Leopardi Roberto – “June”

…a cura di Elisa Zoppei

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Per le tue domande scrivi a >>> elisa.zoppei@gmail.com

Cari amici lettori in questo mese presento un libro prestatomi da mio figlio Luca Roncoletta a sua volta premiato autore di storie anche comiche. Si tratta di June, (Edizioni SdT), uno dei romanzi dello scrittore veronese Roberto Leopardi, scritto fra il 1992 e il 1993 e incessantemente rivisto, fino all’ultima edizione del 2018. Un libro passato di mano in mano lungo il corso degli anni, dunque, che ha incontrato non pochi consensi e critiche assai favorevoli.
Una delle mie fisse più fondata, trattando dei libri e della loro vita, è che i libri escono dalla macchina della stampa senza gambe ed è quindi necessario aiutarli a farsi conoscere aprendoli, leggendoli, consigliandoli. Sotto questo aspetto mi congratulo con Roberto Leopardi il cui sito (www.robertoleopardi.it) partecipa al progetto LiberLeopardi, ideato da alcuni amici e promosso per diffondere la sua opera letteraria. Nel sito troviamo frasi assertive che condivido appieno:  I libri rendono liberi – Un libro tira l’altro – Un libro ne produce un altro ecc… . Quella ancor più convincente e realistica è che Un libro è sempre riscrittura di infiniti altri combinati insieme. Fatalmente vero!
Ci sono persone pronte ad assicurare che i libri di Leopardi  sono autentici classici moderni, libri che fanno pensare, che cambiano un po’ la vita di chi li legge, che resteranno nel tempo. Io sono fra quelle.

Roberto Leopardi

Note Biografiche

Conosciamolo insieme questo scrittore, nella sua veste di uomo che scrive fin da quando aveva 8 anni e che, ad oggi, ha pubblicato, oltre a June, un cospicuo numero di romanzi e racconti:  Reuben (2007); Som de l’escalina (2007); Thomas il monaco (2009); Altri tempi (2010); Ada (2011); Plagi (2012); Annali di Zaruby; Libro I – La Foresta degli Angeli (2015), Libro II – Gli Erranti ( 2016).
Tutti i libri sono usciti dalle Edizioni SdT (Associazione Editoriale Spirito della Terra).

Di sé ci dice confidenzialmente che ha avuto in dono una vita sola da vivere e tante altre vite da raccontare. La sua, aggiunge, non è una vita particolarmente originale, ma una come tante: una famiglia, il lavoro, gli amici, la musica. E soprattutto la scrittura. Non ama né il cinema né il teatro, non guarda la Tv, non fa viaggi se non con la fantasia, ama stare in casa a leggere e scrivere. Quando scrive, si isola nel suo mondo e guai a disturbarlo. Quando non scrive, si descrive gentile, alla mano, uno che riesce a non arrabbiarsi quasi mai – e solo con chi gli fa perdere tempo. Io l’ho incontrato anni fa come autore di Thomas il monaco, ma già l’avevo visto nella figura di direttore degli Animula Gospel Singers, un gruppo che canta gli spirituals afroamericani, fondato nel 1998, dove lui svolge il ruolo centrale di Preacher, ed è davvero un affabulatore affascinante, che sa coinvolgere il pubblico nello spettacolo e lo manda in visibilio. Provare per credere!

È nato a Verona nel 1962 e ci piace pensare che un insolito scampanio gli abbia dato il benvenuto e che un bacio in fronte gli abbia infuso quel talento che lo ha poi segnato per la vita.
Ha sempre vissuto in questa città: infanzia serena, adolescenza normale, nonostante la normale tragedia di avere sedici anni nel grigio degli anni di piombo. Spirito appartato e solitario, ha trascorso la giovinezza senza godersela, privandosi delle usuali spensierate mattane, studiando con esiti non proprio brillanti e laureandosi in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha anche acquisito – lui dice conquistato con le unghie –, per un eventuale futuro (di gloria?), i diplomi di organo liturgico e di Scienze Religiose, che gli sono poi tornati effettivamente utili.
Sposato da 30 anni esatti, ha due figlie, ad oggi, di 27 e 23 anni, tirate su libere, come spetta di diritto a ogni donna – Grazie papà! Ha esercitato il ruolo di insegnante di scuola superiore per 22 anni, poi, suo malgrado, ha dovuto lasciare quel mondo per lui meraviglioso, per occuparsi di tutt’altra materia: controllo di gestione – un lavoro che, peraltro, gli consente di impiegare il suo tempo in ciò che per lui, spirito attivo e curioso esploratore, conta di più -. Conduce, perciò, una vita plurivariegata che lo tiene impegnato su diversi fronti: tiene corsi di teologia, storia e letteratura per adulti; disegna giochi da tavolo che pubblica con il marchio ItAlea; dipinge soldatini e, dulcis in fundo, ogni tanto pulisce persino la casa.
Ma niente di ciò fa dei suoi racconti quel groviglio di storie che fanno sobbalzare il petto, tengono desta l’attenzione, acuiscono il bisogno di capire. Insomma, la sua vita vera non è quella che si vede da fuori, di una persona cioè che si occupa delle cose di comune ordinarietà. C’è dell’altro, che appartiene alla sfera del sogno o del reale fantastico: un alter ego che, tuffato in un mare altro, emerge sempre nuovo e sempre diverso. La parte migliore di sé la tiene, ovviamente, per i libri. Li cura, li rivede più volte e li riscrive ogni volta che li ristampa. Scrive spinto da un’ossessione che gli si è avvitata dentro quando era bambino, per un senso di dovere verso la vita, sempre incerto di non essere riuscito a lasciare che le parole che gli gridano dentro abbiano trovato il giusto posto sul foglio. Così è questo scrittore. E leggerlo è un’avventura come poche.

