Faé Giovanni

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Giovanni Faé

Insegnante, operatore culturale, poeta, editore, amministratore, Giovanni Faé nacque a Sant’Andrea di Badia Calavena il 14 luglio 1921. Dopo il diploma magistrale, s’iscrisse alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere a Ca’ Foscari, a Venezia. Interruppe l’università a causa della guerra (e non si laureò più) e fu mandato, come sottotenente, a combattere in Jugoslavia; fu fatto prigioniero e deportato in Germania in un campo di concentramento da cui uscì alla fine del conflitto.
Nel piccolo centro, dov’era stato allievo, iniziò il suo insegnamento nella scuola elementare: fu l’impiego della sua vita, ma egli lo praticò in un modo che nessun altro – sino ad allora – aveva pensato di svolgere; la “Piccola Europa”, com’egli battezzò la scuola del paese natìo, gli dette modo di attuare – probabilmente primo in Italia – un metodo didattico altamente innovativo nel quale coinvolse i piccoli allievi che diventarono dei bravissimi grafici. Gianni Faé (com’egli si fece sempre chiamare e come firmò tutti i suoi scritti) era – sin da allora – attratto da tutto ciò che risultava non pedissequo: così insegnò ad utilizzare la stampa a mano per componimenti poetici; Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba – certamente per la prima volta nella loro vita – videro le loro poesie illustrate, tirate a stampa con una capacità grafica davvero impensabile. Tutti i grandi gli furono grati. Il 27 gennaio 1957 Quasimodo, a cui due anni dopo sarebbe stato conferito il premio Nobel per la Letteratura, si recò a Sant’Andrea per conoscere e ringraziare quei piccoli stampatori; Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere, fondatore della più intelligente rivista culturale dell’epoca, quale fu “Civiltà della macchine”, intrattenne con Faé una lunga corrispondenza e, sul primo numero del periodico, pubblicò un bellissimo saggio su quei giovani alunni. In quegli anni, tra il 1954 e il 1957, si accorsero di lui, del suo insegnamento e dei suoi allievi, la televisione, i giornali, molte rubriche che ritennero apertamente innovativo e senza dubbio di grande valore ciò ch’egli era venuto ad insegnare in un villaggio pressoché sperduto e, allora, assai al di fuori dei centri di comunicazione; nel 1956 egli pubblicò I bambini e i poeti, un libretto ch’ebbe immediata risonanza nazionale, con l’introduzione di Cesare Zavattini. Nello stesso tempo, da quella minuscola scuola usciva anche un giornalino, “Piccole Dolomiti” (1957-1960), dall’impaginazione modernissima stampato a caratteri mobili e messo ad asciugare con le mollette all’interno delle due aule del fabbricato dove venivano pubblicati scritti dei giovani alunni e di coloro ch’erano entrati in corrispondenza con loro. Dell’attività innovativa di quella scuola e del valore del suo maestro, ha dato splendida testimonianza un volume che riportava, pure, tutti i fascicoli della rivista scritta e illustrata dagli alunni (v. in Bibliografia). Nel 1956 uscì, in 120 esemplari – per la piccola casa di un grande tipografo veronese – I bambini e le macchine. Con una serie di incisioni originali degli alunni della scuola elementare di S. Andrea in provincia di Verona (Verona, Edizioni del Gatto [Franco Riva], capodanno 1956): opera, oggi, d’antiquariato prezioso. Due mesi prima (novembre 1955), gli scolari avevano inciso cinque raffinate cartelle da collezione (Novara, La Stella Alpina, 1955) dedicandole a cinque poeti contemporanei dei quali illustrarono cinque poesie: Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sinisgalli, Giuseppe Ungaretti.
Pubblicista dal 1950, Faé guardava anche al di là della scuola; si occupò della sua montagna nell’alta Val d’Illasi; presidente di organizzazioni locali, fece il sindaco di Badia Calavena per due mandati successivi (1956-1964 e, poi, 1973-1979): erano gli anni della nascita dell’industrializzazione, del lancio turistico della Lessinia; Faé fu il vero, grande rinnovatore del paese e di tutta la valle verso nord: la dotò d’industrie creando posti di lavoro, costruì scuole anche nelle frazioni, dette impulso per una nuova vitalità. Fu vice-presidente della Comunità Montana della Lessinia, componente del direttivo del Bacino Imbrifero Montano dell’Adige.
Nel 1963 si trasferì a Verona: per due anni continuò l’insegnamento a Sant’Andrea e poi, sino alla quiescenza, fu ad Avesa, un borgo cittadino ch’egli conosceva assai bene.
