Vitali Lebrecht Eugenia

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Eugenia Vitali Lebrecht

Saggista, conferenziera, emancipazionista, Eugenia Vitali nacque a Ferrara il 27 agosto 1856; i genitori, ebrei, Isaia e Rosina Pisa, erano negozianti e la figlia poté studiare, ma senza frequentare l’università. Donna molto attenta alla cultura e alle problematiche femminili, andò sposa a Guglielmo Lebrecht nel maggio 1880 e si trasferì a Verona: questa divenne la sua città e il luogo dove la sua abile e innata capacità intellettuale la mise ben presto in luce.
Moglie di un ebreo, ricco industriale e titolare delle Fornaci Laterizi Lebrecht, poi Fornaci Valdadige, abitava in un palazzo di stradone Maffei di proprietà del marito. Ebbe due figli: Raoul (che morì a 35 anni) e Ise Lebrecht (v. questo Sito), pittore e artista di buon livello. Zia del letterato Lorenzo Montano (pseudonimo di Danilo Lebrecht), divenne, ben presto, una fertile animatrice dell’alta società borghese scaligera.
Appassionata d’arte e di teatro, osservatrice attenta della contemporaneità, acuta polemista nonché instancabile conferenziera, ella s’impose ad un modello prettamente maschile sia a livello locale sia a quello nazionale. In tutto questo ella fu molto sostenuta – in modo diverso, ovviamente – dal marito il quale, industriale di successo, fece il politico amministrando il comune di San Michele Extra e facendo il consigliere comunale in quello di Verona: ma fu, anche, molto attento ai problemi della gente; socialista dell’area radicale, convinse i suoi dipendenti, nel 1904, a partecipare ad uno sciopero per il riconoscimento dei loro diritti in campo nazionale.
I Lebrecht avevano acquistato, nel 1881, la villa, a San Floriano di Valpolicella (opera dell’architetto Giacomo Franco), che portò il loro nome: ma fu chiamata “Villa Eugenia”, in onore della Vitali; la quale, in quel luogo, nel 1905 mise in scena l’Antigone di Sofocle, lodata da Gabriele D’Annunzio e, dopo il successo, l’Orestiade di Eschilo nella sua trilogia; assieme ai figli, Eugenia Vitali fu l’attrice che interpretò Antigone e poi Elettra e Cassandra affidando ad amiche le figure delle coefore: ne fu, anche, la regista. Ne parlarono i giornali, oltreché i letterati dell’epoca, soprattutto veronesi, e le famiglie nobiliari dell’alta società scaligera; tutte le donne interpreti erano di nazionalità ebraica: a questa acclarata e potente società ella non rinunciò mai. E, quasi certamente, il fare parte di una minoranza – non sempre e non da tutti accolta – la spinse verso una strada che diventò importantissima nella sua vita: quella dell’attenzione al genere femminile, certamente poco tenuto in considerazione. La questione dell’emancipazione delle donne – che aveva avuto un tentativo di apertura nel 1866 con il codice Pisanelli – era, nella realtà, una forma scritta sulla carta, ma assai spesso dimenticata.
Eugenia Vitali aveva, da anni, iniziato a collaborare a riviste prettamente femminili e che denunciavano la scarsa attenzione verso la realtà: scrisse su “La donna”, un periodico nato nel 1866, delle denunce molto nette e dei saggi altamente filosofico-sociali; a Verona, fu tra le prime socie di Pro donna (nata nel 1910) e dell’Associazione nazionale per la donna occupando incarichi in quest’ultima; nel 1907, le donne veronesi guadagnarono l’accesso alla Società Letteraria fino ad allora riservata esclusivamente al sesso maschile: ella fu tra le prime quattro che ebbero questo prestigio anche se, bisogna sottolineare che – per almeno alcuni decenni – ben poche di esse usufruirono realmente di tale possibilità. Un paio d’anni prima aveva dedicato un bel profilo a Cordelia (ps. di Virginia Tedeschi Treves: v. questo Sito) lodandone la forte attenzione alle donne e sottolineandone l’affermazione di un’educazione scientifica: unica e certa strada per la vera emancipazione.
Nel 1908, si tenne, a Roma, il primo Congresso del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (CNDI); Eugenia Vitali Lebrecht fu la relatrice ufficiale con una conferenza di una chiarezza estrema sul ruolo femminile: che doveva essere laico. Purtroppo, proprio in quell’occasione, il Consiglio Nazionale si scisse: si staccarono quelle cattoliche dando origine, nel 1910, all’Unione donne cattoliche italiane. Fermamente contraria a qualsiasi forma religiosa – che la Vitali attribuiva alla Chiesa quale “nemica” degli ebrei – ella si batté, sempre, per una forma che non avesse legami con ideologie e tanto meno con quelle di qualsiasi “credo”. Ritenne contraria alla libertà la religione nella scuola: pubblicò, nel 1908, Sulla coltura e sull’educazione morale, e, a seconda delle varie credenze, religiosa nella scuola. L’educazione confessionale era ben lontana dalle sue idee che si rifacevano all’ala materialista del positivismo legando le sue rivendicazioni alla mutata realtà economica e sociale: la