Roveggio Antonio M.

… a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Antonio M. Roveggio

Ecclesiastico, missionario, Vescovo e Vicario apostolico dell’Africa Centrale, nacque a Porcetti, frazione di Cologna Veneta (VR) (dal 1924 diventata San Sebastiano) il 23 settembre 1858 da Giacomo e da Dorotea Cadore. Il padre era originario di Roncà (VR) da cui era venuto, per abitare nella bassa veronese, nel 1849. Figlio di contadini che, dalla frazione di Porcetti si erano trasferiti, poi, in quella di Sant’Andrea di Cologna Veneta, Antonio Roveggio studiò nel seminario vescovile di Vicenza (diocesi da cui Cologna dipende) e fu ordinato sacerdote il 29 marzo 1884 dal Beato Giovanni Antonio Farina. Maturò la vocazione alla missione in terra africana ancora durante gli studi liceali e, alla fine del 1884, entrò nell’Istituto missionario comboniano di Verona (la Congregazione dei Figli del Sacro Cuore di Gesù).
Dopo l’emissione dei voti alla fine del noviziato, il 2 dicembre 1887 salpò da Trieste, arrivò al Cairo dove aveva dovuto sconfinare la missione a causa della “guerra santa” intrapresa dal Mahdi che aveva distrutto le stazioni missionarie in Sudan e Nubia, facendo prigionieri padri, suore (le Pie Madri della Nigrizia) e fratelli.
Mons. Francesco Sogaro, già stimmatino e parroco di S. Giorgio in Braida di Verona, era diventato Vescovo e Vicario Apostolico dell’Africa Centrale, ma risiedeva egli pure al Cairo vista la situazione drammatica venutasi a creare. Tra le cose che fece dopo il suo arrivo in terra africana, Roveggio ebbe l’incarico di padre spirituale della comunità missionaria, ma – sin dall’inizio – si occupò molto dell’educazione dei bambini; alla metà del 1888 Mons. Sogaro fondò la colonia anti schiavista “Leone XIII” a Gezirah, un isolotto su un lembo del Nilo dopo averne acquistato il terreno: vi confluivano coloro che riuscivano a fuggire dal Sudan e molti furono riscattati dal loro regime di schiavi.
Roveggio diventò il responsabile della colonia nel dicembre 1890 e ne fu il cuore e la mente: istituì scuole per bambini e bambine, fece costruire un villaggio per le famiglie, aprì piccoli luoghi di lavori artigianali (calzolaio, sarto, fabbro, carpentiere), fece costruire una sufficiente centrale d’irrigazione, un piccolo mercato dove potevano confluire, altresì, i cairoti più benestanti per acquistare i prodotti della terra della Gezirah (allora, distava solo tre chilometri dalla città), si preoccupò di tenere le relazioni con personalità ed istituzioni europee che avessero a cuore l’azione missionaria; la fama della più celebre colonia antischiavista dell’epoca arrivò ben presto anche in Europa e Roveggio fu onorato della visita del vicerè dell’Egitto il quale, per esprimere la sua soddisfazione (qui trovavano posto cristiani e mussulmani) lasciò in dono un congruo apporto finanziario personale per le esigenze della colonia; ebbe la soddisfazione di accogliere l’Imperatrice Elisabetta d’Austria nel novembre 1891 (la celebre Sissi) alla quale la fanfara dei giovani neri tributò un lungo omaggio ed ella s’intrattenne a parlare con tutti: andò dalle suore per vedere le bambine di colore come venivano educate, si fermò nel villaggio degli indigeni e stette con loro un poco, visitò ogni cosa ed ogni luogo; portò il saluto dell’Imperatore che era il vero protettore della missione.
Roveggio si avvalse sempre e costantemente dell’aiuto delle Pie Madri per le quali ebbe un grande rispetto e una grande considerazione, di quello dei fratelli laici che l’aiutavano quotidianamente nei lavori; testimoni mussulmani, che furono nella colonia, attestarono l’estrema gentilezza e il grande rispetto per la dignità della persona che padre Roveggio nutrì e manifestò con tutti: il sabato passava a dare la paga settimanale affinché diventassero autonomi e cercando, in questo modo, d’infondere loro una forma di esistenza assolutamente ignota nelle tribù.
Le dimissioni di Mons. Francesco Sogaro avvenute su pressione di “Propaganda Fide” il 14 giugno 1894, aprirono un vuoto nella direzione del Vicariato il cui capoluogo – proprio per le difficoltà a causa della guerra mahdista – era stato spostato ad Assuan, nella parte più meridionale dell’Egitto. Fu alla Gezirah, l’8 febbraio 1895, che lo colse la notizia della sua nomina a Vicario Apostolico dell’Africa Centrale e quella di Vescovo.
Mons. Antonio M. Roveggio, fu consacrato nella cattedrale di Verona da Mons. Bartolomeo Bacilieri, coadiutore del Cardinale Luigi di Canossa, il 21 aprile 1895. Due giorni dopo una folla immensa assisté alla messa celebrata nella contrada Campanella di S. Andrea di Cologna (dov’era la casa paterna e dove, inferma, assistette la madre) e poi nel duomo della cittadina.
Roveggio andò a Vienna, a Parigi, a Lione, a Londra per perorare la causa della missione: fu un viaggio di animazione assai importante; andò a chiedere aiuto alla Vergine di Lourdes, al Sacro Cuore di Gesù voluto da S. Maria Alacocque a Paray-le-Monial. Il momento difficile delle lotte europee per la colonizzazione dell’Africa richiedevano attenzione e grande amore per la gente; poco diplomatico, scarsamente addestrato alle corti, Roveggio passò indenne attraverso tutte le “forche politiche”; riformò la missione: fondando chiese, stazioni missionarie, scuole in ogni luogo per tutti i bambini che vi avessero voluto andare, unendo i missionari religiosi e i secolari, gli italiani e i tedeschi; volle che le Pie Madri fossero parte integrante del lavoro, rimise a posto due ospedali e ne affidò le cure alle suore, chiamò dei medici italiani e austriaci, si indebitò (ma poi saldò sempre) per costruire edifici. Per meglio accostarsi alle sedi delle missioni, con i soldi arrivati dai numerosi religiosi europei e dalla raccolta della contessa Beata Maria Ledochowska (con la quale intrattenne corrispondenza e che egli andò a trovare in Austria), acquistò un grosso natante per solcare il Nilo, chiamato il Redemptor. Finalmente si riapriva in Sudan, dopo la sconfitta della Mahdìa nel 1898: il sogno di Roveggio si avverava.
Da Omdurman, la capitale del Sudan fu trasferita a Khartoum e Roveggio s’apprestò per andare a prendere il suo posto; ma volle andare a fare visita alle stazioni missionarie di Lul tra gli Shilluk (ch’egli aveva già fondato) e poi a Fort Berkeley, nel profondo sud al confine con l’Uganda: qui voleva aprirne una tra i Lotuko. Trovò opposizione dagli inglesi, i quali – all’epoca – non avevamo mai visto bene la presenza dei missionari cattolici in quella terra: e ciò nonostante le apparenze lasciassero trasparire, invece, qualche accondiscendenza. Roveggio era estremamente rispettoso dei padroni d’Oltre Manica, ma aveva bene capito (anche se, a volte, egli poteva apparire ingenuo) la situazione. Decise, quindi, di ritornare ad Assuan e occuparsene direttamente con Londra. Egli che aveva curato tutti i suoi confratelli, ammalatisi di malaria nel sud del Sudan, non volle prendersi cura di se stesso. Prese il treno per ritornare verso l’Egitto e durante il viaggio fu colto da un attacco di malaria cui non fu in grado di reagire: dalle testimonianze delle suore il suo fisico era chiaramente minato dalla malattia, ma neppure questo riuscì a fermarlo; morì, in poche ore, a Berber, nel Sudan prima che riuscissero a portarlo in ospedale: era il 2 maggio 1902 e non aveva ancora 43 anni e mezzo.
Consumò, così, la sua vita per la redenzione dei poveri, come aveva sempre desiderato e chiesto alla Madonna durante il pellegrinaggio a Lourdes
Nel 1904, il successore, Mons. Franz Xaver Geyer, fece trasportare i suoi resti da Berber ad Assuan: le foto dell’epoca riportano una folla interminabile sulle strade a salutare Abuna Antùn. Poi le spoglie di Mons. Antonio M. Roveggio arrivarono alla Casa Madre dei Comboniani in Verona per riposare accanto a quelle di San Daniele Comboni.
Cologna Veneta gli ha intestato il “Liceo scientifico statale” (con un busto posto all’ingresso) ed una via. La piazza centrale di Roncà portava il suo nome, che poi fu cambiato. Un suo ritratto e un busto si trovano nella chiesa di Helovan, in Egitto, che egli, anche con le sue mani, aveva fatto costruire su disegno di don Angelo Gottardi, architetto e sacerdote veronese (v. in questo Sito). La Chiesa lo venera come Servo di Dio e la causa di beatificazione è in corso.

