3. Della coltivazione de’ monti dell’abate Bartolomeo Lorenzi: L’abate Bartolomeo Lorenzi, prima parte

…a cura di Aldo Ridolfi

Poesia

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3. L’abate Bartolomeo Lorenzi, prima parte

È possibile trovare, frequentando gli “annali” che gli uomini hanno lasciato dietro di loro, corrispondenze curiose, analogie e differenze tra eventi che nulla o poco hanno di interrelazione. L’abate Bartolomeo Lorenzi, tanto per fare un esempio, condivide con George Washington l’anno di nascita, il 1732. Ma i due condividono anche qualcos’altro: il futuro primo presidente degli Stati Uniti si avvia già a 17 anni, siamo nel 1749, sulla strada dell’agronomia. E di agronomia, in qualche modo, si occupa anche l’abate Lorenzi con la sua opera più famosa, Della coltivazione de’ monti, come vedremo. Ma, per il resto, le loro vite seguono strade diverse, molto diverse. Mentre Bartolomeo Lorenzi è arguto conversatore, conosce perfettamente il latino ed è infarcito di cultura letteraria, Georges Washington non eccelle nell’eloquenza, possiede un’ortografia incerta, non s’intende di filosofia e di letteratura. Mentre l’abate frequenta i salotti letterari e viaggia nelle capitali europee, il futuro presidente è più pratico di cose militari e si trova a proprio agio tra i soldati e le campagne militari.
Le date, ben lontane dall’essere puro esercizio mnemonico, consentono non solo divertissement come quello appena descritto, ma mettono sulle tracce, suggeriscono, consentono di organizzare la nostra visione del passato. E allora, accanto al 1732, anno di nascita dell’abate Lorenzi, è utile ricordare la data della sua scomparsa, il 1822, come per Antonio Canova. In quell’anno nacque Heinrich Schliemann la cui vita occupa gran parte dell’Ottocento. In questo susseguirsi di eventi, in questa evoluzione di pensieri e di azioni, si dipana lentamente il gran nastro della storia. Un po’ quello che sottolinea, con la forza che gli è propria, Foscolo ne “I sepolcri” (apparsi nel 1807) quando scrive: «e l’uomo e le sue tombe / e l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo.»
E giusto nel 1823, Benedetto del Bene intesse un elogio per l’appena scomparso abate Lorenzi, lo legge all’Accademia d’Agricoltura, Commercio e Arti di Verona e lo dà alle stampe per Paolo Libanti nello stesso anno.
Parte da lontano Benedetto del Bene. Cosciente che i novant’anni dell’abate costituiscono un’età veneranda (in quegli anni lontani aveva superato di gran lunga l’età media), egli si sofferma a considerare gli innumerevoli ostacoli che impediscono alla generalità degli umani di vivere a lungo: la fortuna, la malvagità degli uomini, le malattie, i disastri e altro ancora. E degli anni ultimi della vita dell’abate entra pure nei particolari, cavandone un’immagine dolorosa, difficile, sofferente: «Le forze non bastano alle fatiche usate… scemasi il vigor delle membra, e quello altresì della mente… né più allettandosi delle occupazioni». E poi, a completare il quadro della miseria cui l’uomo sembra condannato, compare l’indebolimento fisico per cui «cessa per lui, miseramente ogni giocondità di vita».
E tuttavia, secondo del Bene, c’è una distinzione fondamentale da fare: un conto è la vecchiaia in chi «menò biasimevole vita» e un altro conto, invece, in chi «visse in frequente commercio con le lettere». Nel primo caso «si fa insopportabile la vecchiezza», nel secondo, invece, la veneranda età è proprio il momento in cui si coglie il frutto maturo della propria vita. È questo ultimo il caso, ovviamente, dell’abate Lorenzi, il quale «negli anni più tardi trova in questi esercizi tal pascolo d’ingegno che compensa la svogliatezza e la noja della vecchiaia». Dunque la «consumata vecchiezza dell’abate Lorenzi» ha da essere stata di sicuro felice. Ma la lode continua: in lui non venne mai meno l’amor degli studi, trovò sempre nei suoi pensieri e nei libri gradito trattenimento, continuò questo nobile esercizio fino alla fine della sua vita. Del Bene, per rendere con efficacia settecentesca questa idea, trasferisce l’immagine dalla letteratura alla musica ed ecco allora che Lorenzi perseverò fino alla fine «a toccar da maestro le corde della sua cetra poetica».
Dopo la lunga lode iniziale Bartolomeo del Bene, segretario dell’Accademia, ricostruisce la vicenda biografica dell’abate Lorenzi. Ma su questo scriveremo nella prossima puntata.

Nota. I virgolettati privi di indicazione, qui e nelle prossime due puntate, si riferiscono a Elogio dell’abate Bartolomeo Lorenzi letto all’Accademia d’Agricoltura Commercio ed Arti dal suo segretario Benedetto del Bene, Paolo Libanti 1823, reperito su Google libri.

 Aldo Ridolfi (continua)

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