nuova storia basata anche sull’industrializzazione, sull’urbanizzazione implicava un adeguamento della condizione della donna; auspicava un avvento di “donna nuova, scopo e fine a se stessa; una donna che diviene agente precipuo di dinamica sociale essendo madre cosciente educata alle esperienze della vita”; spese parole e scritti anche in favore del terzo sesso, non ravvisando, nell’amore lesbico, alcunché di sfavorevole. Eugenia Vitali Lebrecht si occupò di divorzio (escludendo che esso fosse solo un “istituto borghese”, come sosteneva l’alta società), della paternità cosciente (fu chiamata dal ministro di Grazia e Giustizia Vittorio Scialoja, nel 1910) e, prima fra le donne, pubblicò: La ricerca di paternità e Abbandonati legittimi e illegittimi (1908).
Era diventata molto nota in campo nazionale, ma la sua attività non era venuta meno nella sua Verona dove l’attenzione della “cόlta signora borghese” non aveva mai mancato. Appare giusto sottolineare che, nonostante ella facesse parte della cosiddetta buona società, la sua attenzione verso la donna fu totale: di qualsiasi censo essa fosse o in qualunque classe appartenesse.
L’avvento del fascismo non la colse impreparata. Fieramente avversa – come lo era stata per la guerra – non risparmiò nulla ai cosiddetti intellettuali del nuovo regime; prese posizione contro le idee di Giovanni Gentile con parole durissime, sposò quelle di Benedetto Croce contro il fascismo; sui fogli de “L’Adige”, tra l’altro di proprietà della famiglia Lebrecht, Eugenia Vitali scrisse molto su tutte le sue idee e sui suoi princìpi, distinguendo tra intelligenti e intellettuali: e gli uomini del regime facevano parte di quest’ultima separazione con tutte le disgrazie che, essendo carenti d’intelligenza, potevano commettere; tuttavia, non lesinò di occuparsi anche di critica letteraria della quale ella era assai ferrata: Anatole France e gli scrittori francesi, come quelli inglesi (Shelley e Byron, in particolare) ebbero buona attenzione (Eugenia conosceva perfettamente entrambe le lingue); molto poco sodale con l’artificiosità delle trame, la Vitali contrapponeva l’immediatezza della sensibilità percettiva e la capacità di comprendere e riprodurre la psicologia femminile; per queste ragioni, tra l’altro, ella amò molto l’opera di Henrik Ibsen quale padre della drammaturgia moderna.
Nel 1925 apparve, a Verona, “La Voce democratica” quale portavoce dell’Unione Nazionale democratica e portavoce del partito antifascista; ella fu una delle prime redattrici e si occupò della distensione e della riconciliazione internazionale occupandosi, pure, dei grandi che avevano dedicato la loro vita alle “buone cose” e anche all’emancipazione femminile, come James Ramsay Macdonald e Edouard Herriot. Fortemente nazionalista, giudicava oscurantista la politica della Chiesa.
Nel 1925, lei anticattolica, si occupò – parlandone con amore e forte attrazione – di Pier Giorgio Frassati che era morto, allora, appena ventiquattrenne: fu proclamato beato da san Giovanni Paolo II per la sua straordinaria bontà manifestata – uomo dell’alta società torinese – verso gli umili, i poveri, i sofferenti.
Fu una delle promotrici delle prime rappresentazioni al Teatro Romano. Inaugurò, con un discorso altamente “italiano”, la statua di Giosué Carducci a Madesimo, in Valchiavenna di Sondrio, dove il poeta era solito trascorrere le vacanze.
Eugenia Vitali Lebrecht scomparve a Verona il 24 dicembre 1930. Tre giorni dopo, il notaio apriva il suo testamento; da un anno era morto il marito, il figlio Raoul già da tempo: rimaneva Ise con la moglie. Quest’ultimo, che a causa della compagna (ma, forse, non solo) aveva reso difficile la vita della madre, si vide escluso dall’eredità eccetto la legittima: egli aveva già fatto causa a lei, l’anno precedente. Ella lasciò gran parte dei beni a favore di istituti culturali: alla Società Letteraria, tra queste, andò molto purché, a nome del figlio scomparso, fosse dedicata una sala: e ciò avvenne. Carteggi e altra documentazione andarono alla Biblioteca Civica. Buona parte dell’arte di casa Lebrecht prese la via del Museo di Castelvecchio; ma l’attenzione della cόlta signora borghese si diresse pure verso la Congregazione di Carità, verso la Pia opera di Misericordia e altri istituti di beneficenza. Il 26 settembre 2006, Villa Lebrecht di San Floriano divenne ufficialmente sede del Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie Vitivinicole ed Enologiche dell’Università di Verona: nel 2002 era stata acquistata da Cariverona e, poi, restaurata.
Antonio Mancini, pittore romano, nel 1893, la dipinse in un ritratto di singolare bellezza: il quadro si trova nella Galleria d’Arte Moderna di Verona. Oggi, il nome di Eugenia Vitali Lebrecht è stato riscoperto: per le sue premonitrici e feconde attenzioni al mondo che stava mutando. Le sue spoglie riposano nel cimitero ebraico di Borgo Venezia.

