Baganzani Sandro

… a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Sandro Baganzani

Scrittore, insegnante, amministratore, Sandro Baganzani (non utilizzò mai il suo nome completo che era Alessandro) nacque in S. Maria in Organo l’8 febbraio 1889 da Antonio, impiegato presso il Monte dei Pegni e da Giuseppina Sorio, figlia di un noto pittore. Il padre possedeva una tenuta agricola con abitazioni rurali, barchesse e corti nella contrada di Turano e la proprietà si estendeva sino al colle di San Briccio, entrambe frazioni del comune di Lavagno: fu questo il luogo prediletto da Baganzani che lo eternò nelle sue pagine e lì vi trascorse i momenti più belli della sua vita. Dopo il Liceo classico, frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna attrattovi dalla presenza di Giovanni Pascoli con il quale si laureò nel 1911 e con cui, per breve tempo, collaborò. Entrò nei ruoli della scuola andando ad insegnare nel liceo di Rovigo: la vita gli fu prodiga di lontananze e di esilii poiché l’insegnamento fu la sua professione. Nel 1913 sposò Wanda Poli, una donna bellissima dalla tempra d’artista, che lo accompagnò ad Adernò (l’attuale Adrano) in provincia di Catania alle falde dell’Etna dove fu mandato nel locale liceo.
Dal matrimonio nacquero tre figli: Lyda, morta dopo nove mesi, ancora Lyda – che perpetuava nel nome la sorella scomparsa – e Aldo che verrà falcidiato, a diciotto mesi, dall’epidemia di spagnola nel 1918.
Nel 1916 Baganzani si arruolò, come volontario, nella grande guerra; chiese, ed ottenne, di entrare negli Alpini e fece il corso ufficiali a Caprino Veronese. Partì come sottotenente, andò a combattere sul Monte Grappa, fu promosso tenente, fu ferito ma guidò ugualmente i suoi soldati; condotto a Pergine per essere curato, dopo breve tempo chiese di ritornare in zona bellica. In un furioso assalto sugli altipiani d’Asiago, fu fatto prigioniero dagli austriaci, fu condotto a Mauthausen dove rimase in prigionia sino alla fine della guerra. Fu decorato con medaglia d’argento al valore militare. Baganzani riportò, della dolorosa esperienza della guerra, un ricordo sempre vivo. I suoi soldati furono gli amici più cari, quelli che tenne costantemente nel cuore e a cui dedicò delle bellissime pagine.
Ritornato dal conflitto, riprese ad insegnare a Rovigo dove sarà già nel 1919 per venire, l’anno successivo, quale professore nel Liceo-Ginnasio “S. Maffei” a Verona che l’aveva visto come studente.
Erano i tempi – quelli immediatamente successivi alla prima guerra mondiale – in cui a Verona rifulgeva un’attività culturale di prima grandezza: letterati, artisti (pittori, incisori, scultori) si trovavano in fervidi convivi: le cronache parlano di un mondo estremamente vivo e qui Baganzani trovò il suo calore. Uomo sostanzialmente riservato, ma attento e grande animatore, fu una delle menti più socialmente attratte dall’attività che “l’allegra brigata” (come si erano definiti i conviviali) sciorinava nella Verona di quegli anni.
Attratto – come accadde per molti giovani – dalle nuove idee del fascismo, vi aderì. Intanto coltivava il suo amore e la sua predisposizione per le belle lettere (pubblicava libri di poesie sia in dialetto sia in italiano) e nel 1921, con le xilografie di Felice Casorati, pubblicò un libro di favole per bambini: Lucciole, grilli e barbagianni. Novelle (Milano, Alpes).

