43. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: “Un messaggio finale, quasi un testamento”.

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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                       8: Un messaggio finale, quasi un testamento.

L’attaccamento dell’abate Lorenzi alla campagna è, credo, dato assodato, per quello che dice nel poema e per quanto scrive nelle lettere. Nelle ultime strofe dell’“Autunno”, che chiudono la sua fatica lunga 592 ottave per 4736 versi, Lorenzi riprende il motivo e ne ricava quasi un testamento spirituale.
Ho deciso di proporre agli eventuali lettori le ultime tre ottave un po’ per il loro valore etico, un po’ perché illuminano la personalità dell’autore e un po’ perché, forse, consentono qualche fondata speranza di poterle interpretare più facilmente di altre, anche se, garantito, richiedono di essere lette e rilette con instancabile curiosità.
CXLIV
Si respira, nell’ottava che segue, un grande senso di libertà, una pace interiore indotta da un contesto bucolico ricco di semplicità, di spontaneità, di contatto – autentico – con la natura. Quell’“amor del poco”, che leggiamo al v. 6, se da un lato può ben farci immaginare quanta fatica e quanto dolore si nascondesse in quelle plaghe contadine, dall’altro bisogna riconoscere almeno un profondo, sincero anelito ad una vita serena, lontana dalle ipocrisie e dalle bulimie di certe categorie cittadine. L’ottava, alla fine, dal punto di vista poetico, è una elencazione di sostantivi accompagnati da aggettivi ma la sensazione che se ne ricava è che questa immersione nelle cose del viver quotidiano si rivela in grado di trasferirci in un altro mondo dove ogni bruttura, ogni debolezza, ogni vizio, ogni accidia sono superati, sembrano non appartenerci più.
Ivi lucidi i soli al verno, ed ivi
tra giocondi parlar le sere al foco.
Primavere ridenti, ombre d’ ulivi,
aure che intorno van volando a gioco;
augei canori, a i trascorrenti rivi
refrigerate tazze, amor del poco:
mel, cascio, latte, agnei, pollanche, ed ova,
e campi, e selve, e cacciatori in prova.

CXLV
Non ci si lasci fuorviare, leggendo questa penultima ottava, da un certo tono aulico, forse anche un poco retorico e ci si concentri, piuttosto, sul vissuto dell’abate, su quel suo sentirsi liberato dalle convenzioni della città, sul desiderio di essere poeta dei campi, dei rustici, delle sorgenti, perfino del folto muschio. En passant: per quel che riguarda il vocativo “Mergo”, è toponimo come senza dubbio riferisce lo stesso Lorenzi in una lettera del 1816 all’amico Marcantonio Miniscalchi: «E già séguito a rivestirne il luogo, nominato Mergo nel mio Poema…»
Io certo, come un bel desio m’invita,
da le urbane catene in tutto sciolto
rustico vate condurrò mia vita
nel vostro sen, candide ville, accolto.
Oh chi i bei fonti tuoi, Mergo, m’addita?
Chi de’ salici il rezzo, e ’l musco folto?
Chi tra ’l vasto m’asconde orror de i rami,
ov’io non oda pur chi mi richiami?

CXLVI
Vola rapido il tempo; e l’ultim’ore
forse del viver mio morte matura:
né so dond’io mi torni al mio Fattore,
che da solinga rupe, alma più pura.
Tolto al riso de i stolti, e al vano errore,
sarò tolto anche al pianto, e a la paura:
contento assai che ’l mio sepolcro onori
la pietà de’ bifolchi, e de’ pastori.
Già al primo verso si avverte di colpo il farsi largo di una saggezza – accompagnata, mi pare, da un velo di malinconia – espressa con una semplicità agreste e, diciamo pure, raccogliendo un adagio popolare vecchio di non so quanti secoli: «Vola rapido il tempo». Il quale tempo diventa, anche per il vate contadino, serena ossessione, termine con cui confrontarsi, legislatore incorruttibile. Lorenzi dedicò alla signora Silvia Curtoni Verza una “Meditazione”, in ottave, ove un verso così suona: «Pensa che il tempo fugge» e in una lettera, l’ennesima, al conte Miniscalchi scritta nel 1813, è ancora più chiaro: «Debbo il breve tempo che mi resta della mia vita a più maturi pensieri, mentre m’avvicino a quel tribunale…».  C’è una dignità senza enfasi, c’è la coscienza precisa di un destino noto da sempre, ma è anche il regalo o il testamento o la speranza raccolti in quelle plaghe rurali per lunga frequentazione e ora restituiti a noi che leggiamo. La morte, incontrandola ogni giorno negli animali, nelle erbe, nei boschi, faceva certo paura, ma rientrava autenticamente nel ciclo vitale e perciò, in qualche modo, veniva sconfitta, sublimata.
Termina così questa lunga, lunghissima escursione dentro il poema dell’abate Lorenzi dedicato alla coltivazione dei monti, testo toccato, come dire, solo per breve tangenza tanto son ricchi quei versi di concretezza contadina, di arguzia poetica, di entusiasmo campagnolo. Tanto, tantissimo rimarrebbe ancora da dire. Ma era mio proposito esplicito cercare una continuità, un filo rosso nella vicenda umana, ritrovare i nostri anni Cinquanta in quei versi, in quelle attività, in quei sentimenti vecchi di secoli. Li ho trovati. Mi piacerebbe anche poter dire: li abbiamo trovati.

(Aldo Ridolfi, 8 fine)

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