Zerbinati C. Umberto

… a cura di Giancarlo Volpato

Poesia

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Di C. Umberto Zerbinati, non esistono fotografie, questo è un suo dipinto

Poeta e incisore, nacque a Valeggio sul Mincio il 17 ottobre 1885. Dopo gli studi liceali, s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Bologna, ma l’abbandonò preferendo andare ad ascoltare i corsi di letteratura italiana tenuti da Giovanni Pascoli.
Assunto come impiegato presso il Comune di Verona – un mestiere che gli permetteva di vivere – egli entrò ben presto nell’agone letterario, nel circolo degli artisti scaligeri e fece parte di quella splendida stagione culturale che vide la città come uno dei luoghi privilegiati dell’arte nel senso più ampio della parola. Divenne sodale di Lionello Fiumi (v. questo Sito), di Sandro Baganzani (v. questo Sito), di Antonio Scolari, dei maggiori pittori che ammirò infinitamente e con i quali condivise serate, manifestazioni, incontri e luoghi: frequentò con amicizia fraterna Albano Vitturi, Eugenio Prati (v. questo Sito), Angelo Zamboni, Egidio Girelli, Pino Casarini, Guido Farina, Antonio Nardi, Guido Trentini.
Cominciò a pubblicare raccolte poetiche che lo portarono subito alla ribalta: la ricerca di una nuova forma di stilnovismo che declinava in alcune forme di classicismo carducciano (Dietro al filare, 1904; Ver canorum, 1909; Novilunio, 1910) fu abbandonata più tardi.
Nel 1914 diede vita a “La via lattea”, un esperimento che voleva essere geniale e che si rivelò di difficile e complessa attuazione: una quasi irreperibile rivista – che uscì con soli due numeri fra agosto e settembre – che fu, soprattutto, fatica personale assieme a Felice Casorati, Augusto Calabi e Pino Tedeschi: la straordinaria bellezza di essa fu riguardata, con occhi attenti, in tempi moderni, sia per le felici xilografie casoratiane sia per gli scritti di Zerbinati; era una rivista assai curata, con fascicoli a quaranta pagine in formato quadrotto, uscita per i tipi di Oreste Onestinghel. Qui egli occupò gli spazi poetici con liriche ispirate ad un simbolismo siderale che fece presagire i più interessanti esiti dell’Inno al cielo (1929) lodati da Lorenzo Montano e che sono stati considerati i suoi versi migliori preceduti da una bella raccolta del 1925, La cenere. La poesia di Zerbinati, in quegli anni, apparve costellata di quella “gioielleria parnassiana” che Corrado Covoni aveva inaugurato in Italia, ma non erano lontani gli echi di Guido Gozzano: ancora oggi appaiono versi ricchi di una liricità aerea, tutta luce e colori che esplodeva in sensazioni visive e sonorità dettate dalle impressioni.
Nel 1915 dette alle stampe una composizione in memoria di Jacopo Foroni, il valeggiano suo conterraneo, celebre musicista: ne cantò l’amore per il Mincio dove, certamente, il compositore si era fermato pensando e, forse, ispirandosi.
Tutte le attività culturali veronesi del primo dopoguerra lo videro parte attiva: fu presente in Gialloblù, una raccolta che comprendeva quasi tutte le voci scaligere, non mancò a nessuna importante manifestazione che la splendente stagione artistica metteva regolarmente in luce.
Già dal 1912 s’era trasferito a Mantova, ma il suo cuore batteva nella città scaligera.
Combatté nella prima guerra andando come alpino e poi come sottotenente pilota-aviatore sulle alture d’Albania; nel 1923 entrò come aiuto-bibliotecario alla Biblioteca Teresiana della città lombarda e vi rimase sino al 1937. Durante questo periodo non abbandonò mai la città sull’Adige, collaborando alla splendida rivista “Il Garda” (su cui pubblicò degli articoli poetici sul Benàco e sui suoi panorami) e ad altri periodici.
