Pubblicazione del libro – “”Francesco Fontana e i duecento anni della sua scoperta della salicina a Lazise, in un Convegno e nei relativi “Atti”””… di Giancarlo Volpato… segnalazione a cura di Aldo Ridolfi – 123
…a cura di Aldo Ridolfi

LAVAGNO (VR)
“Francesco Fontana e la salicina in un Convegno e nei relativi “Atti””
Ognuno di noi (che amiamo senza riserve i libri) si accosta ad essi con una sua particolare ritualità. Che implica innanzitutto lo sguardo. E subito dopo anche il tatto. La copertina attrae col suo colore bianco avorio. È essenziale nella comunicazione lessicale e simbolica. Snobba carte patinate e mediocri immagini fantasmagoriche. Poi i polpastrelli scorrono il cartoncino “millerighe”, piccole increspature della carta, come dire: metafore delle increspature della vita.
Il rito prosegue. Finisce, senza motivo, alla 3ª di copertina: «Associazione culturale Francesco Fontana». Mi dico: meno male che ci sono le Associazioni volontarie, altrimenti storia, memoria e passato finirebbero nell’immenso tritacarne del presente che tutto esalta e tutto vanifica. Un breve profilo dell’Associazione e i ventuno libri pubblicati dal 1992 al 2025. E i libri non sono noccioline.
Sto parlando di:
Francesco Fontana e i duecento anni della sua scoperta della salicina a Lazise. Atti del Convegno, Lazise Dogana Veneta, a cura di Giancarlo Volpato. La Grafica Editrice di Vago di Lavagno ne ha curato la stampa. Il frontespizio si avvale anche dei loghi del Comune di Lazise e dell’“Associazione Francesco Fontana”.
Il rito del primo approccio al libro prosegue, con lo stesso piacere con cui si gusta un vino d’annata, a piccoli sorsi. Il “Sommario” – posto all’inizio del volume – non è lì per niente: è la mappa del testo, ne tratteggia la fisionomia, esplicita con un solo colpo d’occhio il campo di indagine: undici gli autori più alcune pagine anastatiche dello stesso Fontana. Le riflessioni del Sindaco di Lazise e del Presidente dell’Associazione tracciano legami tra persone e tra eventi. Al polo opposto, ché lì e solo lì deve essere, l’“Indice analitico” curato da uno specialista della materia, G. Franco Viviani. Numerose le illustrazioni, assolutamente necessarie, come il “Vecchio salice in riva al Lago di Garda, distrutto da un evento atmosferico nell’estate del 2025”. Distrutto, continua a vivere qui con lo sfondo azzurro ed infinito del cielo.
Il rito a questo punto richiede di riporre il testo per qualche tempo. Non so, ma forse anche per gli amanti dei libri esiste una sindrome di Stendhal. E quando lo riprendo, dopo averci fantasticato un poco (sarà prevalentemente scientifico o ci sarà anche la vita vissuta?,…), e incomincio a leggere è tutto un orizzonte che si allarga.
Non intendo ripercorrere gli undici contributi qui pubblicati: non farei che ripetere malamente quanto il curatore Giancarlo Volpato ha scritto con ben altra cognizione di causa nella “Presentazione”. Non farei che costringere lavori e autori entro un letto di Procuste, destino che i loro saggi, così chiari, così documentati, non meritano.
Cercherò qualcos’altro.
Per esempio l’emergere, piano piano, come attraverso una nebbiolina autunnale, dal lontano 1600 (tre secoli non sono pochi anche per chi ama sfogliare carte ingiallite), della dinamica familiare, economica, esistenziale della famiglia Fontana, il suo radicarsi nel territorio caprinese, l’instancabile vocazione alla maternità di quelle epoche (dodici i figli di Caterina Brighenti, madre del Nostro), l’ormeggiarsi di Francesco Fontana a Lazise. Così è disegnata anche la carriera di Fontana studente universitario: «potendo disporre di nuovi documenti» (p. 45): ecco l’oggetto ambito: il documento, quella traccia scura sul bianco ingiallito della carta. Ecco il lavoro dei ricercatori le cui pepite sono «un verbale d’esame», una lettera «relativa agli accertamenti sulla condotta morale di Francesco Fontana» (p. 58). Ma ecco anche che «molte informazioni latitano» (p. 64): a riprova che nessun processo di ricerca storica mai risulta esaurito.