Bibliografia: Tra la numerosa letteratura su di lui, presente in tutte le storie delle missioni comboniane, ci limitiamo a riportare: Lorenzo Gaiga, Missione senza sconti: Mons. Antonio M. Roveggio, missionario comboniano, vicario apostolico dell’Africa centrale, Verona, Iride, 2004; Mauro Bonato, Roveggio Antonio Maria, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G.F. Viviani, Verona 2006, pp. 719-720; Arnaldo Baritussio-Joaquim Valente da Cruz, Mons. Antonio Maria Roveggio missionario comboniano e Vicario Apostolico dell’Africa centrale, “La Mainarda”, Cologna Veneta, 7, 2010, pp. 56-69; A. M. Roveggio, Lettere 1878-1897, a cura di Joaquim Valente da Cruz e Livia Luverà, “Archivio comboniano”, 47-48, 2009-2010, pp. 1-355; Giancarlo Volpato, Antonio M. Roveggio: instancabile erede di Comboni (1858-1902), Verona, Casa Ed. Mazziana, 2015 (con 4 pagine dedicate alla bibliografia); Dario Cervato, Servo di Dio mons. Antonio Maria Roveggio, in Id., Verona agiografica. Dizionario storico dei santi, beati, venerabili e servi di Dio veronesi, Verona, Bonato ed., 2018, pp. 121-122.

Giancarlo Volpato

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