Gianni Faé era, comunque, un grande suscitatore di attività culturali; le sue collaborazioni giornalistiche, la direzione dell’inserto mensile “Montagna veronese” non lo distolsero mai dall’attività pubblicistica. Il suo nome, tuttavia, è legato a quasi tutti gli eventi culturali della città e della provincia. Nel 1968 divenne segretario – carica che mantenne sino alla cessazione nel 1982 – di “Vita Veronese”, la storica rivista che Gino Beltramini, suo grande amico (v. in questo Sito), aveva fondato nel 1948; egli successe, nella carica, a Mario Maimeri; nel medesimo anno dette vita, assieme a Carlo Nordera, a “Ljetzan-Giazza: rivista mensile di cultura e folklore”: tentò, in questo modo, di rilanciare gli studi sulla comunità cimbra veronese da molto tempo dimenticata; dissapori e dissidi gli fecero sciogliere il periodico da poco nato e fondare – dopo un anno di stasi – “Vita di Ljetzan-Giazza: trimestrale di cultura e folklore” nel 1970, divenuta “Vita di Giazza e di Roana” nel 1971 con Marco Scovazzi, glottologo e filologo insigne, che scomparve l’anno successivo; mutò nome alla rivista nel 1977 in “Terra cimbra” che diresse sino alla morte (e che poi continuò, sino al 1988, con la direzione di Giancarlo Volpato).
Nel 1972 venne inaugurato il Museo dei Cimbri “Mons. Giuseppe Cappelletti”, da lui voluto. Nel 1974 nacque il “Curatorium Cimbricum Veronense” del quale fu parte integrante, con incarichi sempre molto importanti: quale co-fondatore dello stesso, Faé si adoperò strenuamente affinché la minoranza “cimbra” potesse sempre godere di attenzione e assistenza economica.
Dagli anni Cinquanta, egli era andato pubblicando saggi storici e monografie sulla montagna veronese: ricostituì l’“Associazione dei trombini”, gli strumenti di difesa della comunità cimbra antica e ne pubblicò l’elegante, piccola monografia I tromboni di San Bartolomeo (1981). Il dialetto medio-alto-tedesco dell’alta Val d’Illasi, il suo folklore, le sue usanze, le sue storie costituirono grande attrattiva per Faé che ricercò, studiò e propose al pubblico.
Non aveva mai dimenticato la poesia: in italiano e in dialetto. Disciolto il “Cenacolo di poesia vernacolare veronese” nato nel 1948, il 21 gennaio 1976 fu costituito il “Cenacolo di poesia dialettale veronese” del quale fu presidente sino alla morte; nel 1970, sempre con Gino Beltramini, aveva cominciato l’attività editoriale con una piccola casa editrice (la “Corev”) che si distinse per l’attenzione a Verona e alla sua provincia (citiamo, quale sua opera personale, La montagna veronese nella poesia, 1973). Delle molte sue attenzioni alle bellezze veronesi, ci limitiamo a La Val d’Illasi, 1956, Badia Calavena, 1964, San Giorgio Valpolicella Ingannapoltron, 1982. Le sue composizioni poetiche furono davvero assai rilevanti: si leggano Ancora un giorno (Roma, Gastaldi, s.d.) e, soprattutto, El ciaro grando, uscito postumo (Verona, Della Scala, 1991). Faé si occupò anche di altri aspetti della sua montagna: fu il primo a fare un censimento dei parlanti cimbro a Giazza (riportandone i risultati) e si accinse pure a descrivere – cosa fino ad allora mai accaduta – i lavori artistici e artigianali. Non riuscì a pubblicare la ricerca che vide la luce, postuma anch’essa: Arte e artigianato nella Lessinia (1984).
Nel 1977 fece parte del comitato che gestì le onoranze e la mostra, a Tregnago, per il ventennale della scomparsa di Roberto Da Ronco, meglio noto come Berto da Cogόlo (v. questo Sito); è giusto sottolineare che egli fu in amicizia e si prodigò per molti artisti, poeti, persone di cultura che la città e la provincia avevano fatto conoscere.
Fu decorato con l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale e, poi, con quella di Commendatore della Repubblica.
Gianni Faé scomparve, per un male incurabile, a Verona, il 21 aprile 1983. Badia Calavena gli ha dedicato una via; al suo nome è, anche, il Museo dei Trombini di San Bortolo di Selva di Progno su cui la Comunità Montana della Lessinia ha posto una targa, onorando chi lo volle quand’era in vita.

Bibliografia: [Giancarlo Volpato], Gianni Faé (1921-1983), “Terra cimbra”, a. 15, 1984, n. 56-57, pp. 1-3; [Piero Piazzola], Dieci anni dopo: a Gianni Faé, alla memoria, “Cimbri-Tzimbar”, a. 4, 1993, n. 9, pp. 1-3; Giancarlo Volpato, Faé Giovanni, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G.F. Viviani, Verona 2006, pp. 335-336; Biagio Russo, Leonardo Sinisgalli e i bambini incisori. Storia di un torchio, di un maestro (Gianni Faé), di una scuola (Piccola Europa) e di un borgo (Sant’Andrea) negli anni Cinquanta, Montemurro (PZ), Fondazione Leonardo Sinisgalli, 2018; Francesca Cantone, I piccoli editori di Sant’Andrea: ai tempi di Don Milani la “tipografia” del maestro Faé, “Note mazziane”, a. 54, 2019, n. 1 (gen.-mar.), pp. 31-35; Clementina Presa, Il maestro Faé e i bambini incisori di Badia Calavena riscoperti in Basilicata, “Cimbri / Tzimbar: vita e cultura delle comunità cimbre”, XXXI (2019), n. 59, pp. 95-104.

Giancarlo Volpato

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