Ma le “carte” quando vengono portate alla luce non hanno solo valore notarile, ma anche esistenziale. Così sappiamo che Francesco Fontana nel 1817 si stabilisce a Lazise non solo per calcoli professionali, ma per le «vedute amenissime» (p. 65) che la bella cittadina, da ogni punto cardinale, consentiva. Ciò non è indifferente per capire l’uomo Francesco. Da lì un intreccio continuo tra il chimico e farmacista e la città nella sua fisicità e nella sua storia. Un “Genius loci” e una spiritualità umana che si incontrano, pensiero scientifico e sensibilità estetica in quell’uomo sceso dal caprinese si legano e si completano. Quel signore agiva «per amore del paese e non tanto per acquisire uno “status”». (pag. 81) Quei sassi e quei mattoni non erano solo “sassi” e “mattoni”, erano qualcos’altro. Saranno pure letture generose, ma fanno bene. Non a Fontana: a noi.
L’attrazione per le mura lazisiesi è pari, in Francesco Fontana, all’attrazione che egli sente per quell’incubo che attraversa la storia umana, cioè il dolore fisico, il male che segna come un inesorabile colpo di frusta i corpi ammalati. E lì vuole impegnarsi, come chimico e come farmacista. Sono – amo pensare – considerazioni esistenziali quelle che lo spingono a dare vita all’acido acetilsalicilico che ha portato poi all’Aspirina «della quale attualmente vengono venduti 50 miliardi di pastiglie all’anno»! (p. 96) Poi, nel 1982, l’Aspirina fruttò il Nobel a J. Vane.
Ma i libri che meritano questo nome sono oggetti fortemente stratificati. Infatti, anche le 212 pagine del volume, a latere della vita e dell’opera di Francesco Fontana, svelano altro. Esse indagano, dalla prospettiva delle scienze chimico-mediche, una fase storica di grande interesse per la botanica e più in generale per la scuola scientifica veronese: «La botanica veronese ha visto nel XIX secolo il suo periodo probabilmente più attivo e più prolifico» (p. 132). Ospitano poi una ricognizione epistolare che raggiunge perfino il Dipartimento di Biologia ambientale dell’Università della Sapienza di Roma, consegnandoci in ben 18 pagine le 332 lettere inviate a Francesco Fontana prevalentemente da studiosi veronesi, ma non solo. E fa capolino pure, davanti a tante missive conservatisi per secoli negli archivi, un dubbio e una preoccupazione cruciali: «Web e blog nascono e spariscono in brevissimo tempo, senza lasciare traccia» (p. 160): l’allusione e il confronto sono chiari, trasparenti, condivisibili. Può essere che l’avvento dei bit elettronici c’entri poco con Francesco Fontana ma c’entra molto con i destini – ancora imperscrutabili – che l’essere umano, cosciente o fatalista che sia, si va di secolo in secolo costruendo.
Solo mi sia concessa – tra tanta competenza e dedizione di studiosi – la gratitudine per il Curatore che ha indagato, pur nell’estrema avarizia di documenti il rapporto tra Francesco Fontana e il tregnaghese Abramo Massalongo, studioso nato nella mia terra e cui ben si adattano le parole di Volpato: quegli uomini «oltre alla capacità mentale avevano anche quella del cuore». (p. 143)
Le fatiche delle ricerche d’archivio ripagano: sul piano scientifico e su quello umano. Ricompongono a tutto tondo figure, epoche, slanci e fatiche. Affinché tutti ne abbiano coscienza.
Un grazie, dunque, agli autori, all’ “Associazione culturale Francesco Fontana” e al curatore Giancarlo Volpato – che si è assunto l’onere dell’organizzazione del Convegno del 9 novembre 2024 a Lazise, ivi compresa l’individuazione di relatori di provata competenza, e successivamente della curatela degli “Atti” – per il lavoro fatto e per averlo trasformato in libro: rimarrà (a meno di cataclismi epocali) sempre leggibile senza strumenti, senza corrente elettrica, girando, con sacro e antico gesto, le pagine. E solo partendo da quei 21 (o 26) segni che sono le lettere del nostro alfabeto.
Aldo Ridolfi
