma ha a cuore anche l’aspetto estetico del podere. Mariolina Castoldi, sempre nel “Corriere dei Piccoli” (8 settembre 1957), scriveva, ad uso e consumo dei più giovani: “Un campo arato di terra nera le sue rughe distende al sole”. Un dolcissimo acquarello in cui la terra assume il volto umano. Queste le immagini con cui noi bambini ci si cibava negli anni Cinquanta. Né l’abate era indifferente al fascino estetico della terra lavorata, infatti ecco il colono che

Mirando il suo poder trarrà diletto. (stanza XXXI)

Ma è soprattutto nella successiva ottava XXXII che Lorenzi esprime tutto il suo amore estetico per i monti coltivati ad arte:

Quel scender, quel salir, quel sol, quell’ombra;
là un folto bosco, e qui una valle amena;
quella piaggia d’ulivi, e quella ingombra
di gelsi, e questa di vigneti piena;
l’una aperta pel gran d’arbori sgombra;
l’altra verde di prati; offre tal scena,
che mal l’arte potrebbe in tante fogge
piazze, o teatri divisare, o logge.

Se mi è concessa una breve e sgangherata parafrasi: “L’arte male potrebbe spartire (divisare) tanta scena nelle piazze, nei teatri e nelle logge”. Insomma, davanti ad un paesaggio ben accomodato da braccia laboriose e capaci, l’arte presente nelle città, quella degli architetti e degli urbanisti, ci farebbe una magra figura.

 (Aldo Ridolfi, 6 continua)

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