La Giornata della memoria… “Sono stato a Mauthausen Gino Dal Bosco racconta la sua prigionia”… a cura di Giuseppe Corrà – RICORRENZE – 12

…a cura di Giuseppe Corrà

Aforismi penna

Nel Giorno del Ricordo, pubblichiamo questa intervista del 2006 di Giuseppe Corrà a Gino Dal Bosco di San Martino B.A. (VR), ora scomparso, che racconta i circa due anni che ha trascorso nel terribile campo di concentramento di Mauthausen

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Sono stato a Mauthausen

Gino Dal Bosco racconta la sua prigionia

Sono nato a San Martino Buon Albergo in provincia di Verona nel 1914. Nel 1934 sono partito per il servizio militare nel 3° Reggimento di Cavalleria con sede a Milano. Avrei dovuto rimanere sotto le armi per diciotto mesi. Invece, ci sono rimasto due anni perché nel frattempo era scoppiata la guerra in Abissinia.
Anche il mio Reggimento venne allertato: sembrava dovesse partire da un momento all’altro. Mentre eravamo radunati in piazza del duomo, il cardinale Schuster (pensare che volevano farlo santo!) ci disse: “Voi andate a civilizzare gli abissini”. Io non ero affatto d’accordo perché quella la ritenevo una guerra di aggressione. E, poi, come si può civilizzare un popolo con le armi?
Mentre ero sotto naja, avevo un ufficiale, un certo Giovanni Brambilla, che al posto di insegnare a me e ai miei compagni l’uso delle armi, ci istruì politicamente. Alla fine della guerra quel Brambilla divenne segretario della Camera del Lavoro di Milano. Da allora ho cominciato a capire qualcosa della politica seguendo la dottrina comunista.
Nel 1936 scoppiò la guerra civile in Spagna, ma venni lo stesso inviato in congedo e cominciai a lavorare nelle officine Galtarossa di Verona. Qui la mia istruzione politica si approfondì.
Nell’officina lavoravo in un reparto militarizzato che era ritenuto importante per lo sforzo bellico: forniva, infatti, l’acciaio necessario per la produzione di armi. Per questo motivo non venni arruolato quando l’Italia entrò in guerra a fianco dei Tedeschi.
Nel 1943, in un incidente di lavoro capitatomi in officina, ho perso una gamba. Oltre che alla Galtarossa la mia preparazione politica veniva rafforzata da una persona, di cui ora non ricordo il nome, che veniva da San Michele Extra a San Martino Buon Albergo per giocare alle bocce. Con sé portava sempre delle copie del giornale del Partito Comunista, L’Unità, che veniva diffuso clandestinamente. In quel periodo il giornale era composto di un’unica pagina.
Man mano che aumentava la mia preparazione politica incominciavo anche ad essere informato sull’organizzazione del Pci che, come tutti gli altri partiti, era fuori legge.

Per una qualche soffiata che ha denunciato la mia appartenenza e militanza nel Pci, sono stato arrestato a San Martino Buon Albergo dalla polizia fascista nel settembre del 1944. Ero accusato di essere un pericoloso sovversivo, un delinquente aderente ad un partito fuorilegge.
In un primo momento sono stato portato a Verona in un palazzo occupato dai tedeschi in Corso Porta Nuova (Palazzo Ina), vicino ad un negozio di fiori. Mia moglie, venuta a Verona in bicicletta per consegnare un cappotto confezionato dal sarto Dalla Riva di San Martino Buon Albergo al comandante tedesco di quella sede, chiese mie notizie affermando che ero suo cugino. L’ufficiale, attraverso l’interprete, le rispose che non mi conosceva perché, se ero lì, mi avevano portato le camice nere e non i tedeschi. Volle, comunque, informarsi e le fece sapere che ero partito per Bolzano il giorno prima.

