Domaschi Giovanni

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Giovanni Domaschi

 

Chi è, Giovanni Domaschi,

Operaio, militante anarchico, protagonista della Resistenza, martire della libertà, Giovanni Domaschi nacque a Poiano Veronese, allora frazione del Comune di Quinto di Valpantena, il 30 dicembre 1891 da una famiglia contadina, poverissima. Per sfuggire alla fame, che mieté tre piccole vittime tra gli otto figli, il padre si trasferì a Verona nell’area industriale della stazione ferroviaria di Porta Vescovo. Giovanni aveva sette anni. A dieci, senza terminare le scuole elementari, cominciò a lavorare in una bottega di fabbro-ferraio per passare, poi, come operaio meccanico nelle officine ferroviarie.
A sedici anni entrò nel circolo giovanile socialista di Porto San Pancrazio per emigrare, poco dopo tramite il sindacalismo rivoluzionario, nell’anarchismo. Il clima arroventato della politica – non solo veronese – di quegli anni incitò senz’altro Giovanni Domaschi, spirito irrequieto e proteso solo ed esclusivamente al bene sociale per tutti, ad abbracciare sin da giovane soluzioni molto difficili e anche pericolose. Tutte le decisioni ch’egli prese nella vita non furono mai quelle delle “mezze misure” e pagò, sempre, di persona. Antimilitarista, si schierò apertamente contro l’intervento in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale; nel 1918 sposò Gioconda Prina da cui ebbe due figli e dalla quale, anni avanti, si staccò. L’avvento fascista vide Giovanni Domaschi schierato nel “Gruppo operaio comunista” di Veronetta già da un paio d’anni e qualcuno lo definì uno dei primi “protoarditi antifascisti”. Il 19 aprile 1921 venne arrestato in uno scontro con le squadracce di Mussolini. Iniziò, qui, la prima lunga detenzione che si protrasse sino al 18 luglio dell’anno successivo. Intanto, la Camera del Lavoro, ch’era stata la sede dei militanti comunisti e degli anarchici, era stata occupata dalla Casa del Fascio. Nel 1923 nacque il secondo figlio e fu la fine del suo legame matrimoniale che lo gettò nello sconforto mentr’egli era sorvegliato speciale.
Una svolta radicale nella ferocia della repressione fu conosciuta da Domaschi, come da moltissimi oppositori del regime, all’indomani del fallito attentato a Mussolini avvenuto a Bologna il 31 ottobre 1926. Il 5 novembre successivo, il governo istituì il confino di polizia per coloro che “avessero commesso o semplicemente manifestato di volere sovvertire gli ordinamenti politici e sociali dello Stato”. Così, il 13 novembre 1926, Giovanni Domaschi subì l’ennesimo fermo di polizia e sei giorni dopo gli venne comunicata l’assegnazione al confino per cinque anni. Fu l’inizio di una nuova, terribile fase della sua vita, “di un’odissea – come si legge nelle sue Memorie – lunga diciassette anni che lo portò a risiedere o a transitare, indesiderato ospite, in una quantità ragguardevole di luoghi di reclusione e confino sparsi in tutto il Paese”. La prima destinazione fu l’isola di Favignana, all’estremo ovest della Sicilia, dove erano confluiti quasi tutti i compagni veronesi, compreso Tullio Tomba, che poi sarà un futuro membro dell’Assemblea Costituente per la nuova Italia. L’anno successivo la colonia venne chiusa ed egli fu trasferito a Lipari. Il 29 dicembre del 1927, un telegramma l’avvertiva che la madre era morente. Ottenne una licenza e ritornò a Verona dove la trovò già defunta. Domaschi avrebbe potuto fuggire, ma si rifiutò, convinto come altri, che il fascismo stava per tramontare. Se ne pentirà amaramente e lo scrisse nelle sue Memorie.
A Lipari tentò di fuggire, travestendosi da prete, ma fu preso e portato a Milazzo, da dove fu trasferito al carcere di Regina Coeli a Roma per essere processato dal Tribunale speciale il 12 novembre 1928. Venne condannato a quindici anni di reclusione per l’attività sovversiva del gruppo anarchico di Verona. Destinato al penitenziario di Fossombrone, ritornò subito dopo a Milazzo da dove riuscì ad evadere e riportato a Fossombrone nelle Marche. Qui si rifiutò di fare benedire la sua cella da parte di un sacerdote e per questo subì un ulteriore anno di condanna. Fu mandato nel carcere di Piacenza nel 1932 e condivise, per quattro anni, la cella con Ernesto Rossi. Fu trasferito nella