Manzini Giuseppe

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Don Giuseppe Manzini grande
Chi è Giuseppe Manzini,

Benefattore, ecclesiastico, uomo attento al sociale, Giuseppe Manzini nacque il 9 maggio 1866 nel comune di Cadidavid (VR). Nell’ottobre del medesimo anno, il Veneto avrebbe lasciato l’Impero austro-ungarico per il Regno sabaudo. Venuto alla luce in una modesta famiglia della periferia, egli manifestò fin da piccolo l’attitudine alla pietà religiosa e all’interesse per i poveri. Studiò in seminario e venne ordinato sacerdote nel 1889.
La sua prima cura d’anima fu Casaleone e poi venne mandato a San Pietro di Legnago dove si occupò anche della cura delle anime dei malati di quel piccolo ospedale. La Bassa veronese – ma un po’ tutto l’ambiente agricolo e della manovalanza – versavano in una grande miseria: il giovane sacerdote fu partecipe di questa sorte e condivise la povertà quotidiana derivata, anche, da paghe assolutamente miserabili e dalla vessazione della fiscalità dello stato: erano gli anni in cui stava nascendo l’idea socialista e anarchica che don Manzini non condivise, ma che capì; fu, pure, testimone della “grande emigrazione” che portava giovani e famiglie all’estero.
Dotato di ottima e trascinante oratoria, egli tuonava sovente contro la ricchezza e il silenzio colpevole di chi possedeva e fingeva di non vedere, reclamava salari adeguati per i lavoranti e riprendeva con molta franchezza quei cattolici, pieni di potere e di denaro, ma insensibili alla voce del Vangelo. Cominciò così – e fu durante tutta la sua vita – l’ira dei potenti contro questo prete che aveva sposato la causa di chi non aveva.
Furono gli anni in cui molti cattolici si piegarono per davvero verso i più poveri. L’Opera dei Congressi, che si era occupata di loro, passò sotto la presidenza di Giovan Battista Paganuzzi, veneto e amico di Giuseppe Manzini; nel 1891 uscì l’enciclica di Leone XIII “Rerum novarum” che invitava religiosi e laici ad impegnarsi per la questione sociale. Erano nate le Casse rurali grazie anche, ma non solo, all’apporto di Friedrich W. Raiffeisen. Sostenuto da altri sacerdoti, don Manzini dette tutto se stesso a queste nuove organizzazioni pure non trascurando la parrocchia. Fu il vero fondatore delle Casse rurali a Verona e nel Veneto, fu sindaco (1896-1898) e consigliere (1900-1903) della Società cattolica di assicurazione. Tutto questo portò alla nascita e all’irrobustimento di cooperative che con la loro positiva azione determinarono un’inversione di tendenza rispetto alla tragica situazione in cui si erano trovati i ceti agricoli e le masse giornaliere in preda ad usurai di paese, di padroni senza scrupoli e di uno Stato presente solo quando si trattava di sottrarre i giovani alla famiglia con la leva obbligatoria e, per il resto, di gravare sulle povere economie con prelievi impositivi assai pesanti.
Nei quasi dieci anni nei quali don Giuseppe Manzini visse nella Bassa veronese si fece amica la classe rurale e nemica non poca parte della possidenza fondiaria e dell’imprenditorialità agraria. Nel clima pesante di fine secolo egli fu oggetto di denunce contro le leggi dello Stato, subì istruttorie ma fu sempre assolto: ed egli non si arrese mai. A sua insaputa il sacerdote divenne una figura conosciuta, ma la fama non lo riguardò.
