2021 ANNO DANTESCO – “Il sommo poeta Durante (Dante) Alighieri” contributi degli Editori de “ilcondominionews.it”

…a cura di Graziano M. Cobelli

Aforismi penna

2021 ANNO DANTESCO – Ricorrenza a 700 anni dalla morte

fig. 1 -acciarino Castelvarco-BZ XIII-inizi XV sec

 

fig. 2 – inferno cantoXIV lacomedia
fig. 3 – collare del Toson d’oro -Schatzkammer_Vienna- wikip

fig. 4 -S.Giuseppe con acciarino 1496
fig. 5 -Radetzky 1850- wikip

Il focìle di Dante Alighieri

Se aveste chiesto a Dante Alighieri “passami il focìle” non avrebbe certo pensato a procurarvi una delle più antiche armi da fuoco portatili (allora dette “sclòpi” o “bombardelle”)(1) (Morin, 1982) che forse già circolavano quando scrisse (fra il 1304 e il 1320 circa) “La Divina Commedia”: vi avrebbe porto un piccolo manufatto di ferro, magari aggiungendovi un “Ma l’esca ce l’hai?”, pensando che aveste bisogno di accendere un fuoco.
Infatti, il focìle(fig.1), che Dante cita nel suo “Inferno” (canto XIV, 37-39) è l’acciarino, strumento accensivo pressoché unico e rimasto in uso quotidiano fino alla fine del XIX secolo. Anzi, nelle contrade della Lessinia fino ai primi decenni del XX secolo (Chelidonio et alii, 2018).
Fra i molti pregi poetico-linguistici dell’Alighieri, quello di aver citato l’uso accensivo dell’acciarino è forse tra i meno conosciuti: con “…tale scendeva l’etternale ardore, onde la rena s’accendea, com’esca sotto focìle…”(fig.2) descrisse la pioggia di fuoco (o di scintille infuocate, come quelle che scaturiscono dall’acciarino quando percuote una pietra focaia) che, nel suo immaginario, si abbatteva sui bestemmiatori e i “violenti contro Dio” (Settimo cerchio, girone III).  La citazione dantesca del “focìle” ha, però, valenza plurima perché:
– è, in volgare fiorentino, la più antica conosciuta(2);
– ne descrive semplicemente la funzione ma senza nominare né la pietra focaia (pur necessaria a “strappare” scintille dal ferro temprato), né il gesto. Probabilmente, l’acciarino era uno strumento talmente d’uso quotidiano (e di tradizione plurisecolare) da non avvertire il bisogno di dettagliarne complessità e utilizzo.
Pur nella semplicità di quel manufatto metallico (come esca si usava un pezzo di fungo secco, il fomes fomentarius, nome botanico derivato dal latino “fomes”)(3), il simbolismo della “pioggia di fuoco” (“…piovean di fóco dilatate falde, come di neve in alpe sanza vento”) immaginata da Dante ha connessioni bibliche, sia nel fuoco distruttore di Sodoma o anche nel “Salmo 10”: “Farà piovere sugli empi/brace, fuoco e zolfo”.
Dopo oltre 30 anni di attente ricerche, mi è stato finora possibile individuare solo un altro autore che ha descritto minuziosamente questa tecnica accensiva: Alessandro Manzoni (nei “Promessi Sposi”, capitolo VIII, 140)(4) così precisava “Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino”. Bisognava dunque attendere cinque secoli perché un Manzoni “etnografo” lasciasse tracce dettagliate di quel gesto quotidiano che Dante citò solo simbolicamente. Esiste, però, un’altra traccia letteraria trecentesca del “focìle”: Francesco Petrarca nel suo “Canzoniere”(5) usa questa parola, anche lui in chiave simbolica. Si tratta di una delle sue “Rime sparse” in cui attribuisce alla sua amata Laura “tutte le bellezze e le rare doti della Fenice”(6):
Questa Fenice, de l’aurata piuma
Al suo bel collo candido gentile
Forma senz’arte un sì caro monile,
Ch’ogni cor addolcisce e ’l mio consuma:
Forma un diadema natural ch’alluma
L’aere dintorno; e ’l tacito focile
D’Amor tragge indi un liquido sottile
Foco che m’arde a la più algente bruma.
Come Dante, anche il Petrarca, che nominò il focìle solo come simbolo (d’amore struggente),  intrecciò la sua storia con Verona e la Biblioteca Capitolare: fu più volte ospite, a partire dal 1345, di Guglielmo Guarienti (detto “da Pastrengo”), come testimonia una targa murata al n. 2 di Via Augusto Verità, dove allora abitava il suddetto giurista e letterato(7).
Basterebbero queste due citazioni trecentesche per rendersi conto dell’antico valore simbolico del “focìle/acciarino”, ma la sua consacrazione (a livello europeo) nacque un secolo dopo: nel 1431, a Bruges il duca di Borgogna Filippo III, fondò l’ordine cavalleresco del “Tosòn d’Oro”, avente lo scopo di “diffondere la religione cattolica”(8). Il collare/simbolo, con cui venivano investiti quei cavalieri, era modellato in forma di acciarini d’oro, intervallati da simboliche pietre focaie sprizzanti auree fiamme(fig.3), un’iconografia ben più facile da rappresentare che non le minuscole ma efficaci scintille. Quando poi la sua erede, Maria di Borgogna, sposò (nel 1477) Massimiliano I d’Asburgo il simbolo dell’ordine passò a quest’ultima importante casata che, in seguito, fu continuata da Carlo V divenendo così un simbolo imperiale. E come tale è tuttora condiviso da molta nobiltà europea e presieduto da Carlo d’Asburgo/Lorena(9).
Ma nonostante sei secoli di simbolica nobiltà, l’umile focìle del tempo di Dante si è “manifestato” in una pala d’altare, dipinta nel 1496: conservata nella chiesa di San Giorgio ad Haguenau (in Alsazia), vi è raffigurata una “sacra famiglia” in cui San Giuseppe sta facendo scintillare un acciarino, tenendo saldamente nell’altra mano esca e pietra focaia(fig.4). Davanti a lui, sul tavolo, sottili fiammiferi solforati attendono la piccola brace per innescare la fiamma, bluastra e tenace, che accenderà una candela racchiusa in una piccola lanterna(10). Questa scena ripropone non solo la sacralità del focìle ma anche quel gesto millenario che unisce la quotidianità da Dante a Manzoni, anzi dai Longobardi agli Asburgo; quasi tutti passati per Verona pur con diversi ruoli di ospiti e/o come dominatori imperiali, compreso il feldmaresciallo Radetzky. Infatti, quest’ultimo, in un suo ritratto ufficiale del 1850(11), sfoggiava il simbolo di cavaliere del Toson d’Oro, ma in forma ridotta: una spoglia d’oro (il mitico Vello d’Oro) sormontata, ai lati, da due fiammeggianti scintille scaturenti da una simbolica pietra focaia e da un soprastante acciarino(fig.5).

