Pubblicazione del libro – “La basilica di S. Zenone in Verona”… segnalazione a cura di Aldo Ridolfi… – 80

…a  cura di Aldo Ridolfi

VERONA

Alessandro Da Lisca ritrovato

Nella breve nota “Al lettore”, posta subito dopo il frontespizio di La basilica di S. Zenone in Verona, Alessandro Da Lisca confessa: «Non pensavo di estendere le mie ricerche a tutta la chiesa e alle sue adiacenze». Egli scrive queste parole nel 1941, ma quel «non pensavo» riferisce una riflessione del 1929. Invece l’ingegnere, nei dodici anni seguenti, non abbandonerà più la basilica dedicata a san Zeno vescovo. Deve essere stata un’attrazione tale da non potervisi sottrarre, né egli poteva accontentarsi di frammenti. Con il tempo sente ineludibile il richiamo del tutto. E allora cerca le origini, la prima pietra, gli iniziali colpi di piccone e, accanto al sollevarsi materiale delle mura, cerca anche l’alba delle manifestazioni di una nascente spiritualità cristiana: le trova nelle carte del notaio Coronato (fine sec. VII) per il quale «una prima chiesa dovrebbe essere stata eretta» sopra la tomba di san Zeno. E il condizionale, se per sua natura suggerisce il dubbio, a noi regala la magia dell’ipotesi che genera la ricerca. Un centinaio e passa di pagine più avanti il condizionale, così affascinante e pregno di pensiero, si trasforma nel più netto, trasparente e incoraggiante indicativo quando alla nota (5) di pag. 145 Da Lisca scrive (ma altri passi si possono indicare): «A 42 cm. ho ritrovato una linea orizzontale con i segni dell’attacco di un pavimento; e più sotto il muro che continuava greggio». Ed è ciò cui fa riferimento l’architetto Pachera quando, con pragmatica ammirazione, racconta: «Noi, e la lezione di Da Lisca non ci è mai passata di mente, più volte, negli anni abbiamo preso il testo [intendesi La Basilica di San Zenone], il blocco degli appunti, il metro e siamo stati in basilica a capire…»
È tutto così il volume di Da Lisca sul capolavoro romanico: le epoche della sua storia sono passate al vaglio fino al 1938, quando «l’abside venne liberata anche da questa sconcia e ormai inutile superfetazione» (pag. 202), cioè il locale che conteneva l’organo. Sono 17 secoli visitati «senza vantare una vasta e profonda dottrina nella storia dell’arte», ma considerandosi, invece, «un semplice amatore dei monumenti veronesi». Così dice di sé l’ingegnere: stiamo infatti prendendo ancora dalla nota introduttiva “Al lettore”, anno 1941.
Ben a ragione, dunque, il professor Volpato, in occasione della presentazione dell’anastatica, nel silenzio assoluto della Chiesa superiore, ha non solo insistito sulla solidissima dottrina ingegneristica di Da Lisca, ma ha, con partecipe – e benvenuto – calore umano, ricordato la dimensione “amorosa” che ha costituito la cifra entro la quale si è svolta l’esistenza di Da Lisca. E noi, che abbiamo ascoltato attentamente, ci siamo accorti di capire lo spessore “erotico” dell’ingegnere attraverso la passione con cui il presentatore si è accostato all’uomo.
Ristampa anastatica, così si dice. Forse talvolta credendola operazione di poco, tale solamente da interessare il tipografo, lo stampatore, la tecnica del “ricalco”.
Non è così.
Anastatico è aggettivo etimologicamente contiguo a due verbi: rimuovere e sollevare. I quali ci allontanano, e non di poco, dalla semplice operazione tecnica. Rimuovere rimanda ad un  movimento che intende ridare vita, togliere ostacoli, sottrarre alla quiete, dunque anche al silenzio; sollevare rievoca un gesto, reale e metaforico, che intende riportare alla luce, liberare dal fondo, ridare energia, visibilità a ciò che è finito sotto, che è sprofondato. È quello che accade con la ristampa anastatica che ripiglia quel testo del 1941 che era finito sotto, dimenticato, in una zona grigia e lontana, e lo riporta alla luce (rimuovendolo, appunto, sollevandolo).
Ma i meriti di una edizione anastatica, di questa anastatica, non finiscono qui. Ripreso il saggio da dove era finito, essendo passati 80 anni ed essendo così inclini gli uomini a dimenticare, diventa esso stesso agente perché attorno si muovono Giancarlo Volpato, Maristella Vecchiato, Giovanni Villani e Flavio Pachera. Sinteticissimi tutti, ché qui la parola prima e più alta spetta ad Alessandro Da Lisca, ma pronti tutti a metterci sull’avviso che il volume va preso in mano, guardato, possibilmente letto, trovandoci, chiunque sia il lettore, qualcosa che lo riguarda. Rimettendo in moto un nuovo e inedito processo essendo, quello avviato nel 1941, concluso. Una ripartenza scandita da quelle trentadue pagine che precedono il testo. A partire da quanto Giovanni Villani scrive a proposito delle cinque pagine dedicate da Da Lisca alla torre abbaziale, pagine che gli offrono l’occasione per suggerire attorno a quelle figure stimolanti osservazioni. E non è diverso l’atteggiamento di Flavio Pachera che quasi implora il lettore di non considerare l’opera un testo divulgativo. Né passa inosservato che la dimensione scientifica di una studiosa come Maristella Vecchiato voglia ricordare, assieme alle doti professionali, «la signorilità del carattere e la correttezza» del marchese, note di umanità che fanno piacere quanto la sua competenza – e talvolta anche di più. Note che ritiene essenziali anche Giancarlo Volpato se, partendo dalle parole di Pietro Gazzola – «Verona fu da lui amata con passione d’innamorato» – , vi aggiunge che la sua fu «una sacra missione».
Convinti davvero che «si tratta di un’opera di assoluto valore storico artistico in grado di suscitare ancora stupore», come afferma l’abate Ballarini, abbiamo cercato di parlare un poco della ristampa di Alessandro Da Lisca, La basilica di S. Zenone in Verona, 2021, volume IX della collana “Le anastatiche”, uscita per volontà del “Comitato per le celebrazioni in onore di san Zeno patrono di Verona” e presentata mercoledì 19 maggio nella Basilica di San Zeno.

Aldo Ridolfi

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