Campo di Concentramento di Mauthausen

Ero stato caricato su di un camioncino e avviato a quel campo di smistamento assieme ad una famiglia di ebrei. Di essa non ho più saputo nulla una volta arrivato in città. Non so se anch’essa sia partita con me verso il Lager di Mathausen.
Nel campo di smistamento di Bolzano, dove comandava un bandito di cui non ricordo il nome (era Michael “Misha” Seifert), un ufficiale ucraino passato al servizio dei tedeschi, erano concentrati tutti i prigionieri catturati in Italia in attesa di essere avviati ai campi di lavoro o di sterminio della Gross Deutschland (la Grande Germania). Qui eravamo sistemati in baracche in attesa di essere inviati alla nostra destinazione appena che il campo si riempiva.
Chiuso in un carro bestiame, è iniziato il mio tragico viaggio verso l’inferno. Un viaggio che per molti, troppi dei miei compagni di sventura è stato di sola andata.
Il mio viaggio è avvenuto ai primi di ottobre, tre giorni dopo che ero arrivato al campo di smistamento di Bolzano. Quattro i vagoni blindati che portarono me e i miei compagni a destinazione dopo 72 ore di strada ferrata. In Austria, infatti, i treni non funzionavano bene a causa dei danni che i bombardamenti americani già avevano arrecato alla linea ferroviaria. Salisburgo, Linz (rasa al suolo dalle bombe), Mathausen: queste le tappe dell’orribile trasferta indegna anche per degli animali.
Al Lager sono arrivato il 3 o il 4 di ottobre e sono stato sistemato nel “campo russo”, il settore così chiamato perché, in un primo tempo, era occupato quasi solo da Russi. Più tardi sono arrivati prigionieri da tutte le parti dell’Europa.
Nel piazzale mi è stato ordinato di denudarmi completamente. Mi hanno tolto tutto quello che portavo con me e mi hanno consegnato solo una casacca a strisce che recava come contrassegno un triangolo rosso: il distintivo dei detenuti politici, i peggiori di tutti, i banditi del campo. “Tu italiano, tu criminale politico di qui uscirai solo attraverso di lì”. E’ stato questo il “benvenuto” di una guardia mentre mi indicava un camino da cui usciva un denso fumo nero che toglieva il respiro.
Nudo in quel piazzale è stata l’ultima volta che ho sentito pronunciare il mio nome e cognome. Da allora in poi sono diventato il bandito numero 110.454, numero che mi è stato marchiato sul braccio e che bisognava che ricordassi bene perché solo quello era il mio nome, la mia identità.
L’obiettivo di tutti i soprusi a cui sono stato sottoposto era molto chiaro: si voleva cancellare completamente la mia persona, la mia storia passata e non permettermi più di avere nessuna prospettiva per il futuro. Ero diventato e sarei stato per sempre solo un numero, neanche tanto importante, scritto sui registri del campo di Mauthausen.
Come numero 110.454 sono stato, più tardi, sistemato nella baracca 3 con detenuti provenienti dalla Francia, dall’Austria, dalla Polonia, da tutti i Paesi sottomessi ai tedeschi e dalla Russia: 115.000 furono i prigionieri russi morti a Mauthausen; gli ufficiali venivano eliminati immediatamente, gli altri erano trattati peggio di tutti i prigionieri.
La baracca era stata costruita per 150 prigionieri. Ma là, spesso, eravamo anche più di 300. Se abbandonavi il tuo posto anche solo per un attimo, rischiavi di non trovarlo più libero perché veniva subito occupato da un altro detenuto. Se uscivi dalla baracca per i tuoi bisogni e arrivava un nuovo gruppo, il tuo posto veniva occupato immediatamente e ti toccava cercarti una sistemazione nel corridoio senza pensare di poter litigare per difendere i tuoi “diritti” perché rischiavi di rimetterci la pelle prima del tempo.