Bibliografia: Gli ebrei a Verona: presenza ed esclusione, a cura di Agata La Terza, Verona, Cierre, 1994; Paola Azzolini, Lebrecht Vitali Eugenia, in Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX), a cura di G.F. Viviani, Verona 2006, pp. 473-474; Elena Sodini, Eugenia Vitali Lebrecht: appunti per una biografia, in Storia della Società Letteraria di Verona tra Otto e Novecento, a cura di Gian Paolo Romagnani e Maurizio Zangarini, v. II: temi e protagonisti, Verona, Società Letteraria, 2007, pp. 137-160; Maria Teresa Sega, Progresso sociale ed emancipazione femminile: Eugenia Vitali Lebrecht nella Verona di primo Novecento, in Donne a Verona: una storia della città dal medioevo ad oggi, a cura di Paola Lanaro e Alison Smith, Sommacampagna, Cierre, 2012, pp. 297-311; Francesco Vecchiato, Eugenia Vitali Lebrecht, in Id., I Lebrecht, Verona, Università degli Studi, 2013, pp. 639-805; Giuseppe Conforti, Villa Franco-Lebrecht, in Id., Centootto ville della Valpolicella, Arbizzano di Negrar, Damolgraf Group, 2016, pp. 600-611.

Giancarlo Volpato

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