Rensi Giuseppe

… a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Chi è Giuseppe Rensi,


Filosofo, nacque a Villafranca di Verona il 31 maggio 1871. Figlio di un medico e nipote di un ingegnere, visse in una famiglia dove la cultura e la scienza erano state connaturate alla discendenza. Frequentò il liceo classico e si laureò in giurisprudenza a Roma nel 1893. Esercitò la professione forense, ma senza particolare entusiasmo, appassionandosi invece alla filosofia e alla militanza politica, che esercitò a favore del partito socialista soprattutto con un’intensa attività pubblicistica. Per questo si trasferì a Milano, dove fu redattore di “Lotta di classe” e collaboratore alla “Critica sociale” di Filippo Turati.
Nel 1898, in seguito ai provvedimenti repressivi del governo, riparò in Svizzera dove ottenne la cittadinanza nel 1903. Lì si sposò, pubblicò il suo primo libro (“Gli antichi regimi e la democrazia diretta”) dove manifestava già chiaramente il suo impegno verso il pensiero filosofico-giuridico. Nel Canton Ticino, dove abitava, collaborò alle riviste culturali importanti del territorio. Qui nacquero le due figlie, una delle quali, Adalgisa, entrerà poi tra le Figlie di San Francesco di Sales. Ospitò Mussolini, all’epoca agitatore politico socialista. Nel 1908 rientrò a Verona, dove riaprì lo studio di avvocato e riprese le sue battaglie politiche; sostenne l’entrata in guerra in Libia nel 1911 e, qualche anno dopo, fu interventista nella prima guerra mondiale. Ormai aveva quasi dismesso l’attività forense e si era dedicato alla filosofia pubblicando saggi di notevole valore; per questo, si dedicò all’insegnamento universitario dapprima a Ferrara, dove ebbe la cattedra di filosofia del diritto, poi a Firenze per filosofia morale e dove rimase sino al 1916; passò a Messina ed infine a Genova, nel 1918, dove insegnò filosofia morale.
Alla nascita del fascismo, Rensi si schierò con Mussolini: allo stato forte aveva dedicato alcune sue opere filosofiche “Filosofia dell’autorità” (1921); poi, nel 1922, si pentì, mutò radicalmente idea, fu perseguito, ne pagò le conseguenze. Abbandonò anche il socialismo, fu di nuovo incline alle soluzioni forti ma si accorse che la realtà era ben diversa e si oppose violentemente al dispotismo di Mussolini. Nel 1925 sottoscrisse il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce e nel 1927 venne estromesso dall’insegnamento nell’ateneo di Genova. Tre anni dopo fu arrestato con la moglie e solo un abile stratagemma degli amici lo fece esentare dal carcere inducendo Mussolini stesso a revocare l’ordine. Ma Rensi non si piegò, non venne meno al suo giuramento personale di libertà: cosicché nel 1934 venne definitivamente allontanato dall’università poiché non volle sottoscrivere il giuramento al partito fascista. Fu comandato, da vigilato speciale, presso il centro bibliografico dell’ateneo genovese affinché attendesse alla compilazione della biografia ligure.
Continuò a vivere facendo il giornalista e scrivendo, tra Verona e Genova, ma eleggendo la città ligure come sua sede e continuando la sua attività filosofica e letteraria.
Il suo itinerario filosofico – ormai unico interesse della sua esistenza – fu assai difficile, per non dire complicato. All’inizio si era avvicinato al positivismo, ma poi emigrò abbracciando l’idealismo allora imperante: tuttavia, da questo, si discostò come pure dalle posizioni di Croce e Gentile; approdò ad una posizione di scetticismo pessimista che ebbe le sue basi anche nell’esperienza dolorosa della guerra. Ancora oggi Giuseppe Rensi, tra gli studiosi, è considerato l’uomo importante di queste posizioni: scrisse e pubblicò opere importanti dove il suo scetticismo appare netto.
Poi, piano a piano – ma la sua maturazione rimontava ancora agli anni giovanili – il suo pensiero si spostò su un misticismo spiritualistico che fu l’ultima grande conquista del suo filosofare. Egli era stato un ateista radicale e di questa posizione aveva tessuto l’apologia in opere rimaste celebri: l’aveva sostenuto fortemente soprattutto negli anni Trenta. Ma l’ultima fase del suo pensiero (bene espresso nelle “Lettere spirituali”, pubblicate postume) fu netta. Egli si era sempre definito uno “scettico credente”, ma nell’ultima sua opera – pure postuma – la “Morale come pazzia” – Rensi delineò una sorta di mistica dei valori ed un’etica concepita come l’azzardo dell’uomo che scommette sul bene in un universo cieco ed indifferente.
Le sue opere furono conosciute e il villafranchese ebbe chiari segni di accoglimento del suo lavoro; il quale, però, fu molto complicato e difficile, a volte non del tutto giustificabile dal punto di vista teoretico. E ciò, anche, per quel percorso problematico che l’investì durante tutta la sua vita. Ma il successo dei suoi libri fu indubbio e i suoi lettori furono molti di più di quanto non si potesse pensare. Ciò durante la sua vita poiché, poi, anche su di lui cadde la “damnatio memoriae” sino a qualche anno fa: quando il suo pensiero fu ripreso, ristudiato ed oggi Giuseppe Rensi sta godendo di un grande ritorno d’interesse.
Passò gli ultimi anni della sua vita a Genova. Lì fu ricoverato in ospedale il 9 febbraio 1941 mentre sulla città infuriavano i bombardamenti della flotta inglese: avrebbe dovuto subire un intervento chirurgico urgente, ma le sale operatorie furono distrutte. A Giuseppe Rensi, questo disagio costò la vita: si spense, infatti, nel capoluogo ligure il 14 febbraio 1941.

Bibliografia: la letteratura su di lui è sterminata. Ci limitiamo, perciò, a citare i due ultimi libri su di lui: Fabrizio Meroi, “Giuseppe Rensi: filosofia e religione nel primo Novecento”, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2009; Giovanni Coppolino Billé, “La ragione folle: lo scetticismo di Giuseppe Rensi”, Milano, Ghibli, 2012, Si veda anche il profilo di Emanuele Luciani, “Rensi Giuseppe”, in “Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX°)”, a cura di G. F. Viviani, Verona 2006, pp. 690-691.    

Giancarlo Volpato

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