Eletto nelle liste del comune di Verona, fu Assessore alla cultura dal 1926 al 1929. Nonostante l’adesione al partito di cui, in quel momento, era anche un esponente, Baganzani fu uomo assai libero nel pensiero e piuttosto incline ad una propria dirittura morale che non scendeva ad alcun compromesso. Divenne Direttore del giornale “L’Arena”, che – in quei mesi – acquistò un aspetto di libero pensiero e di grande cultura; ciò gli procurò, però, le ire del partito. Dopo un anno (1 febbraio 1929), un telegramma di Mussolini lo esautorava dall’incarico per la libertà con cui aveva ritenuto di agire. Dal 1929 al 1932 fu vice-presidente dell’Amministrazione provinciale con Luigi Messedaglia (v. questo Sito). Poi, lasciò definitivamente qualsiasi incarico di amministratore e non si dedicò più alla politica.
Giornalista molto noto per i suoi elzeviri di terza pagina, collaborava con molti fogli; il suo amico Lionello Fiumi (v. questo Sito) lo fece conoscere in Francia traducendo le sue poesie. Baganzani coltivava le amicizie dei letterati italiani con i quali era in corrispondenza, ma non disdegnava di fare presenti anche le sue differenze. Le sue opere risentirono dell’indole malinconica ch’egli portava sempre con sé.
La sua vita di ramingo della scuola lo portò a Rovereto a dirigere quel liceo e la sua presenza, inflessibile e legata ai doveri, gli procurò non pochi dispiaceri all’indomani della caduta del fascismo poiché egli – proprio grazie al suo carattere franco e lineare – non aveva fatto favori ad amici né aveva disonorato i nemici: e da entrambi fu attaccato. Il periodo della sua vita a Rovereto entrò fortemente nelle sue opere poetiche, nei suoi racconti.
Dalla cittadina trentina, fu trasferito a Rovigo proprio come Preside di quel liceo in cui aveva iniziato la sua professione di docente. Intanto egli andava pubblicando altre opere di poesia, ma scriveva anche commedie e racconti. Le commedie rimangono ancora inedite, mentre i secondi – da tutti ignorati sino a pochi anni fa – riportano Baganzani ad una dimensione sconosciuta come scrittore fino al 2011.
Per sfuggire probabilmente alle vendette, la moglie aveva provveduto a nascondere gli scritti del marito che poi, per ragioni sconosciute, giacquero insondati per mezzo secolo.
Sandro Baganzani, ogni qualvolta le occupazioni glielo permettevano, passava i suoi giorni a Turano di San Briccio, il “Belmonte”, com’egli lo definì, vivendo in felicità la vita agreste, fatta di piccole, grandi cose quotidiane come le passeggiate nei campi, i discorsi con i contadini, gli incontri casuali con la gente umile della quale egli si sentiva parte integrante. Si occupò, sempre, degli alpini: furono il suo mondo giovanile che gli impresse un marchio indelebile e a loro, come ai suoi bambini morti, l’uomo Baganzani e lo scrittore Baganzani dedicherà pagine commoventi. Dodici furono i suoi libri poetici, dei quali – da uomo molto semplice e attento alle cose più serene e importanti della vita – non si gloriò mai.
Trasferito a dirigere il liceo di Mantova, non poté iniziare l’anno scolastico nell’ottobre 1949 poiché un male violento ed incurabile lo uccise in fretta. Si spense a Verona, per un tumore al pancreas, il 28 gennaio 1950. Volle essere sepolto nel cimitero di Belmonte (il suo S. Briccio) con una semplice scritta: “Sandro Baganzani/alpino”. Verona e Lavagno gli hanno dedicato una via.
Come accadde per molti, anche per lui, dopo poco tempo in cui fiorirono scritti e ricordi, fu dimenticato: sino al 2011 quando avvenne la pubblicazione dei racconti.

Bibliografia: Lionello Fiumi, Il mio Sandro, in piedi, in Id., Li ho veduti così. Figure ed episodi nella Verona della mia adolescenza, Verona, Vita Veronese, 1952, pp. 41-48; Gilda Musa, La poesia di Sandro Baganzani, Milano, Scuola salesiana di stampa, 1951; Giancarlo Volpato, Uomini di Lavagno passati alla storia, in Lavagno: una comunità e un territorio attraverso i secoli, a cura di G. Volpato, Lavagno, Comune di Lavagno, 1988, pp. 298-304 e pp. 313-315; Giancarlo Volpato, Baganzani (Ales)Sandro, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G.F. Viviani, Verona 2006, pp. 56-58; tutta la bibliografia si trova, comunque, nel lungo saggio di Giancarlo Volpato, Alla riscoperta di un autore dimenticato, in S. Baganzani, La casa illuminata e altri racconti inediti, a cura di G. Volpato, Verona, Università degli Studi di Verona, 2011, pp. 7-40.

Giancarlo Volpato

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