Piazzola Piero

…a cura di Graziano M. CobelliPoesia

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Chi è Piero Piazzola,

Piero Piazzola nasce a Campofontana il 27 marzo del 1924.
Quel territorio diventa per Piero il luogo dell’anima, tanto da ispirargli una bellissima poesia, “’L me paese”, il cui primo verso è diventato citazione comune presso i cultori della Lessinia e della poesia di Piazzola. «’Na snissolà de prà», e si apre davanti agli occhi l’antico paesaggio della conca di Campo il cui centro è ovunque e da nessuna parte.
A Campo, Piero trascorre l’infanzia e la giovinezza. Rimasto orfano del padre in tenera età, può contare però su nonno Domenico – figura eccezionale di uomo e di maestro – e su mamma Angela il cui carisma, fatto di forza, di onestà e di amore, rimane per sempre nei pensieri di Piero che le dedicherà infatti alcune poesie una delle quali, “Tera che pesa” impone al lettore un raccoglimento profondo e un autentico rispetto.
Dopo diverse disavventure a causa degli avvenimenti bellici, partecipa alla Resistenza nella zona di Campofontana. Nel dopoguerra viene insignito della Croce al merito e nominato Cavaliere dal Presidente Sandro Pertini.
Diplomatosi maestro, esercita la professione prima nel suo paese natale e successivamente anche alle “basse”, a Madonna di Campagna, sempre portando entusiasmo, competenza e creatività. Presente, a livello povinciale, in diversi settori della cultura e dell’impegno civile, avvia e segue una miriade di iniziative: fondatore, con altri, del Curatorium Cimbricum Veronense di cui è stato a lungo Presidente, e della rivista “Cimbri/Tzimbar” che vede la luce nel 1989, cofondatore con Mario Pigozzi del Filmfestival della Lessinia, animatore e segretario di Proloco, …insomma un’attività instancabile.
Autore di numerosi saggi di storia locale e raccoglitore metodico e preciso della tradizione, per quanto riguarda la poesia ci ha consegnato, nel 1992, un libriccino denso, densissimo di umanità: “Aleluja”.
In esso raccoglie quanto di meglio Campofontana gli aveva instillato nel cuore.
In “Premessa” Piero sostiene di non essere poeta e che quei versi li ha raccolti solo per salvare il vecchio dialetto dei Campesani: è vero, non c’è dubbio, ma quei versi manifestano una sensibilità poetica rara, tale da porre l’Autore, per la forma e per il contenuto delle sue poesie, in un luogo privilegiato della poesia dialettale veronese.
E’ per lunghi anni corrispondente del quotidiano “L’Arena” e di “Verona Fedele”.
Il suo senso civico e la sua generosa disponibilità hanno avuto diversi riconoscimenti, l’ultimo dei quali, forse il più bello, è l’assegnazione del “Martino d’oro”, l’Onorificenza che l’Amministrazione comunale di San Martino Buon Albergo riserva ai suoi cittadini migliori e poco dopo la sua scomparsa, nello stesso Comune, gli è stata dedicata anche una via.
Piazzola, infatti, arrivato a San Martino B.A. nel 1984, ha collaborato fattivamente con studi e divulgazioni ben documentati nei suoi scritti. La morte lo coglie nell’ottobre del 2008, ma, grazie alla sua caparbietà, riesce a strappare al destino, proprio sul filo di lana, uno scritto, l’ultimo, la sua biografia, Séngio Rosso, nelle cui pagine sfocia tutta la sua umanità e tutti valori che hanno ispirato una vita.
Breve cenno biografico a cura di Aldo Ridolfi.

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Cristo so le sine
(Natale in Lessinia)

Sol fógo ‘n ròtano d’on soco
preparà da ‘n pèsso da me nono.
El mogognava sbrofàde di fumo
e coalche sdìnsa stofegà.
Soi coarèi scarotè del fogolar,
du vèci, tuti du ‘na grinta:
me nono e coel toco de legno.
Me nono a spóndarlo co’ la mojéca
e lu, con coatro scrioltoloni,
a infumentarghe barba e oci.

