Pubblicazione del libro – “MIO PADRE”… di Renzo Zerbato… segnalazione a cura di Aldo Ridolfi – 124

…a cura di Aldo Ridolfi

aldo.ridolfi@libero.it 

SAN PIETRO DI LAVAGNO (VR)

 

È in corso di stampa presso “Arti Grafiche Studio 83”, l’ultimo libro di Renzo Zerbato dal titolo Mio padre.
Per l’occasione proponiamo la seguente segnalazione, in attesa delle prime presentazioni delle quali daremo tempestiva informazione.

Renzo Zerbato: quando il Tempo non riesce ad ingoiare la memoria.

«Raccontarsi per raccontare il proprio paese e
l’ambiente attorno ad esso.»
Giuseppe Corrà, Presentazione a
Renzo Zerbato, L’ultima farfalla, p. V.

Luigi Zoja, psicanalista, con un paradosso che conduce dritto dentro l’anima autentica del narrare, avverte: “Il racconto della vita sta più in alto della vita stessa”. Sembra che Renzo Zerbato questa cosa l’abbia sempre saputa, forse fin da bambino, quando, come egli stesso mi ha confessato, “Guardavo il mondo muoversi attorno a me”. E credo che da qualche parte della sua coscienza profonda e silenziosa questa idea ancora informe e confusa sia vissuta di vita propria fino al 2013 con la stampa di Ierilaltro. Da quel momento Renzo ha raccontato e raccontato. Quasi per sfuggire al rischio ossessivo che ciò che non viene narrato è come se non fosse accaduto. Fin da allora Zerbato ha avuto la coscienza di possedere – e ancor più di amare infinitamente – l’arte antichissima del racconto. Quell’arte egli l’ha imparata ed esercitata instancabilmente, applicandola a diversi settori, dalla storia alle biografie, dalla ricognizione di monumenti, comunità e paesi alla poesia.
Per lui, prima viene l’acribia della documentazione, poi la contestualizzazione storica e sociale senza la quale eventi e persone rimangono evanescenti, come sospesi in un limbo senza contorni, senza coordinate temporali e spaziali. E in ciò si spinge, ove necessario, molto addietro nel tempo, all’età carolingia o nel mondo degli Scaligeri o all’epoca dei Romani. Renzo accumula ed accumula: immagino più nella sua cristallina memoria che su quaderni di appunti. Poi scrive. Si serve di un periodare limpido e pulito, di un lessico che ha la semplicità di chi vuol farsi capire davvero, talvolta nutre la pagina di un’ironia sottile che mentre sdrammatizza porta nel cuore della nostra umanità di oggi e di ieri.
Qui, in Mio padre, il suo narrare assume diverse coloriture. Il colorismo delle sue tele si confronta e si integra con le sfaccettature del suo narrare. Il “panneggio” delle sue trame rivela un insaziabile bisogno di risalire alla sorgente della sua famiglia e quindi di lui stesso. Solo quelle acque sorgive, quella scaturigine primeva possono acquietare il suo desiderio di conoscere. È un gesto non solo intellettuale, ma, prima di tutto, è un tentativo di perimetrare il reale. Anche se incontra solo documenti cartacei, solo voci del passato – registrate peraltro nelle sue sinapsi con una fedeltà assoluta – quel lavorio costante porta Renzo a fare esperienza di cose e di persone reali. Restituisce loro, così operando, una seconda vita. Le “dipinge” (verbo davvero intrigante nel suo caso), le fotografa, ne svela gli stati d’animo, collocandole così nel loro mondo. Quasi gli sembra di stringere loro le mani, di sentire le loro carezze, di rivivere il calore dei loro sguardi. Già con Mina – cioè Massimina Cappelletti, sua madre – aveva battuto la stessa pista. Per ritrovare le sue tracce – meglio: per ritrovare lei, mamma Massimina – aveva percorso strade e sentieri di Selva di Progno. Per ritrovare Giovanni Zerbato, suo padre, ha risalito i pendii della valle dell’Agno alla ricerca di quel fantomatico sito, Castelletto di Valdagno, la cui mancata localizzazione aggiunge un tocco romantico a tutta la storia. Renzo ha ripercorso povertà asfittiche, stagioni avare, condizionate da meteorologie spesso capricciose e qualche volta persino drammatiche. Il mondo di papà Giovanni oggi non c’è più, è scomparso, quasi all’improvviso, regalandoci il “benessere” ma lasciandoci – per chi appartiene all’anagrafe di Renzo, ma anche mia – una malinconia che assomiglia a certe giornate nebbiose di novembre: triste ma non dolorosa. Azzarderei: una felice tristezza.
Carlo Bortolozzo, raccontando il Ferdinando Camon della profonda campagna padovana del primo Novecento, osserva che quel mondo “era fatto di terra, acqua, buoi, stalle, dialetto: un mondo fuori dalla storia, che sembrava immutabile… fino a che non ha fatto irruzione un altro mondo, con la sua violenza consumistica, che lo ha travolto”. È vero, verissimo. È accaduto anche questo. Renzo Zerbato non si tira indietro, racconta di quella povertà, del bagno nella brenta, delle cartelle scolastiche di pezza, della medicina popolare a cui si ricorreva per mancanza di denaro, della gente che si faceva il segno della croce, della fame che rendeva pazzi, della siccità del ’28 e del gelo che spaccava le piante del ’29, della roba di seconda o di terza mano, delle scarpe “ravvivate” con la fuliggine, delle sedie spagliate e sgangherate,…     Quante immagini svelano queste pagine, quanti stati d’animo! C’è la vita lì dentro, quella fisica legata alle cose e quella intima confessata un poco alla volta perché c’è un momento per parlare e un momento per tacere. Ora, davvero, grazie alla scrittura, ogni episodio della vita e dello spirito, ogni ombra ma anche ogni conquista trovano un pertugio per uscire e farsi così, sulla pagina, canto, preghiera, confessione. A me pare che le parole si ammantino di sacralità laica e religiosa insieme. Non esagero, ne sono certo. Non esagero perché sono giunto ancora in forze all’“Epilogo” e ho letto la “Lettera a mio padre”. Ne sono rimasto commosso. Giovanni, con la sua bicicletta, il suo tabarro e la sua armonica a bocca…
Credo che Renzo ne senta ancora le note, gli accordi, l’armonia. Credo che i decenni trascorsi non abbiano appannato l’udito, e che anzi adesso, 2026, a cinquant’anni dalla scomparsa del padre quelle note siano ancora più chiare, più limpide, più significative. Un poco le udiamo anche noi mentre leggiamo Mio padre, nella stanza più silenziosa della nostra casa. Solo allora capiamo, davvero fino in fondo, ciò che ha mosso Renzo a narrare.

Aldo Ridolfi

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