  • Il buio notturno della Verona dantesca

Stando ai documenti che ho potuto consultare(12), in tutta Europa i primi esempi di illuminazione pubblica serale furono installati non prima del XVII secolo e limitatamente a città capitali: a Parigi le strade (probabilmente quelle principali) vennero rischiarate da “lanterne” che nel 1764 furono sostituite da “lampioni a riverbero”(13). A Torino, già nel 1675, si iniziò a progettare una prima illuminazione pubblica, mentre a Venezia si decretò di dotarsene dal 1732. Ma ancora per molti decenni si ricorse ad uscire di casa con propri lanternini, quando non a ricorrere, chi poteva permetterselo, ad appositi reggitori di lanterne o fiaccole, come ancora succedeva nella Venezia di metà XVIII secolo (Zompini G., 1785). In attesa di poter scovare (sollecito suggerimenti) documenti sui modi di illuminazione stradale nella Verona di Dante, non posso non evocare le esperienze accadute nella notte del 28 settembre 2003, quando un blackout elettrico(14) colpì quasi tutta la penisola italiana: resomi conto che la luce non mancava solo in casa mia e sulle scale, mi affacciai scoprendo che anche le strade erano completamente buie. L’impressione fu grande, anche perché non funzionava neppure la rete telefonica: presa una torcia a pile, scesi in strada ed entrai nella mia vettura per sentire se c’erano notizie alla radio. Anche sulla strada principale il buio assoluto era interrotto solo dal passaggio (il blackout era iniziato alle 3,30) di qualche rara automobile e solo la conferma radiofonica dell’accaduto mi convinse a tornare a letto.
Dunque la Verona di Dante e di Cangrande era ogni notte avvolta da un buio profondo come quello, fatta, forse, eccezione per qualche torcia accesa agli angoli o agli ingressi principali dei palazzi pubblici o di quelli dei maggiori abbienti.