Poi, quando se ne andò dalla biblioteca (messo in quiescenza per infermità), sembrò mutare vita; abbandonò quasi del tutto la sua Verona e si dedicò ad un’altra attività artistica: smessi per un poco i panni del poeta, indossò quelli del calcografo: e fu geniale. “Sono venuto all’arte incisoria dalle lettere”, scrisse in un ricordo autobiografico. “Non ho avuto alcun maestro; lavoro d’istinto, non mi pongo assunti programmatici, non appartengo e non voglio appartenere a nessuna scuola” e concludeva con le parole di Paul Fort: “Travailler en troupe est indigne d’un poète” (“Lavorare insieme agli altri è indegno per un poeta”): si considerò sempre, quindi, un uomo di lettere, ma gli esiti raggiunti dall’incisione furono notevoli; egli riuscì, con gli acidi e con la punta metallica, a esprimere i valori più alti che il paesaggismo grafico mantovano aveva conosciuto.
Fu un grande sia per la qualità espressiva sia come artista figurativo cimentandosi sia nell’acquaforte sia nell’acquatinta sia in qualsiasi altra forma della calcografia. Tentò pure la scultura, ma lasciò avendo, probabilmente, compreso che la sua strada era quella grafica. Non fu molto ligio neppure alla tecnica pura poiché fu tra i primi a produrre puntesecche su lamina plastica trasparente ottenendo risultati spettacolari e raggiungendo un’ampia varietà di toni emozionanti. Partecipò a mostre importanti quali la XXIV Biennale di Venezia del 1948 e la Quadriennale d’Arte di Roma del 1951; disegnò ritratti – con segno facile e non senza ironia – guardando i volti di coloro che frequentavano la biblioteca Teresiana di Mantova quand’era responsabile della sala di consultazione e li arricchì di fantasiosa espressività pubblicando una quarantina di gustosi elzeviri su “La Gazzetta di Mantova” dal titolo Garofani: la base di essi era l’attenzione per la gente ch’egli coglieva – nel silenzio del suo spirito – guardandola e, come quasi sempre gli accadde, nel silenzio più assoluto. Dopo la seconda guerra pubblicò Il giardino di Alice: per il transito di un’anima (1947) e Riva del mondo (1957) dove – secondo i suoi critici – raggiunse un equilibrio artistico che metteva insieme la sua bravura artistica con l’espressione poetica corroborata da una capacità irripetibile di espressione. Il suo autodidattismo, sicuramente nato da attente osservazioni ma, soprattutto dalla capacità personale, lo aveva fatto conoscere: cosa di cui non si curava affatto.
A Mantova – dove viveva quasi costantemente solitario senza più partecipare al mondo dell’arte che tanto l’aveva inebriato in gioventù – si spense il 21 marzo 1974. Per molto tempo il suo nome venne quasi dimenticato eccetto qualche temporanea occasione. Nell’aprile 2011 a Suzzara (MN) si tenne una mostra delle sue incisioni e si lessero alcuni brani poetici, ma a Verona egli dimora pressoché dimenticato. Solo in tempi abbastanza recenti Valeggio sul Mincio – cui Umberto Zerbinati dedicò, nel 1898, un affettuoso e amoroso scritto – e la provincia mantovana sembrano ricordarsi di lui. Il comune natale gli ha dedicato un concorso di poesia.

Bibliografia: Lino Fraccalini, U. Zerbinati poeta e incisore, “Città di Mantova”, n. 46, 1970, pp. 15-21; Giovanni Centorbi, Due poeti scomparsi: ricordo di Fragiocondo e di U. Zerbinati,  “Vita veronese”, mar.-apr. 1974, pp. 88-91; Rino Casarin, Umberto Zerbinati, in Arte a Mantova 1900-1950, a cura di Zeno Birolli, Milano, Silvana, 1999, p. 205; Giancarlo Volpato, Zerbinati Carlo Umberto, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G. F. Viviani, Verona 2006, pp. 900-901; Giancarlo Volpato, Il bibliotecario dai bei libri: illustrazioni, dediche e altri elementi paratestuali nelle opere di C. Umberto Zerbinati, “Paratesto”, Roma-Pisa, 3, 2006, pp. 187-209; Claudia Zerbinati, Carlo Umberto Zerbinati, penna e bulino, “Il bulino: edizioni d’arte”, s. 3, a. 46, 2011, n. 132, pp. 125-152; Renzo Margonari, Umberto Zerbinati incisore mantovano, “Ibidem”, pp. 153-155.

Giancarlo Volpato

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