Gatti Clemente

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Clemente Gatti

Religioso missionario, martire della fede, Pietro Domenico Ernesto Gatti nacque il 16 febbraio 1880 a Caselle di Pressana, quasi all’estremo confine della provincia veronese. Frequentò le scuole elementari del comune di nascita e poi a Cologna Veneta. Nato in una famiglia assai religiosa, il piccolo Gatti entrò, a 11 anni, tra i postulanti francescani del convento di San Bernardino a Verona, poi indossò l’abito dei frati nel noviziato di Lonigo (VI) dove seguì gli studi ginnasiali e liceali. Tra i suoi insegnanti ebbe il francescano polacco Adriano Osmolowski, carismatica figura di uomo di fede esiliato, che forse lo aiutò nella sua vocazione missionaria. A San Francesco della Vigna, a Venezia, fece la prima professione di fede assumendo il nome di Clemente che gli rimarrà per tutto il resto della vita. Fu ordinato presbitero in Laterano nel 1904 e l’anno successivo ottenne la patente generale di lettore in Teologia.
Dotato di grande intelligenza e di bravura, fu destinato all’insegnamento dei giovani francescani, prima a Sassari, poi nell’isola di Malta, quindi in Ungheria nel 1913. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, padre Gatti rientrò in terra veneta, ma il conflitto lo richiamò in servizio come cappellano militare sul terribile fronte dell’Isonzo. In tale veste si distinse così tanto da meritare un encomio solenne nell’aprile 1917 e da essere insignito del Cavalierato della Corona d’Italia nel 1918.
Dopo la parentesi bellica, il francescano cominciò l’avanzamento nelle cariche dell’Ordine, da lui non volute né cercate, ma – grazie alle sue capacità e alla sua disponibilità spirituale – le accettò: divenne Ministro Provinciale della Provincia Veneta, poi Prefetto agli studi, indi Custode provinciale, riandò in Sardegna e poi fu nominato esaminatore e giudice sinodale. In tale veste figurò tra coloro che istruirono le pratiche per la santificazione di papa Pio X. Durante il suo provincialato, fu realizzata la sede del Probabandato di Sant’Antonio a Lonigo, destinato ad accogliere i giovani aspiranti alla vita francescana.
Docente per vocazione, chiese di andare ad insegnare teologia in Terra Santa, ma fu mandato, invece, in Ungheria a Gyöngyös nel 1937 per essere trasferito, l’anno successivo, a Hunedoara, allora nella Transilvania austro-ungarica e poi divenuta rumena, presso il chiericato della Provincia francescana: era la sede ufficiale dell’Ordine in quella terra.
Fu, questo, un trasferimento definitivo (se si eccettua il ritorno forzato al termine della vita) che vide padre Clemente occuparsi dell’insegnamento teologico (che fu la sua naturale aspirazione) ma anche, e soprattutto, degli emigrati italiani. Dalle sue lettere traspare la sua occupazione, non solo spirituale, dei molti italiani: falegnami, tagliapietre, muratori, boscaioli e talora commercianti quasi tutti d’origine veneta con qualche minoranza trentina. Per questa gente, lontana dalla terra natale, egli diventò il punto di riferimento: linguistico, burocratico, pastorale. A Bucarest, ma anche nella Transilvania, era piuttosto forte la fede greco-cattolica che risaliva al secolo diciottesimo. La capitale romena accolse molti stranieri e gli italiani fuggivano dal regime fascista tanto che nel 1924 era sorto l’Istituto Italiano di Cultura che diventerà molto più vigoroso durante il trentennio.
Padre Gatti capì subito l’importanza della sua missione e si legò con la diplomazia italiana allo scopo di venire in aiuto ai concittadini. Per questo suo disinteressato lavoro, la Legazione del Regno d’Italia a Bucarest lo nominò console onorario: e ciò gli permise di essere a fianco delle esigenze degli emigrati nello sbrigare le pratiche, nei problemi quotidiani, nelle non poche fasi burocratiche della vita. La sua presenza costante, sia come sacerdote celebrante sia come uomo si snodò – tra non poche difficoltà – tra 1938 e 1949.