  • Fra foco e fògo (fra Dante e Giacomino)

Girovagare (in formato digitale) fra i versi danteschi permette rapidi assaggi “focòsi”: nella mia ormai antica memoria scolastica mi era rimasta l’idea che “Inferno” pullulasse di “parole di fuoco”.
Così, contandole digitalmente, ho avuto la sorpresa di constatare quante fossero:
– “foco” 6 volte, “fiamma” (e le sue varianti) 4 volte e “accesi” 3 volte.
Il constatare quanto poco “focosa” sia in realtà l’infernalità dantesca mi ha stuzzicato di mettere alla stessa prova il “De Babilonia civitate infernali”(15): Giacomino da Verona, frate francescano/poeta che, in 280 versi, vi descrisse un inferno pre-dantesco come vera e propria “città di fuoco”. Infatti, “fógo” vi viene citato ben 17 volte, ma solo come elemento ardente, mai come accensione essendo “fógo eterno”. La distanza simbolico-stilistica fra l’inferno dantesco e quello di Giacomino è davvero abissale: verosimilmente, quest’ultimo, pur conoscendo il latino, usava il volgare veronese dell’epoca per tenere dei sermoni, delle prediche “accese”.  Gli storici che ne hanno analizzato il testo non escludono la possibilità che Dante abbia avuto conoscenza, durante il suo esilio veronese, di questo testo popolaresco in cui l’autore stesso si cita esplicitamente: “Iacomino da Verona de l’Orden de Minori“. Confesso, infine, di aver letto per la prima volta il “De Babilonia” …sessant’anni fa: su suggerimento di una mia insegnante ero andato a leggerlo in Biblioteca Civica, dove tuttora si conserva copia di uno studio (May, 1930) pubblicato a Oxford. Grande fu, allora, il mio stupore nello scoprire che nel volgare veronese del XIII secolo si usavano molte parole molto simili a quelle che avevo appreso dal mio nonno materno (classe 1880).
Ne riporto alcune frasi, come invito a leggere questo raro testo apocalittico, che può aiutarci ad evocare anche il “buio” notturno della Verona frequentata da Dante. Ad esempio:
– “quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito
– “Lo fogo è sì grando, la flama e la calura…”
– “Lì crïa li dïavoli tuti …: “Astiça, astiça fogo…”
– “igi tormenta l’omo en quel fogo eterno…”

Bibliografia citata

Chelidonio G. et alii, 2018: Tansén: un micromosaico di memorie condivise come “snodo ecomuseale. in “La Lessinia ieri oggi domani”, pp. 89-96, La Grafica Editrice, Lavagno (VR).
May E.I., 1930: The De Jerusalem celesti and the De Babilonia infernali of Fra Giacomino da Verona, Oxford University Press, Humphrey Milford (Londra).
Morin M., 1982: Armi antiche. Armi da fuoco individuali dell’Occidente dalle origini al sistema a percussione, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
Zompini G., 1785: Le arti che vanno per la via nella città di Venezia. https://www.venicecafe.it/gaetano-zompini-le-arti-che-vanno-per-via-nella-citta-di-venezia/
Weeber K.W., 2003: Vita quotidiana nell’antica Roma, Newton & Compton Editori, Roma.

