Puntata 41 – CAMPI D’ENERGIA UTOPICA: “La città ideale”

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Puntata 41- CAMPI D’ENERGIA UTOPICA: “La città ideale”

Tutta la cultura italiana come quella europea è percorsa da una idea che viene da lontano, la necessità di definire un luogo dove poter vivere una felicità sognata.
Come abbiamo visto, la presenza dell’Utopia di More in Italia si riscontra in un primo momento negli scritti di un piccolo gruppo di filosofi, architetti e letterati che lessero questa opera come conferma di una idea di città ideale ereditata dalla cultura greca e latina: siamo al tempo di Pienza, e Sabbioneta, di Sforzindia e Palmanova.
Ma solo a partire dal secondo Settecento nei primi romanzi di viaggio verso l’isola che non c’è, il viaggiatore descrive la città capitale di quel mondo sconosciuto dove è naufragato: là egli incontrerà gli utopiani, e conoscerà il loro modo di vivere, imparerà la loro lingua, entrerà a far parte della loro società. L’esempio più completo di città utopica si trova nell’Icosameron di Casanova, il capolavoro del genere utopico nella letteratura italiana: là i due protagonisti umani vivono per tanti anni con i Mégamicri e fanno parte di quel mondo dove tutto è all’incontrario rispetto al loro, ossia rispetto a Venezia.
Da allora fino ad oggi, il racconto sulla città ideale implicherà il rapporto tra il disegno concreto della città e la sua valenza sociale e politica, perché una città è soprattutto una convivenza e controllare la sua forma può influire sulla società che la abita.
L’ architetto costruttore, al quale si chiede il progetto di un centro urbano, per compiacere la classe dominante sua committente, fa dell’urbanistica un mezzo per accrescere consenso verso l’ordine esistente. Il narratore utopista, costruttore di città immaginarie, al contrario, rifiuta o contesta l’esistente e ipotizza in un altrove una società diversa e quindi una diversa città che la esprima.
Quando nel primo Settecento si forma un nuovo modo di pensare l’ambiente urbano, esso trova in due grandi artisti figurativi veneziani la sua espressione più singolare.
Uno è Giovanni Antonio Canal detto Canaletto (1697-1768) che pubblica nel 1741-42 trentuno stampe intitolate Vedute e altre prese dai luoghi, altre ideate, tra le quali i famosi capricci, che raffigurano una Venezia inesistente, e segnano lo scarto tra paesaggio urbano reale e quello immaginario. Una operazione analoga è condotta dal massimo architetto e incisore veneziano del tempo. Giovan Battista Piranesi (1720-1778), ambasciatore della Serenissima presso la Santa Sede, proprio quando la scoperta di Ercolano e Pompei, dunque di due antiche città romane, attrae a Roma gran parte della cultura internazionale. Una occasione per Piranesi di produrre nel 1745 una prima serie di stampe che lo rese famoso in tutta Europa, tra le quali le notissime Carceri d’invenzione, visioni fantastiche di una Roma immaginaria.
La fede nella ragione tipica dell’Illuminismo non va disgiunta in Piranesi dalla parodia (elemento comico immancabile in ogni progettazione di tipo utopico) degli eccessi della ragione stessa che lo spinge fino all’accostamento di elementi disparati con effetti di bricolage, di sorpresa, quella che Piranesi chiamava l’arte di sporcare la realtà. Escher e i pittori simbolisti del Novecento prenderanno ispirazione dai due architetti veneziani di città inesistenti.
Esiste una bibliografia critica sterminata sulle idee che danno forma alle città reali del Rinascimento italiano, mentre al contrario sono scarsi gli studi che analizzano le idee necessarie per costruire una città immaginaria: un tema che entra nella narrativa, come sappiamo, a fine Cinquecento dopo la traduzione della Utopia di Thomas More, dando origine ad un filone letterario che si manifesta apertamente solo due secoli più tardi.
Per reperire i primi testi letterari nei quali la città sia la protagonista del racconto, bisogna arrivare alla fine del Settecento e ai primi anni dell’Ottocento quando le passioni “giacobine” italiane alimentate dal sogno napoleonico, portarono a progettare nuove città per una società futura.
Il caso di San Leucio, è tra i più interessanti e dimostra come idee, letteratura e architettura, possano interagire tra loro se spinti da una volontà politica.
San Leucio è una città operaia voluta dal re di Napoli, Ferdinando di Borbone nel 1773 (era allora in costruzione la Reggia di Caserta) ed è una comunità esperimentale. Il committente, Ferdinando di Borbone, scrive lui stesso gli Statuti della città rivolgendosi agli abitanti futuri e spiega loro i suoi criteri urbanistici, i progetti sul loro lavoro, la loro vita e quella dei figli che verranno. Gli Statuti sono un testo letterario pieno di proposte concrete, in parte realizzate dagli architetti come si può vedere anche oggi, ma soprattutto ricco di idee e di immaginario.
È la stessa “energia utopica” che anima le Lettere accademiche di Antonio Genovesi quando insegnava economia politica a Napoli e con Ferdinando Galliani e Antonio Filangeri cercava di promuovere degli “studi utili” che servissero a rinnovare l’intera società.
Gli Statuti di San Leucio, sono scritti nello stile epistolare particolarmente adatto a comunicare sogni e progetti. Sono di forte intonazione dialettale e tono umoristico, comune in molta prosa d’intrattenimento, come di chi ha confidenza col destinatario, e scrive per i contemporanei nella lingua più facile per tutti.

Laura Schram  Pighi – (41 continua)

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