June

Foto della copertina

Scritto fra il 1992 e il 1993 e incessantemente revisionato – dalla prima edizione del 2006 all’ultima del 2018 – June è il libro più letto di Roberto Leopardi. L’autore confessa che non è lui a decidere le storie dei suoi personaggi, ma lascia che le parole e gli intrecci emergano da un’idea, una frase, un luogo e, man mano che scrive, esse prendano forma e vita. Non gli resta che raccontarle senza sapere mai come andranno a finire perché lui si evolve con loro. Trovo che in questo romanzo i personaggi siano perfettamente calzanti al loro ruolo, sia dal punto di vista fisico e psico-morale pur nelle varie intemperanze evolutive che li attraversano.

A partire dai ruggenti venti, la vicenda si muove nella prima metà del ‘900, fra i vicoli malavitosi di Chicago, all’interno di fumosi locali di dubbia reputazione come il Martini’s, il Borns e il Lowside, dove i più si ubriacavano di pessimo whisky (di contrabbando, naturalmente) e ragazze, più povere che voluttuose, si offrivano come merce a buon mercato.

Qui nasceva e si propagava nel mondo il contagio irrefrenabile del grande jazz delle origini. Origini, la cui nascita si contendevano in inconcludenti dispute i musicisti Bianchi e Neri, frequentatori abitudinari di quei locali allora in voga, tutti soggiogati (meglio forse dire assatanati) dalla magia del ritmo vitale che scorreva nel sangue delle vene di favolosi trombettisti, pianisti, cornettisti, i quali, trascinati dall’ispirazione del momento, spesso, non sapendo leggere gli spartiti musicali, forti però di un repertorio atavico nato dai canti degli schiavi nei campi di cotone, si lanciavano in esibizioni di brani musicali con virtuosismi improvvisati, tali da andare oltre lo strumento, capaci di togliere il fiato e rimuovere sensazioni dal profondo, farle sentire a fior di pelle, farle uscire bagnandole di lacrime.

Fra tutti il bianco Bix Beiderbecke (1903-1931), che nel romanzo appare la fonte energetica della vocazione di Earl, fratello maggiore del protagonista June, e suo idolo ispiratore, venato di quel romanticismo tedesco compenetrato da nostalgia e malinconia che ha stregato il mondo intero e lo ha fatto piangere. In quel tempo, a Chicago, in quei posti lì si poteva ascoltare la miglior musica del mondo e Benny Goodman era di casa. Poi nel ’29, quando tutto andò in crisi, il suono del jazz si fece più cauto, più stanco… dalle cantine, dai bidoni delle immondizie salì verso le nuvole e frugò il cielo per scovarvi Dio…

June, è l’io narrante, un tipico ragazzo di quegli anni, affascinato da quel mondo. Vive all’ombra del fratello maggiore, Earl infiammato di jazz fino al midollo, divorato dalla voglia frenetica di suonarlo, interpretarlo, inventarlo, comporlo, ma anche fragile e incapace di controllare i propri impulsi autodistruttivi che lo porteranno dritto in carcere a scontare una lunga pena, lasciando l’adolescente June a sbrigarsela da solo nella giungla di quei tempi. Alle spalle, una famiglia, di stampo tradizionale perbenista, incurante dei bisogni e dei sogni dei figli. Né il padre taciturno che trascorre i pomeriggi a fare aerei in balsa, né la madre bacchettona e isterica si rendono conto dei drammi interiori che minano la salute morale e la stabilità psichica dei loro figli. Anche le due sorelle Rossella e Manuela ne pagano lo scotto: insicure, ed esposte alle lusinghe che bussano incessanti alle loro interne finestre e si piegheranno alla sorte.

Si può capire come la storia di June Mellow si sgrovigli lungo il suo viaggio attraverso la vita, dall’infanzia alla maturità, scappando dalle protettive ma angustianti ali materne, muovendosi passo dopo passo all’ombra del fratello maggiore Earl, suo eroe mitico, sprofondando di ammirazione silenziosa per lui, idolatrandolo, volendo essere come lui, diventando lui.

Incontrerà via via maestri che lo inoltreranno alla misteriosa e per lui incomprensibile magia del jazz e donne generose che gli sveleranno i piaceri del sesso, condannandolo però a crisi di coscienza in una impari lotta con i peccati carnali. Farà delle scelte spinto dalle circostanze, non sentendosi mai al posto giusto, come in prestito alla vita, fino a quando troverà qualcosa che…

A voi lettori la sorpresa di un finale inaspettato, con il piacere di procedere agilmente tra le pagine, gustandovi la scrittura ritmata sulla sonorità delle parole di questo romanzo Jazz, come appropriatamente qualcuno ha chiamato, cioè un romanzo scritto come uno spartito musicale al ritmo del jazz. A suonare a turno sono i personaggi comprimari di June, in una narrazione a più voci, quasi un ri-raccontare la stessa storia attraverso una molteplicità di punti di vista. Mossa sapiente di chi sa scrivere con arte.

Buona lettura,
Elisa

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