Roncari Giobatta

… a cura di Graziano M.CobelliPoesia

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Don Giobatta Roncari

Giobatta Roncari nasce in contrada Carradori, a San Bartolomeo delle Montagne di Selva di Progno (VR) il 17 dicembre 1885.
Ed è stato proprio lì, ai Carradori, a San Bortolo, guardando la sua gente, sentendo i rumori e i mormorii della quotidianità, respirando assieme all’aria anche la grandezza del dono della vita, faticando e pregando, che Roncari bambino e ragazzo riesce a vedere al di là di quella sottile e invisibile pellicola che ci separa dal mondo e che solo i “poeti” riescono davvero a passare.
Riceve l’istruzione elementare da don Serafino Rossi nel suo paese natale.
Successivamente studia a Verona, e a Desenzano (BS) ottiene la maturità classica.
Nel 1913 viene consacrato sacerdote.
Partecipa alla Prima guerra mondiale come cappellano.
Approda quindi a Quinzano di Verona, dove svolge il compito di aiutante in parrocchia e di maestro elementare.
Contemporaneamente esercita anche la difficile arte del predicatore.
Nel 1928 viene trasferito a Pazzon di Caprino V.se (VR), forse su insistenza dei gerarchi del partito fascista che intendono togliergli autorità confinandolo ai piedi del Baldo e invece don Roncari trova il modo per proteggere alcuni ebrei «che si erano rifugiati presso l’ovile del parroco» (G. Gaiga).
Simpatizza per la Resistenza e in varie occasioni protegge i partigiani al punto da correre seriamente il rischio di essere arrestato.
Il suo nome di battaglia è “don Recioto”.
A Pazzon don Roncari lascia un ricordo indelebile grazie alle opere che porta a termine: la nuova chiesa inaugurata nel 1935, la costruzione dell’asilo, la sistemazione di altre chiese del circondario.
Muore a Pazzon nel dicembre del 1966.
Le sue due più importanti raccolte di poesie sono: Le poesie di un parroco, in lingua italiana, più volte edito, e Aria de Montebaldo, in dialetto.
Due versanti della stessa montagna: se infatti nella poesia in italiano troviamo con piacere ascendenze leopardiane, in quella dialettale troviamo un lessico desueto quanto mai necessitante di attenzione.
I motivi presenti nella sua poesia sono diversi. Don Roncari trova ispirazione nella quotidianità e nella frequentazione della sua gente, nel mondo della natura e nelle vicende della società.
Nella contemplazione della natura il suo «cuor si disacerba…», trova cioè quella pace, quella serenità che sembrano eclissarsi a contatto con la storia: basti leggere Il bambino malato per cogliere tutto il dramma che attanaglia l’uomo e per capire quanto don Roncari partecipi alle tragedie della sua gente.
Ma, accanto ai bambini, alla natura, alla comprensione della quotidianità, don Roncari sfodera in più occasioni una capacità di denuncia e una volontà ribelle al dato – sia esso imposto dalla natura sia costruito in seno alla società – di cui si deve tener conto. Basti, a questo proposito, citare due versi de “Fiori sul letamaio”: «Tu spunti o bel bambino come un fiore sul letame / di questo mondo putrido e ferino».
E’ un’immagine forte, eroica e anche attuale.
Una delle tante che devono contribuire a rilanciare la poesia di don Giobatta Roncari.

(Breve cenno Biografico a cura di Aldo Ridolfi)

***

L’addio del parroco morente
Nunc dimittis…

Fedeli, addio; mio piccolo
intimo gregge, addio!
Vi. aspetto, buona gente,
al Cenacolo eterno.
Berrem felici a un Sichem
di chiara indefettibile Sorgente.

Addio, pinete e pascoli,
prati odorosi e fonti,
chiaro dei cieli specchio
dov’io errai pur tanto
ad evocar fantasmi
pér animare in nuove rime il canto.

E addio, care famiglie
festanti e numerose,
di fronde nidi e fiori
che Madre terra genera
innanzi l’alba e a sera
culla con nènia di molcenti cori.

Ringrazio voi, che in ultimo
mi chiuderete gli occhi
e le mie labbra smunte,
o addolorate anime,
un di tanto indulgenti
or qui venute e da pietà congiunte.

Con gigli e rose candide,
che al Tempio nuovo a maggio
mi profumavan l’Ara,
e sono i vostri cuori,
coprite senza pianto la mia bara.

Aprite le finestre
che c’è un tramonto splendido,
Alzatemi la mano
che possa benedire
tutti così, l’ultima volta, a piano.

***

S’à sposà la Ninela

Du labreti rossi rossi,
quattro rissi impegolà,
on nasin, du oci grossi,
la Ninela, ecola qua.

O Ninela, viento al cine?
a balare o via coi sci?
al mercato, a le piscine?
Sì che vegno! sempre sì.

Dopo tante, ci la sposa
la Ninela in stile chich?
Tuti, sì, la vol morosa;
ma sposarla i dise: crich!

Via, nessun proprio la vole
la Ninela inciprià?
La Ninela in rose e viole,
la delissia dei gagà?

Sì, Tonin, coto, ‘na sera
l’à giurà: la sposo me!
Oh Tonin, l’è ‘na polera,
guarda ben quel che te fe’!

Non importa: mi so l’arte
de domarla, col frustin.
L’ocio vole la so parte,
no se scapa dal destin.

Ma no passa on mese intiero
che se sente on cataplù!
e quel ocio gonfio, nero,
la so parte el l’à gavù.

S’È SPOSATA LA NINELA: Due labretti rossi rossi,/quattro riccioli acconciati/un nasino, due occhi grossi,/la Ninela eccola qua.//O Ninela vieni al cine?/a ballare, o via a sciare?/al mercato, alle piscine?/Sì che vengo! sempre sì.//Dopo tutto, chi la sposa/la Ninela in stile chic?/Tutti, si, la vogliono morosa;/ma a sposarla dicono: crich!//Via, nessuno proprio la vuole/la Ninela incipriata?/La Ninela in rose e viole,/la delizia dei gagà?//Sì, Tonin, innamorato, una sera/ha giurato: la sposo io!/Oh Tonin, è una puledra/guarda bene ciò che fai!//Non importa: io so l’arte/per domarla, con la frusta./L’occhio vuole la sua parte,/non si scappa dal destino.//Ma non passa un mese intero/che si sente un gran fracasso/e quell’occhio gonfio e nero/la sua parte l’ha avuta.  

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