Belluzzo Giuseppe

… a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Giuseppe Belluzzo

Chi è Giuseppe Belluzzo,

Ingegnere, politico, Giuseppe Belluzzo nacque a Verona il 25 novembre 1876. Figlio di un cameriere del famoso caffè “Concordia” originario di Spinimbecco di Villabartolomea (VR), grazie ai sacrifici della famiglia, poté accedere agli studi. Ebbe Renato Simoni come compagno alle elementari e rimase orfano all’età di 15 anni. Aiutato da una sottoscrizione de “L’Arena”, proseguì gli studi e, con una borsa ministeriale, s’iscrisse al politecnico di Milano dove conseguì brillantemente la laurea in ingegneria meccanica. Divenuto assistente alla cattedra di Costruzioni di macchine, nel 1899 vinse un premio per uno studio sulle turbine idrauliche, settore nel quale egli diventerà uno scienziato, uno dei maggiori specialisti ed inventori. Pubblicò un trattato sulla sua invenzione e fu subito tradotto all’estero. Si dedicò alla libera professione e poi, nel 1910, diventò professore di Costruzione dei motori termici ed idraulici presso il Politecnico dove aveva studiato. Vi rimase sino al 1929. Nel 1913 ideò e sperimentò una geniale turbina a vapore per propulsione navale poi adottata anche dalle marinerie straniere.
Egli fu conquistato dai modelli americani del taylorismo e dell’organizzazione manageriale delle imprese. Vi era una forte corrente, in Italia, che auspicava l’adozione di queste idee le quali sarebbero state la base fondamentale per il potenziamento dell’apparato economico del paese. In tale modo, la grande impresa, la produzione in serie, le innovazioni tecnologiche, sarebbero divenuti altrettanti cardini di un sistema caratterizzato da una competizione oligopolistica fra grosse concentrazioni industriali-finanziarie operanti nei vari settori dell’attività manifatturiera. Belluzzo, che dirigeva alcune industrie, oltreché insegnare al Politecnico, fu uno dei primi importanti innovatori italiani in tale senso. Anche l’influenza di matrice liberistica prese molto vigore e fu il nerbo dei primi orientamenti economici delle idee fasciste.
Egli abbracciò la novità che, dopo la prima guerra, portò Mussolini. Deputato per il collegio di Verona nel 1924 (in quel periodo egli era anche presidente, dall’anno prima, dell’Ansaldo-Cogne, la massima industria del settore meccanico in Italia), nel 1925 divenne Ministro per l’Economia Nazionale: fu una carriera fulminante, ma l’intelligenza del professore e la sua poliedricità non passarono inosservate.
Nei quattro anni che rimase al dicastero (sino al 1928) Giuseppe Belluzzo adottò alcune misure a sostegno delle piccole imprese, ritenendo che – se aiutate nel campo dell’istruzione professionale e per un loro adeguato accesso al credito – avrebbero fortemente contribuito ad aumentare le esportazioni con determinati e specifici prodotti di qualità. Durante il suo mandato ministeriale, egli fece crescere appositi consorzi – che volle istituire nei vari comparti, dall’industria all’agricoltura, dal terziario all’approvvigionamento di risorse energetiche – che aiutarono a incrementare la produzione. Secondo le sue idee, poi, sarebbero scomparse le aziende che avrebbero prodotto a costi troppo elevati e che avrebbero, inesorabilmente, aiutato a fare crescere gli oligopoli (a cui egli, dopo l’iniziale accostamento positivo, fieramente si oppose).
Questo programma che, nelle intenzioni di Belluzzo, avrebbe conferito all’economia fascista un posto di prim’ordine all’insegna della scienza e della tecnica, risultò ben presto, prima ancora del devastante impatto della Grande Crisi del 1929, incompatibile con le tendenze monopolistiche dei maggiori gruppi d’interesse sia con gli obiettivi perseguiti dai fautori di un ordinamento corporativo integrale, quale mèta ed emblema della “rivoluzione fascista”.
Così, sull’onda dei “maggiori consiglieri”, Mussolini lo esonerò dal ministero nel luglio 1928 e il suo dicastero venne soppresso.
L’uomo, tuttavia, era troppo geniale per essere tenuto lontano e, quindi, il capo del governo affidò a Belluzzo il Ministero della Pubblica istruzione. All’inizio del 1929, il fascismo adottò la legge sul Libro unico (un unico testo per ciascuna classe delle scuole primarie italiane) sul quale il veronese non era particolarmente d’accordo. Nel settembre dello stesso anno, il professore si dimise dal suo nuovo incarico poiché non ce la faceva più a “sopportare le continue ingerenze”, tanto di Giovanni Gentile quanto del segretario del partito Augusto Turati.
La sua fama di scienziato aveva travalicato largamente – e da tempo – i confini nazionali ed egli andò a tenere conferenze, dibattiti, illustrare le novità della meccanica in vari paesi.
Lasciato libero da incarichi ministeriali, ch’egli non volle assolutamente più rivestire, pure occupandosi sempre dell’insegnamento (dal 1929, trasferitosi dal Politecnico milanese, Belluzzo era approdato all’università di Roma), rivestì importanti incarichi in enti pubblici, nel Consiglio nazionale delle Ricerche e in varie aziende private delle quali divenne un abile manager.
Nel 1934 fu nominato senatore; Mussolini stesso non lo volle più nel Governo né nel Gran Consiglio del fascismo: ciò gli evitò l’epurazione dall’Alta corte di giustizia dopo la seconda guerra.
Per meriti scientifici fu nominato Presidente del Reale Istituto lombardo di Scienze e Lettere, fu membro di Accademie, ivi compresa quella veronese.
Diede alle stampe un’ottantina di pubblicazioni, molte delle quali in lingua straniera. Inventò e brevettò una serie molto alta di macchine meccaniche ed idrauliche. Fu uomo attivissimo anche in tarda età. Si spense a Roma il 21 maggio 1952. Verona gli ha dedicato una via.

Bibliografia: Adelio Perini, “Villabartolomea: ambiente, territorio, vicende storiche”, Villabartolomea, Pro loco, 1994, pp. 311-312; Enzo Pozzato-Piero Melograni, “Belluzzo. Giuseppe”, in “Dizionario biografico degli Italiani”, Roma, Ist. Enc. It., 1966, v. 8, pp. 14-16; Michela Minesso, “Giuseppe Belluzzo: tecnico e politico nella storia d’Italia, 1876-1952”, Milano, F. Angeli, 2013.

Giancarlo Volpato

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