Mi, scoasi insemenìo e ingiassà,
a rosegàr peladèi de scarto,
a spacàr nose de bina ‘ncarolè,
a biassar caròbole e orassión.
Fòra, la neve smissiava ‘1 stróvo;
el vento ghe strucava l’océto
al fià caldo de la lucerna.
Du pitochi e coél legno ‘mbriago
a spetàr che nassa n’antro Pitoco.

A medanote l’è rivà, come i poaréti.
‘Na pignata de vin caldo, ‘nsucarà.
‘N fià longo e du sbossegóni.
‘L calor de ‘n strucón e de ‘n baso
e sponcióni de barba sul muso.
Cossì vegnéa Cristo so Le Sine.

CRISTO SUI LESSINI: (ossia: Natale in Lessinia): Sul fuoco un groppo di un ciocco / preparato da tanto tempo da mio nonno. / Protestava con sbuffate di fumo / e qualche scintilla soffocata. / Sui mattoni incavati del focolare, / due vecchi, tutti e due una grinta: / mio nonno e quel pezzo di legno. Mio nonno a punzecchiarlo con le molle / e lui, con quattro capi­tomboli, / ad affumicargli barba e occhi. / Io, quasi intontito e intirizzito, / a mangiar castagne di scarto, / a spaccare noci spigolate e guaste, / a bia­scicare carrube e preghiere. / Fuori, la neve rimescolava il buio; / il vento faceva l’occhiolino / al respiro caldo della lucerna. / Due poveretti e quel legno ubriaco / ad aspettare che nascesse un altro Poveretto. / A mezza­notte è arrivato, come i poveri. / Una pignatta di vino caldo, zuccherato. / Un respiro lungo e due colpi di tosse. / Il calore di un abbraccio e di un bacio / e spunzoni di barba sulla faccia. / Così veniva Cristo sui Lessini.

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Caodàno
(
Primo dell’anno al mio paese)

Castagne che s-ciòpa sóto la séndre;
vèci strachi che dindóna i danòci;
sdìnse che se ‘nfila su par le nape.
Vita às-cia; pensieri e fadighe tante.

Ano vècio che se smorsa ‘n la neve;
calinverna ‘n te le camare fréde;
‘n te i leti sfogarè de brase rosse.
Speranse taché via a ‘n luméto che spia.

I caldi cucéti, ‘n mèdo a coél giasso,
i se svèja ‘nlentfi so l’ultimo fià.
Tute le pèche a du bòti se perde
‘n te ‘1 ciàsso de i scartossi del leto.

‘Nsòni, fià lónghi, e lusinghe se ‘ngrópa
fin coando la neve i ti-Mi la s-ciàra;
e i sighi dei brachi i sveja le case
tontonàndo pianin ‘n «Bon ano» sfinio

‘L ciélo, alóra, se sgiónfa de alegria.

CAPODANNO: (ossia: Il primo dell’anno al mio paese): Castagne che scoppiano sotto la cenere; / vecchi stanchi che dondolano le ginocchia; / scintille che si infilano su per la cappa. / Vita grama; pensieri e fatiche tante. / Anno vecchio che si spegne nella neve; / calaverna nelle camere fredde; / nei letti bracieri di rosse. / Speranze attaccate a un lumicino che spia. / I caldi giacigli, in mezzo a quel ghiaccio, / si svegliano slanguoriti sull’ultimo respiro. / Tutte le tracce alle due di notte si perdono / nel ru­more dei pagliericci del letto. / Sogni, ansimi lunghi e lusinghe si raggo­mitolano / fino a quando la neve rischiara i sentieri; / e le urla dei ragazzi svegliano le case / borbottando sottovoce un “Buon anno” estenuato. / cielo allora si gonfia di allegria.

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