L’Alpino: “La casa illuminata – di Sandro Baganzani”… – 16

…a cura di Ilario Péraro

Alpini 2

Per le tue domande scrivi a: ilarioperaro@yahoo.it

L’autore del testo è Sandro Baganzani, ma è stato Giancarlo Volpato che l’ha scoperto e fatto pubblicare, mentre la presentazione la troviamo, a cura di Elisa Zoppei, all’indirizzo web: http://www.ilcondominionews.it/?p=2301 (articolo di indubbio interesse).

Alpini sulle vette

LA CASA ILLUMINATA

Vento e acqua! Veniva a scrosci, riempiva di rombi e di folate la cucina bassa, che si annuvolava di fumo cacciato giù dalla cappa del camino.
Intorno alla tavola, su cui troneggiava il fiasco, tra gli avanzi di una cena non lauta, ormai digerita, quella sera non si decidevano ad affrontare la scala di legno e il freddo umido delle lenzuola per andare a dormire.
– Chiudi la porta, accidenti!
– È la finestra che si apre!
L’alito della palude sembrava penetrare i muri, con il fruscio lamentoso delle canne disperate nella tormenta.
– Le anatre passano.
– Al diavolo anche le anatre. Dammene ancora un goccio.
– E chissà quando la finirà.
Ah, le nostre serate tranquille al caffè, tra due chiacchiere e il giornale! Come le rimpiangevamo, prigionieri volontari in mezzo alla valle nella casetta dei cacciatori, su cui s’avventavano tutte le furie di marzo scontroso! Beati i cani che ronfano, uno di qua e uno di là, sui sacchi di foglia sognando branchi di uccelli selvatici nel cielo mattutino.
In un canto, i nostri fucili inutili; in un altro, due folaghe con le ali rotte e il capo penzoloni.
E su tutto e in tutti quell’odore di palude, che impregna le vesti, che prende alle tempie e le fa martellare come per una febbre improvvisa.
– Bei matti, anche noialtri, con la nostra mania della caccia!
– Lor signori, sono troppo delicati, vedono -sorrise agrodolce il Guardia, levandosi di bocca la pipa con commiserazione.
– Che cosa ne sai tu, Guardia? -rimboccò Gigi Savi, che s’intravvedeva appena nell’angolo dentro la nebbia di fumo. “Che cosa ne sai tu?”
– Oh, scusino! Dicevo che a caccia se non c’è la “passione vera” è finita. Sempre non può andare dritta. “Consenteli? E loro i xe signori, come a dire non abituati agli strapazzi. “Consenteli?”
Il Savi scrollò la testa, con quel suo fare altero, che non ammetteva repliche.
– La guerra l’abbiamo fatta anche noi, Guardia! E tu sai cos’è stata la guerra.
La Guardia accennò di sì, sospirò, poi bevve d’un fiato il suo mezzo bicchiere, avvilito di non trovare altre parole che queste: – Già, è vero! Non ci pensavo! Alle volte si è distratti, consenteli?
Subito la parola ‘guerra’ mise un brivido di ricordo, in noi; memoria di altre notti all’agguato, sotto la neve e sotto la pioggia; memoria di altri tonfi sordi (valanghe, torrenti?) di altri scoppi improvvisi, di luci vaghe, silenziose, spettrali; ricordi di urli lontani (vento tra le canne o moribondi?); la parola ‘guerra’ entrò nella cucina desolata e la riempì tutta di sé, della vita d’allora.
– Quella notte sull’Ortigara …
– Quella mattina a Gorizia …
– Caporetto …
– Sì, disse Savi, te lo posso garantire, Guardia, che di nottate peggiori di questa ne ho passate all’aperto. E se non ci fosse stata una grande fede in Dio e nella Patria, mi sarei sparato, per finirla.
– Corpo, signor, lo credo.
– Una notte, ah, una notte … quando? … in ottobre, in novembre? Dove? Sul Tagliamento, verso il Piave? … una notte, dunque, quando da cinque sei sette giorni non si faceva che sparare sulle avanguardie nemiche e far saltare ponti e strade, in un delirio di venderla cara la nostra terra -e si indietreggiava, lentamente, disperatamente- una notte dopo avere perduto tre quarti dei miei soldati, moribondi di fatica, di fame, persuasi che ormai altro non restava che raggiungere il “grosso”, noi, “uomini di copertura” ricevemmo l’ordine di metterci in salvo, se ancora potevamo. La morte nel cuore, camminai diritto avanti a me, augurandomi che le acque del torrente mi travolgessero per non vedere altre miserie. Chi ha vissuto quel martirio m’intende. Ero sfinito; la febbre mi teneva in piedi e il resto faceva lo sforzo di volontà.
Savi tacque, passandosi un amano sui capelli. Nessuno parlò; riprese con un mezzo sorriso:
– Ah, quella notte vissi l’attimo di terrore più profondo che io abbia mai provato al fronte. Seguitemi nel mio cammino disperato. Vento, acqua, buio pesto; campi di qua, campi di là: deserti. Cassoni abbandonati, cavalli sventrati, camions, morti dentro ai fossi: ombre di casolari, ogni tanto, vuoti: le finestre, le porte spalancate erano in attesa del nemico. Un cane da pagliaio, ogni tanto abbaiava alle mie calcagna; e non un sorso d’acqua tiepida, non una fiamma per scaldarmi un poco, non una manata di paglia per buttarmi giù a riposare un’ora. Fuochi sì, ma distanti: d’incendio; acqua, sì, ma dal cielo: s’insinuava, diaccia, dentro al colletto del pastrano, giù giù per la schiena, cercava le scuciture delle scarpe per bagnare i piedi gonfi, si avventava sul viso, sgocciolava dalla visiera del berretto che s’incollava alle tempie sui capelli madidi. Un po’ di ristoro, capirete, era assolutamente necessario per stare in piedi, per non morire; ma nulla, nulla, nulla fuorché la campagna e i casolari vuoti e i cani randagi.
– Bevine un goccio, Savi!
Il Guardia gettò un’altra fascina di “canotti” sul fuoco, ravvivandoli con il fiato della sua bocca grande come una gora: e la cucina sparì nel fumo e fu piena di luce e di crepiti.
– Oh, continuò Savi, figuratevi, a un certo punto, la gioia di quel povero cane perseguitato, affamato, morto (come ero io), figuratevi la gioia a distinguere là in fondo, sulla stradale, “una casa illuminata”. Era un’illusione? Era realtà? Camminai, stropicciandomi gli occhi, verso la salvezza e tanta fu la gioia che, sì, mi venne in cuore -chissà da qual vento portata- la storia di Cappuccetto nel bosco e pensai ai parenti e mi grondò giù per le gote, con l’acqua, il più soave pianto di bimbo che si possa piangere. Strano, vero? E la casa diveniva sempre più vicina: ne distinguevo il cubo massiccio e le finestre luminose ad una ad una, dietro i ricami dei rami spogli del parco. Anche, distinguevo, un cantare confuso. Ma forse era il mio cervello che ronzava nel cranio, con un battere di mitragliatrice.
Giunsi, spossato, anelante, al cancello. Non c’era dubbio. Il fumo usciva dal tetto: la casa era “viva”. Suonai “disperatamente”. Uso questo avverbio e ne abuso perché è quel che ci vuole. L’uomo che venne ad aprirmi era vecchio e insignificante. Sembrava -me ne accorsi osservandolo al chiaro- quasi tagliato nel legno, tale era in lui l’assenza di ogni espressione: uno di quei fantocci primitivi che i nostri montanari scavano fuori dal ceppo di castagno a forza di scalpello per i presepi nelle serate di filò in stalla.
– Buon uomo, avete un po’ di latte? Un po’ di caffè caldo? Qualcosa?
Non rispose altro che allargando le braccia, come a dire: -Niente di niente!
– Come? Una fetta di polenta? Un pezzo di pane?
Nessun gesto espressivo.
Eppure, di là nelle stanze a terreno e nelle stanze superiori si distingueva un brusio di voci, uno scalpiccio leggero di festa.
Temetti di essere turlupinato.
– Brav’uomo, chiesi per la terza volta, volete darmi, allora, un angolo per riposare un istante accanto al fuoco? Non vedete che io grondo da capo a piedi?
L’uomo aprì le labbra come ad un sogghigno, senza rispondere.
– Ah, perdio –gli dissi, perdendo la pazienza- bada… E la mano corse alla fondina della pistola.
– L’uomo non mosse ciglio, ma trovò la voce: -Se crede, un posto vicino al fuoco ci sarà.
– Come, ci sarà? Ci deve essere!
– Forse.
– Forse? Ma di là sento voci di donne, di là sento ridere, di là c’è una bella fiammata. Aprimi, rinnegato!
L’uomo s’inchinò profondamente; sillabò con accento duro:
– Adagio, non bisogna spaventarli.
– Sono così terribile, forse, da spaventare il prossimo che ha una casa da ripararsi?
– No, ma …
– Annunciatemi, allora.
– A chi?
– Ai vostri padroni.
– Ai pazzi?
– Ai …?!
– Questo è un manicomio, io sono il custode. Signor ufficiale, sono partiti tutti, io sono rimasto. Ed ora se crede … s’accomodi. Li preparerò alla visita.

