Bellomi Federico

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Federico Bellomi

Pittore, docente all’Accademia “G. Cignaroli”, Federico Bellomi nacque a Colognola ai Colli (VR) il 13 marzo 1928. Rimasto orfano di padre in tenerissima età, fino agli undici anni trascorse l’infanzia tra balie e collegio. Nel 1939 ritornò al paese e andò subito ad imparare l’arte dell’incisione e della pittura da Dante Broglio (v. questo Sito); tre anni dopo iniziò gli studi presso l’Accademia di Belle Arti “G. Cignaroli” dove ebbe come maestri Guido Trentini e Antonio Nardi per la pittura ed Egidio Girelli per la scultura: qui si distinse per le ottime qualità artistiche.
Le condizioni di estrema miseria della famiglia non gli consentirono di dedicarsi, come avrebbe desiderato, al grande amore della sua vita; fece il bracciante agricolo, il manovale dopo la scuola, il panettiere durante l’occupazione nazista. Proprio durante la guerra, quando portava il pane al comando della Wermacht insediatosi a Villa Fano di Colognola ai Colli, conobbe un interprete polacco: a lui insegnò il disegno e ricevette, in cambio, lezioni di francese.
Terminata la guerra Federico Bellomi si trasferì temporaneamente a Guidizzolo di Mantova per dipingere stoffe destinate all’alta moda: ma il lavoro durò poco. A Verona conobbe Pino Casarini, noto frescante (dal quale apprese la non facile arte dell’affresco) e lo aiutò a terminare le pareti di sala Boggian di Castelvecchio. Nel 1947 collaborò all’allestimento delle scene areniane per La Gioconda, al debutto di Maria Callas nell’anfiteatro. Da allora Bellomi dedicò tutto il tempo libero alle incisioni, alle sanguigne, agli affreschi, ai disegni ma lo affiancò con lo studio della letteratura, dei classici, della storia dell’arte.
A 21 anni, nel luglio 1949, emigrò in Francia: andò a lavorare come minatore nel bacino della Loira, vicino a Saint-Étienne; nel pozzo Couriot (che rimase nel suo cuore) passava dieci ore al giorno e, di notte, dopo essersi ripulito le mani incallite dal compressore, si dedicava alla sua passione. Rimase ferito in un crollo, dove amici e colleghi perdettero la vita commuovendo il mondo. Fu curato e fu, forse, la sua fortuna; un signore lo introdusse nella comunità cittadina e a Saint-Étienne dipinse delle sale al “Café de la Paix”, il più signorile del luogo; una tela, La bella Jolanda, fece il giro dei giornali e Bellomi non entrò più nelle miniere.
Ritornò in Italia nel 1952: l’attività di frescante lo tenne occupato in chiese e ville del Veneto. Frequentò assiduamente lo studio di Dante Broglio fino alla scomparsa di quest’ultimo. Intanto partecipava alle grandi mostre nazionali: Quadriennale di Torino, a Ravenna, alla prima Mostra Nazionale d’arte di Trieste dove le sue opere suscitarono grande interesse tra i critici. In quegli anni, i grandi maestri frescanti (Gian Battista Tiepolo e suo figlio Domenico, in particolare) divennero oggetto dei suoi studi. Fu questa forma d’arte – pressoché abbandonata dai suoi contemporanei – che lo lanciò nell’agone artistico: un ciclo di affreschi nella chiesa di Quaderni di Villafranca di Verona fu il suo primo, grande lavoro: Il convito di Levi e cinque affreschi di 45 mq sul soffitto del luogo sacro. Impiegò tre anni (1959-1962): le opere grandi di Federico Bellomi conosceranno sempre periodi rispettabili, ma i loro esiti cancelleranno i tempi impiegati a realizzarli.
Cominciarono gli impegni al di fuori del Veronese; una pala d’altare per la chiesa del Santo Spirito di Chioggia attirò l’attenzione dei giornali nazionali.
L’artista mise a frutto tutto ciò che aveva imparato: un bassorilievo in marmo per la chiesa di S. Martino a Peschiera del Garda, un’Ultima cena in bronzo per la Congregazione di S. Giovanni Calabria, un busto in bronzo del senatore Giovanni Uberti già sindaco di Verona, un bassorilievo in bronzo per il “Mericianum” di Desenzano del Garda. Illustrò copertine ed interni di libri, di riviste: ormai la sua mano e la sua mente avevano varcato i segni, per lui angusti allora, solamente della pittura.