Responsabile della mia baracca era un francese che nel campo faceva il barbiere. Ma apparteneva anche all’organizzazione clandestina esistente nel Lager. Sono venuto a saperlo quando è arrivato il mio turno di essere depilato: ti rasavano dovunque avessi dei peli! Durante quella operazione, mi ha chiesto in italiano se sapessi dove fosse arrivato l’esercito russo. Gli ho risposto che era già a Budapest e lui mi ha sussurrato: “Speriamo che faccia presto, che arrivi prima che ci abbiamo ammazzati tutti”. Questo colloquio avveniva tre ore dopo il mio arrivo al campo.
Nella baracca ho trovato posto accanto ad un detenuto che, prima del suo internamento, si chiamava Antonio Gigli ed era originario di Trieste.
Nel Lager tutti i prigionieri dovevano lavorare. Là a Mauthausen c’era quella tristemente famosa cava di pietra con quella interminabile, orrenda scalinata sulla quale o dalla quale molti sono andati incontro alla propria morte: quando non avevi più fiato per lavorare, ti davano una spinta e la tua ultima ora era arrivata.
Grazie alla mia mutilazione alla gamba non sono stato avviato alla cava di pietra ma venni adoperato per realizzare tappeti con strisce ricavate da cappotti in tela cerata. Il lavoro lo svolgevo al coperto, in una baracca adoperata come laboratorio. Il mio lavoro, a volte, durava anche 14 ore al giorno. Alcuni russi, invece, confezionavano maglioni di lana e fiori di carta.
Oltre alle baracche dormitorio e quelle in cui si lavorava, nel Lager c’erano anche quelle in cui andavamo a lavarci. Là, come tutti i detenuti, mi spogliavo nudo, mi lavavo, ma non avevo nulla con cui asciugarmi. Lo dovevo fare con la casacca che portavo. E c’era freddo visto che ho passato nel Lager proprio l’inverno e la neve è caduta abbondante fin dopo marzo.
L’unica fonte di caldo nella baracca erano i nostri corpi addossati gli uni agli altri. Nei cosiddetti “letti”, infatti, a volte eravamo anche in quattro prigionieri e per coprirci avevamo una sola coperta di quelle militari.
Ogni settimana arrivava la selezione, il “trasporto” come lo chiamavamo noi. Alla sera alle 11 arrivavano le SS con dei grossi cani lupo. Noi prigionieri eravamo radunati tutti nudi nel cortile del lager. Un ufficiale segnava con un gesso blu quelli che apparivano più malandati di salute. I selezionati subivano il “trasporto”: veniva detto loro che andavano a fare la doccia, mentre, in realtà, venivano avviati alle camere a gas per essere ammazzati. I cadaveri venivano, poi, bruciati nel forno crematorio: “Tu italiano, tu criminale politico di qui uscirai solo attraverso di lì”. Il lavoro veniva svolto dai prigionieri ebrei. Una crudeltà infinita impressa in me, che non genera odio, ma ribellione. Sì proprio come quella contenuta nella frase pronunciata da un soldato russo che ho trascritta: “Quando morirò e andrò davanti a Dio e Dio mi dovrà chiedere perdono in ginocchio per quanto ho patito”. Dovrà chiedere perdono anche a quel ragazzo triestino di 17 anni che non era perfettamente sano di mente, che qualsiasi cosa gli si chiedesse rispondeva sempre di essere “triestin” e che tutte le notti veniva selvaggiamente violentato dai comandanti del campo ricevendo in compenso un pezzo di pane?
Il lavoro al coperto nel laboratorio mi ha permesso di conservarmi in discreta forma e mi ha salvato la vita. L’alimentazione del campo era, infatti, assai scadente. La mattina portavano quello che chiamavano il “caffè”: una bevanda calda fatta con le foglie del tiglio. Ma, con i miei compagni, di prigionia la bevevo lo stesso perché era calda ed il freddo era tanto.
Nel campo era rinchiuso anche un certo professor Fassani che, in libertà, dirigeva l’Ospedale Maggiore di Milano. Era stato arrestato per sbaglio ma, anche quando se ne erano accorti, non lo hanno lasciato più andar via: conosceva troppo la vita e gli orrori di quel luogo. Il dottore era amico di un mio compagno di baracca, un certo ingegner Fezzani che in libertà lavorava alla Breda da cui uscivano anche delle armi destinate ai partigiani che operavano nelle valli verso la Svizzera. L’ingegnere era sospettato di essere uno degli organizzatori di quel traffico illegale.