prigione di Ponza nel 1936 dove, tra gli altri, incontrò Sandro Pertini del quale rimase amico fraterno e sodale per tutto il resto della vita. I due misero a dura prova le guardie carcerarie inducendole a pesanti controlli e a turni asfissianti. Nel 1939 essi furono trasferiti a Ventotene: qui incontrarono nuovamente Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni: i tre che scrissero la carta da cui, più tardi, nascerà l’Unione Europea. Domaschi fu un personaggio importante in quella schiera d’intellettuali, egli che non aveva neppure terminato le scuole elementari: tutti gli furono compagni, sodali, amici fedelissimi; per tutti, il Nostro fu un saldo e fervido assertore di pace e feroce avversario di tutto ciò che negava la libertà dell’uomo.
Il 26 luglio 1943, giunta la notizia dell’arresto di Mussolini, su iniziativa di Pertini si formò un comitato che rappresentava tutte le correnti politiche presenti con l’intento di assumere il controllo dell’isola di Ventotene. Domaschi inviò un telegramma a Badoglio, nuovo Primo Ministro, perché tutti venissero liberati; ma agli anarchici fu negata questa possibilità. Se ne occupò, invano, anche Pertini: così il veronese e i suoi amici anarchici furono mandati nel campo di concentramento di Renicci d’Anghiari in provincia d’Arezzo. Da lì riuscirono a fuggire e Domaschi ritornò nella sua città natale subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Qui entrò a fare parte del CLN provinciale, con il nome di “Ciclo”, coordinato da Francesco Viviani del Partito d’Azione e composto da Giovanni Pollorini, liberale, da Vittore Bocchetta, indipendente, dal maresciallo Mario Ardu (v. questo Sito), oltreché da socialisti e comunisti. Il Nostro si gettò nella Resistenza con tutta la forza del suo spirito e non si negò a nessuno e a nessuna azione. Come aveva fatto durante le molte detenzioni carcerarie, Domaschi passava il poco tempo libero a redigere le sue Memorie.
Il suo arresto, quello definitivo, avvenne tra la seconda metà di giugno e il 2 luglio 1944, quando, trasferito nelle “casermette di Montorio”, subì dai fascisti torture violentissime. Le scrisse, dedicandole ai figli Anita e Armando perché “le raccolgano e servano a loro di incitamento all’amore e all’odio: amore verso gli oppressi, odio verso gli oppressori”. Il 25 agosto, assieme ad altri membri del CLN veronese, fu trasferito al campo di concentramento di Bolzano e il 5 settembre – in un carro bestiame con altri 433 prigionieri – fu inviato in quello famigerato di Flossenbürg nella Baviera occidentale: erano con lui, tra gli altri, Vittore Bocchetta, Mario Ardu ed Eugenio Pertini, fratello di Sandro. Immatricolato il 7 settembre 1944 con il n. 21762, rimase in quarantena. Destinato a Dachau con il n. 116381, classificato come “Schutz” (deportato per motivi di sicurezza), fu costretto a lavorare in una fabbrica bellica.
Si spense a Dachau, in uno dei peggiori luoghi che il mondo nazista avesse concepito, il 23 febbraio 1945, pochi giorni prima che le armate russe entrassero a liberare i sopravvissuti. Enrico Bellamio, internato comunista milanese, che trascorse con lui gli ultimi giorni, portò la ferale notizia ai figli.
Verona gli ha dedicato una via; dal 1999 esiste una biblioteca, con libri anarchici e legati alla ricerca della libertà, che porta il suo nome: dal 2014 è situata nel quartiere di Veronetta, poco lontano da Porta Vescovo. Le sue carte sono depositate all’Istituto Veronese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea e in Olanda presso l’“International Institute of Social History” di Amsterdam.

Bibliografia: Giovanni Domaschi, “Le mie prigioni e le mie evasioni. Memorie di un anarchico veronese dal carcere e dal confino fascista”, a cura di Andrea Dilemmi, Caselle di Sommacampagna, Cierre-Verona, Istituto Veronese per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea, 2007; Vittore Bocchetta, “Prima e dopo: <<Quadri>> 1918-1949”, Albaredo d’Adige, Tamellini ed., 2012; Daniele Bassi, “L’indimenticabile operaio veronese: la straordinaria vicenda politica e umana dell’anarchico Giovanni Domaschi”, in “Il Pensiero Mazziniano”, Modigliana (FC), a. 72, n.s., 2017, 1 (genn.-apr.), pp. 82-91.

Giancarlo Volpato

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