Link

1) https://www.treccani.it/enciclopedia/armi-da-fuoco_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/ Un documento fiorentino del 1326 cita la presenza di “maestri” “ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Communi pilas seu palloctas ferreas et canones de mettallo“: è il più antico scritto riguardante artigiani addetti alla costruzione di armi da fuoco, mentre durante un assedio di Cividale (nel 1331) si usarono “sclopi”, cioè schioppi, cioè il veronese “sciòpi”. Dunque Dante (deceduto nel 1321) ebbe forse modo di conoscere o avere notizia delle prime armi da fuoco portatili (dette “manesche”). 2) https://www.mondadorieducation.it/risorse/media/secondaria_secondo/italiano/leggere_scrivere/parole/cap2/2_fiorentino.html  
3) https://en.wikipedia.org/wiki/Fomes_fomentarius#cite_note-Linnaeus1753-4 – nella classificazione (“Species plantarum”, 1753) che ne fece il medico e naturalista svedese Carl Linnaeus era chiamato Boletus fomentarius. In latino “fomes, fomitis” (connesso al verbo fomere, riscaldare, alimentare); citato, ad esempio, da Virgilio (Eneide” 1, 176): “rapuit in fomite flammam”, cioè “strappò nell’esca la fiamma”.
4) https://www.edizionimanna.com/i-promessi-sposi-facili-per-tutti-versione-originale-e-integrale-del-romanzo/ + https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=6jLsE3hoVG8
5)https://it.wikisource.org/wiki/Canzoniere_(Rerum_vulgarium_fragmenta)/Questa_fenice_de_l%27aurata_piumahttps://www.treccani.it/enciclopedia/canzoniere/
6) https://www.treccani.it/enciclopedia/canzoniere/
7) http://www.internetculturale.it/directories/ViaggiNelTesto/petrarca/popup/40-b.html
8) https://www.treccani.it/enciclopedia/toson-d-oro-ordine-del/
9) https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_d%27Asburgo-Lorena
10) https://www.ilcondominionews.it/24-preistoria-scienza-del-dubbio-laccensione-dimenticata-in-meno-di-4-generazioni/
11) https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6e/Radetzky-von-radetz.jpg
12) https://www.picil.it/storiografia-illuminazione/origini-illuminazione-pubblica-italia/
13) http://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1988_170-173_08.pdf > questo arcaico tipo di lampioni (dotati di uno schermo metallico concavo e riflettente), alimentati da lumi ad olio, vennero installati a Firenze al tempo di Pietro Leopoldo I, Granduca di Toscana (1765-1790): erano solo 4 ed emanavano una luce che permetteva di scorgere una persona fino a 20 passi di distanza; venivano spenti alla mezzanotte.
14) https://www.linkiesta.it/2013/09/dieci-anni-fa-il-super-blackout-che-spense-litalia/
15)https://www.treccani.it/magazine/strumenti/una_poesia_al_giorno/05_13_Giacomino_da_Verona.html + https://visionialdila.wordpress.com/2019/09/30/giacomino-da-verona-e-la-cucina-infernale/

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Didascalie delle figure

Fig. 1: acciarino da Castelvarco (BZ) – manufatto databile fra il secolo XIII e gli inizi del XV secolo) (da: AA.VV., 1995: Il sogno di un principe. Mainardo II e la nascita del Tirolo, Giorgio Mondadori Editore, Milano).

Fig. 2: La pioggia di fuoco (“Divina Commedia”, Inferno canto XIV), illustrazione di G. Doré (https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_-_Canto_quattordicesimo#/media/File:Inferno_Canto_14_verses_37-39.jpg )

Fig. 3: Il collare dell’ordine cavalleresco detto “Tosòn d’Oro” (https://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_del_Toson_d%27oro#/media/File:Weltliche_Schatzkammer_Wien_(216)b.JPG )

Fig. 4: Chiesa di San Giorgio ad Haguenau (Alsazia/F), dettaglio di una “sacra natività” raffigurata in una pala d’altare del 1496 (https://en.wikipedia.org/wiki/St._George%27s_Church,_Haguenau + https://archeographe.net/Le-retable-du-Jugement-Dernier-de )

Fig. 5: Ritratto ufficiale (1850) del feldmaresciallo Josef Radetzky che sfoggia, appeso al centro del colletto, il simbolo di cavaliere del Toson d’Oro (https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Radetzky ).

Verona 21 Giugno 2021
Giorgio Chelidonio

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