Il mondo romeno e, quindi, degli italiani e di padre Gatti, aveva cominciato a mutare. Moltissimi emigrati rientrarono in patria, ma egli volle restare con quelli rimasti. Nel 1947 (era il 30 dicembre), re Michele era stato costretto a dimettersi e l’avvento del Partito comunista – oltre ad avere distrutto il Regno di Romania – fece cambiare totalmente la realtà. Nel 1949 la polizia occupò il convento di Hunedoara e tutti, chierici e religiosi, furono costretti ad andarsene: gli stranieri a casa loro, gli altri condotti ad Alba Iulia, lontano dalla capitale. Così avvenne anche per padre Clemente che si rifiutò, un’altra volta, di rientrare in Italia. Grazie alla diplomazia italiana fu richiamato a Bucarest dove sostituì il vescovo vicentino, Antonio Mantica, di là espulso perché accusato di cospirazione anticomunista; così egli diventò Rettore assumendo un incarico rischioso e delicatissimo. Cappellano della Legazione italiana, padre Gatti cominciò ad essere guardato a vista per presunte forme di cospirazione contro il regime. Intanto la Chiesa cattolica veniva decapitata con l’arresto dei vescovi sottoposti a torture ed angherie (due di essi morirono nelle carceri ed ora entrati nel processo di beatificazione). Già Pio XII aveva gettato la scomunica contro il partito comunista e questo non poteva certamente giovare ai rapporti.
L’attività di soccorso che il francescano non lesinava a nessuno era malvista dalle autorità e la polizia iniziò a pedinare il padre allo scopo di trovare un pretesto per la sua espulsione. Gatti sapeva di essere seguìto e non si sbilanciò mai politicamente; ciononostante subì un procedimento di immediato forzato rientro in Italia; la Legazione italiana premeva affinché egli prendesse, per il suo bene, la decisione di andarsene; ma così non avvenne perché egli si rifiutò adducendo la ragione che, senza di lui, nessuno avrebbe aiutato coloro che ne avevano bisogno. Il suo spirito missionario, la sua indole francescana prevalsero sul tornaconto personale anche se Gatti si rendeva conto che qualcosa avrebbe potuto succedergli. E così fu. Forse a causa di una delazione, ma nessuno è in grado di poterlo dimostrare, con una ragione assolutamente falsa (quella di essere un trafficante sotterraneo di valuta) il padre fu arrestato la notte dell’8 marzo 1951. Qualche giorno prima, in una lettera al Ministro generale dei Frati Minori, egli aveva subdorato questa nefanda possibilità. Dapprima detenuto nei sotterranei del Ministero degli Interni, nonostante le prese di posizione dell’ambasciata italiana, fu poi portato nelle carceri di Bucarest. Qui subì percosse, torture ed ogni sorta di violenze; tra gli imputati figuravano altri religiosi di nazionalità diverse (nello stesso luogo l’anno prima era stato mutilato e ucciso il vescovo greco-cattolico della capitale romena, Vasile Afteniei). Talmente violente furono le vessazioni sul corpo di padre Gatti ch’egli rimase paralizzato, psicologicamente turbato e in condizione quasi disperate.
La situazione clinica indusse l’ambasciata italiana a chiedere alle autorità il rimpatrio forzato. Il 14 aprile 1952 queste ultime lo liberarono; fu portato a Vienna: qui, i confratelli lo trovarono con gli arti parzialmente paralizzati, il femore fratturato, la colonna vertebrale compromessa, la lingua gonfiata artificialmente per non permettergli di parlare. Lo convinsero a ritornare in Italia per l’infermeria dei Frati Minori: vi arrivò, nel paese di Saccolongo, nel padovano: lì scomparve, poco dopo. Era il 6 giugno 1952 e le sue spoglie furono portate nel convento francescano di Barbarano Vicentino.
Nel 1954, appena due anni dopo, vennero intitolate alla sua memoria le scuole elementari di Pressana e, più tardi, una via a Caselle dov’era nato. Nel 2002 fu avviato l’iter della causa di beatificazione e nel 2009 ne fu riconosciuta la validità: ora è Servo di Dio. Sulla sua tomba sta scritto: “Padre Clemente Gatti, eroe della fede in Romania”.

Bibliografia: Candido M. Romeri, Un eroe della fede in Romania, Lonigo, Pia Opera dei Fratini di Sant’Antonio, 1957; Francesco Molinari, Padre Clemente Gatti: eroe della fede in Romania, Bucarest, U.C.E.R.E.C., 1999; Roberto Scagno-Paolo Tomasella-Corina Tucu, Veneti in Romania, Ravenna, Longo, 2008; Claudio Bratti, Padre Clemente Gatti, un francescano tra gli emigrati italiani di Romania, Bucarest, Istituto Italiano di Cultura, 2010; Guerrino Maccagnan, P. Clemente Gatti, confessore e martire della fede, “La Mainarda”, 10, 2013, pp. 71-76; Alberto Castaldini, Padre degli emigranti e fratello dei perseguitati. Il francescano Clemente Gatti (1880-1952), testimone della carità in Romania, “Atti e Memorie dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona”, vol. CLXXXVI (a.a. 2012-2013 e 2013-2014), Verona 2015, pp. 131-146.

Giancarlo Volpato

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