Un capitano delle SS presente nel campo con la propria famiglia aveva una figlia di 13, 14 anni in pericolo di vita per peritonite acuta. Il professor Fassani la operò e riuscì a salvarla. Per questo poteva muoversi abbastanza liberamente all’interno del Lager rivestito di un camice bianco. Così veniva spesso nella mia baracca per portar da mangiare all’ingegner Fezzani. Qualcosa arrivava anche per me.
Ogni volta che veniva, il professore ci raccomandava di non bere l’acqua che usciva dai rubinetti del campo perché era infetta e provocava tremende dissenterie che portavano alla morte in brevissimo tempo.
La mattina, dunque, solo quel decotto caldo fatto con il tiglio e senza nulla di solido. A mezzogiorno ricevevo una gavetta di zuppa ottenuta con le rape gialle, di quelle che si danno ai porci. Puzzavano maledettamente quelle rape, ma la fame era tanta e non c’era altro da mangiare. Il “caffè” e la stramaledetta zuppa di rape gialle le potevamo bere e mangiare perché erano bollite e non provocavano dissenteria.
Alla sera mi davano un pezzo di pane che variava di spessore a seconda di quanto ne avevano a disposizione, cioè di quanto gli spagnoli, che erano addetti ai trasporti, riuscivano a portare al campo. Talvolta bisognava tirar cinghia ancor di più perché le provviste non riuscivano ad arrivare a causa dei bombardamenti americani che facevano tremare continuamente la terra.
Quei prigionieri spagnoli erano stati catturati in Francia durante il governo di “quel porco” di Leon Blum, che pur era un socialista. Erano fuggiti dalla Spagna per non cadere nelle mani del dittatore Franco e si erano rifugiati in Francia perché qui si ritenevano al sicuro. Ma vennero fatti catturare, consegnati ai Tedeschi e deportati nei lager nazisti.
In Spagna, a combattere dalla parte del governo socialista eletto legittimamente, c’erano anche tanti Italiani e tra di essi anche quell’Antonio Gigli da Trieste al quale io devo la mia salvezza. Egli apparteneva alle brigate internazionali accorse in Spagna a difendere il governo di sinistra contro l’aggressione squadrista di Franco e dei suoi alleati, Hitler e Mussolini.
Gli Spagnoli, dunque, a Mauthausen si occupavano dei servizi di rifornimento. Per questo uscivano dal campo. Andavano alla stazione ferroviaria per prendere quanto arrivava con i treni, portavano via i morti e si occupavano di altri lavori del genere.
Io, invece, continuavo la mia attività di fabbricante di tappeti. E questa è stata la mia fortuna perché occupato in quel lavoro c’era anche un certo Boldrini di Siena. Da giovane era stato inviato in Russia dal Partito Comunista con l’incarico di ispettore. Anche lui era stato arrestato in Spagna. Per questo nel campo era ritenuto uno spagnolo ed anche perché parlava correttamente quattro o cinque lingue, tra cui lo spagnolo. Era proprio lui il capo dell’organizzazione segreta nata tra i prigionieri all’interno del campo.
Un giorno, mentre i Tedeschi stavano ripiegando, portarono a Mauthausen 600, 700 ebrei di età compresa tra i 12 e i 16 anni. Il più in carne pesava solamente 20 chili. Di essi, al momento dell’arrivo degli americani al campo, erano ancora vivi solo una cinquantina. Con un ponte aereo vennero trasportati in Svizzera solo due ore più tardi.
Una notte d’improvviso ci fu un gran baccano: erano arrivati alcuni camion carichi di soldati delle SS accompagnati dai loro cani lupo. Urlando hanno svuotato le prime tre baracche da quanti già le occupavano. In esse furono ammassati 1.500 tedeschi della Werhmacht, soldati ed ufficiali che erano ammanettati con del filo di ferro. Dopo 8 giorni le SS sono tornate con i loro cani lupo, hanno spianato le mitragliatrici e li hanno massacrati tutti. Non so perché fossero stati portati nel campo, ma certo la ferocia dimostrata anche in quella occasione dalle SS è stata inaudita.