Soldato psichico

Feci un passo indietro, con un senso di terrore e mi si rizzarono i capelli mentre, nello stesso istante, un’ondata di musica mi percosse in pieno, dall’altra sala. Un fox-trot di moda. Il mio uomo sogghignava.
Meccanicamente arretrai di qualche passo. Dio! Dio! Dio!
Poi una donna cantò: quanno spunta la luna a Marechiaro (Bene! Bis! Bene!) tutti li pesci fanno all’amore (Bene! Bis! Bene!).
Mi sentii vile; raggiunsi la porta, attraversai fuggendo il cortile; mi cacciai -urlando di terrore- nella notte, perseguitato dalla musica, da quella voce, da quegli applausi, senza più sentir fame freddo e stanchezza, con la frenesia assurda che le finestre illuminate mi scovassero nel buio.
Raggiunsi le nostre avanguardie non so come, non so in quale stato. So, soltanto, che mi portarono all’ospedale da campo, con quaranta gradi di febbre e il delirio.
Savi tacque: le sue parole erano piombate con uno sgomento improvviso nella cucina dei cacciatori. Seguì un silenzio così profondo che si distinguevano, oltre il rombo della notte e il fischio della valle, le strida rauche dei selvatici. Il Guardia rabbrividì e Savi aggiunse, per primo, a mo’ di conclusione: – Vedi, Guardia, che di nottate di burrasca ce ne intendiamo un poco anche noi.

Ilario Péraro

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