Federico Bellomi – e questo è un pregio indiscutibile della sua arte – sentì sempre il forte richiamo dei Maestri del Rinascimento italiano e a loro s’ispirò sempre per le tecniche. Dobbiamo ricordare, nella lunghissima miriade dei suoi interventi, un’enorme Crocifissione (olio su tela) di grandi dimensioni, composizioni a tempera per chiese brasiliane, scenografie (sempre a tempera su tela) di spazi enormi, Cristi in bronzo, grandi vetrate istoriate (citiamo solo quelle della chiesa di Castel d’Azzano); da ricordare un’opera ad encausto (tecnica difficile e cara ai settecentisti) nella sede dei vigili del fuoco di Verona. Dedicò attenzione ai bisognosi: offrì la sua arte a Raoul Follerau nella giornata mondiale dei lebbrosi (nel 1966) e il grande uomo d’amore francese ne fece francobolli e cartoline per coloro che avessero voluto aiutare la sua opera di bene.
In quel tempo, Federico Bellomi dipinse Il pozzo Couriot dove aveva visto la morte vicino a sé. Acqueforti, acquetinte, incisioni, xilografie andarono dappertutto; fece mostre ovunque.
Nel 1973 divenne professore della prima cattedra di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Verona; presso la Casa Buoni Fanciulli di Don Calabria, insegnò modellazione, utilizzazione della ceramica, incisione. Si dedicò a ritratti, affrescò ancora chiese e ville private, scolpì marmi e bronzi (ricordiamo, almeno, perché legato alla sua terra, il busto di don Adolfo Scolari, già parroco di San Zeno di Colognola ai Colli); non trascurò l’opera a cavalletto “en plein air”, eseguì vetrate lavorate a piombo, polittici, continuò con la grafica in tutte le sue forme; fu chiamato all’estero (Francia, Belgio, Stati Uniti, Svizzera): ma la sua arte maggiore si esplicò nelle grandi tele e nelle pareti affrescate.
La straordinaria storia delle sue realizzazioni porterebbe a scrivere un libro tanto grande fu l’esuberanza delle sue prestazioni e la ricchezza delle forme con le quali portò a termine le opere che gli furono commissionate. La fama di Federico Bellomi andò estendendosi quasi a contrasto con l’estrema umiltà del suo vivere. Di tutto ciò che fece rimarrà memoria, però la sua gloria è legata a due straordinarie, ineguagliabili realizzazioni.
Nel 1984-85, presso l’Antica Locanda Mincio a Borghetto di Valeggio sul Mincio, dove aveva già eseguito nella sala dei velieri alcuni affreschi, egli dipinse il Polittico Bertaiola i cui temi sono: L’incontro di Attila con il Papa Leone Magno, Le vicende del fiume Mincio e, sulla parete opposta, Il mito di Margherita: Indro Montanelli fu il modello per la figura di Virgilio Marone. Se ne occuparono tutti e tre i canali della televisione italiana e un catalogo, in inglese, uscì nell’università di Santa Clara in California.
Più celebre ancora fu l’Arbor Redemptionis ovvero la Storia della Salvezza, una tempera in caseina lattica di 240 mq.: opera monumentale, terminata nel 2005, nella parete di un transetto della chiesa di Lugagnano di Sona. Si occuparono di essa tutte le televisioni; durante l’esecuzione, soprattutto dalla Francia – ma non solo – vennero allievi delle Accademie d’arte.  Alla sua inaugurazione fu presente tutto il mondo della cultura. Tra le moltissime bellezze di quest’opera (fatta secondo la tecnica michelangiolesca delle grandezze a seconda degli sguardi) vi fu il ritorno della caseina lattica come ingrediente fondamentale per la conservazione degli affreschi ch’egli aveva già usato sia a Borghetto sia in una tavola della Biblioteca Capitolare di Verona con un’eccellente Crocifissione.
Gli ultimi anni furono riempiti da un grave dolore familiare: ma la vita di Federico Bellomi, piena di pace e di amore, lo fece guardare con la serenità costante dei suoi giorni.
Egli se ne andò, a Verona, il 25 aprile 2010. Colognola ai Colli ha dedicato, al suo nome, l’anfiteatro nei pressi di Villa Fano.

Bibliografia: Arbor Redemptionis ovvero la Storia della Salvezza, il grande affresco di Federico Bellomi a Lugagnano, Verona, Edizioni il Baco da Seta, 2005; Lo sguardo di un pittore: appunti di bellezza, a cura di Patrizia Cerpelloni e Francesco Bellomi, Verona 2012; Federico Bellomi: terra d’ombra quanto basta: olî, tempere, guazzi, tecniche miste, a cura di Rodolfo Signorini, Colognola ai Colli, Comune, 2015; Anna Maria Prati, Colognola ai Colli: ricerca bibliografica, Colognola ai Colli, Comune di Colognola ai Colli-Biblioteca comunale, 2016, pp. 132-133; Federico Bellomi, La macia del vento: poesie e racconti di un pittore di Colognola ai Colli, a cura di Patrizia Cerpelloni, Sommacampagna, Cierre Grafica, 2017.

Giancarlo Volpato

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