Il 30 marzo del 1945 era arrivato l’ordine da parte del comando tedesco di eliminare tutti i prigionieri e di distruggere gli incartamenti del campo perché i Russi stavano arrivando.
Una mattina, assieme ad Antonio Gigli, mi accorsi che nel Lager non c’era più neanche un russo e ci domandavamo il perché. Pensavamo che fossero stati traslocati in un’altra parte. Pensavamo che i tedeschi non volessero farli trovare dai loro compatrioti armati nelle disumane condizioni in cui erano costretti a vivere nel campo. Invece, li avevano massacrati tutti. Ma questo lo venni a sapere più tardi.
Quel giorno del 30 marzo tutti noi internati ancora superstiti siamo stati radunati nel cortile e smistati secondo l’appartenenza nazionale: i Francesi con i Francesi, gli Italiani con gli Italiani e così via. Ad un certo punto ho visto Boldrini venire verso di noi assieme ad un kapò, uno dei delinquenti comuni messi a comandare nel campo. Boldrini era arrivato ad un compromesso con lui per salvare qualche prigioniero. Si sono avvicinati a Gigli e gli dissero che, appena fosse stato chiamato, avrebbe dovuto uscire immediatamente dal gruppo. Poco dopo sono stati chiamati tre numeri: quello di una persona che ora non ricordo, so solo che era un liberale, quello di Boldrini e il mio. Subito siamo stati rimandati dentro la baracca. Gli altri sono spariti tutti.
Quelli che potevano salvarsi cercavano di farlo.
Prima della liberazione aerei americani hanno sorvolato ogni giorno il Lager e hanno lanciato dei manifestini che invitavano noi prigionieri a resistere perché i liberatori stavano per arrivare. Le guardie del campo ci tenevano confinati nelle baracche perché non li raccogliessimo. Ma le notizie circolavano lo stesso.
Anche questi fatti dimostrano che gli Americani erano perfettamente a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento. Tra l’altro Mauthausen aveva già una sua precisa storia: era stato costruito dai soldati italiani catturati dopo la disfatta di Caporetto (1917).
Nel Lager in cui ero rinchiuso giunsero per primi gli Americani: era il 5 maggio. I Tedeschi erano scappati il 25 o il 27 aprile. E, a guardia del campo, erano stati messi dei vecchi soldati austriaci. Me ne occorsi una mattina quando mi stavo recando a fare i miei bisogni. Il vecchio soldato che era di guardia mi ha buttato una mezza pagnotta e mi ha fatto intendere che la prigionia sarebbe finita presto.

Quando, finalmente, sono arrivati gli Americani, chi poteva andare a casa è partito subito. Ma non era facile saper dove andare in quella confusione generale e, soprattutto, in quelle precarie condizioni di salute in cui ci trovavamo.
Noi Italiani siamo stati fortunati perché nell’ex Lager venne installato subito l’Ospedale 140 per il bisogno estremo che c’era di curare i prigionieri, spesso ridotti a cadaveri ambulanti. A capo c’era un colonnello figlio di bolognesi emigrati in America. Per questo conosceva benissimo il dialetto bolognese. Quel comandante ci domandò se nessuno si interessasse di noi, se non venissero a prenderci? Ma chi doveva venirci a prendere?
Allora si è dato da fare lui stesso per farci rimpatriare. Ma lo stesso siamo rimasti nel campo fino ai primi giorni di giugno perché la linea ferroviaria tra Innsbruck e Bolzano era interrotta. Durante il periodo di permanenza forzata nel campo gli Americani ci nutrivano con quanto avevano a loro disposizione e ci proiettavano anche il cinema.

a cura di Giuseppe Corrà

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