Il cardinal Bacilieri, vescovo di Verona, nel 1902 lo richiamò quale “canonico teologo” della Cattedrale: questa nuova posizione non lo distolse affatto dalla sua attività; egli si legò al Movimento cristiano sociale che annoverava, oltre a Paganuzzi, Giuseppe Montini, Giuseppe Toniolo, Nicolò Rezzara, Giuseppe Tovini (poi divenuto beato) con i quali fu un fervido collaboratore. Furono gli anni in cui don Manzini si recava nelle parrocchie e i suoi discorsi vertevano sulla causa sociale, primaria lezione che dovevasi trarre dalle Sacre Scritture, dal Vangelo e dagli insegnamenti della Chiesa dei poveri. La sua figura, quindi, apparve la più giusta ogniqualvolta si cercò di promuovere benessere, di togliere sofferenze, di alleviare difficoltà, di mettere il popolo cristiano in condizioni morali e materiali più accettabili. Fu chiamato in molte località della Venezia Euganea e non solo; purtroppo sulla sua attività e sulla sua persona non vennero mai meno le critiche, gli odi, le meschinerie; ciò accadde anche da parte di uomini di Chiesa, come i potenti e terribili fratelli vicentini Andrea, Jacopo e Gottardo Scotton, revisionisti e retrogradi che lo accusarono di modernismo deferendolo al Papa. Buona parte dell’episcopato veneto si schierò in difesa di Giuseppe Manzini il quale, con compostezza ed equanimità, espresse al suo vescovo la possibilità di mettersi da parte. Lo stesso Pontefice intervenne in suo favore, ma tutto questo lasciò un segno molto pesante sulla sua vita. Ciononostante non demorse e la sua attività sociale non venne assolutamente meno.
In quegli anni – poco dopo l’infuocato primo dopoguerra – il sacerdote cadidavese divenne assistente generale della gioventù italiana di Azione Cattolica. Ebbe un’attività frenetica, aumentata alla morte del cardinale Bacilieri e con l’avvento del nuovo vescovo Girolamo Cardinale: venne nominato vicario generale della diocesi di Verona (1929), seguendone l’organizzazione in anni non facili e intervenendo allorquando affioravano problemi da sanare. Anche oberato da tanti impegni istituzionali, don Manzini non si negò mai alle organizzazioni che l’avevano visto fondatore, curatore, promulgatore e acceso difensore della questione sociale. Fu, persino, chiamato a commemorare Dante Alighieri a Ravenna in una delle ricorrenze del ricordo del poeta. La sua fama, la sua integrità, il suo prestigio di uomo retto, di sacerdote integerrimo non erano mai venute meno. Colpito da una paresi nel secondo dopoguerra, ebbe la tenacia di riprendersi, tanto che il vescovo lo pregò di restare al suo posto di vicario generale.
Don Giuseppe Manzini non ebbe mai, forse, il tempo per scrivere, ma molti suoi interventi furono raccolti dai giornali: più che uomo di penna, fu uomo d’azione. Dettò alcune belle prefazioni a lavori su sacerdoti veronesi importanti e sulla vita missionaria. Per molto tempo – anche oggi per qualcuno – egli fu un simbolo, un punto fisso di riferimento.
Monsignor Manzini scomparve, a Verona, all’età di novant’anni: era il 19 luglio 1956. L’anno dopo alcuni suoi scritti furono raccolti in una miscellanea. Verona gli ha dedicato una via. Il suo nome, la sua figura, la sua attività sociale trovarono e trovano spazio in tutte le storie sulle Casse rurali, sulle banche etiche, sugli avvenimenti legati al Movimento cristiano sociale italiano.

Bibliografia: moltissimi sono i riferimenti su di lui, ma ci limitiamo a segnalare: Giovanni Zalin, “Manzini Giuseppe”, in “Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1890, v. 3”, a cura di F. Traniello e G. Campanini, Casale Monferrato 1984, pp. 502-503; G. Zalin, “La società agraria veneta del secondo Ottocento. Possidenti e contadini nel sottosviluppo regionale”, Padova 1978, pp. 231-256; Giuseppe Turrini, “Monsignor Giuseppe Manzini”, Verona 1957; G. Zalin, “Manzini Giuseppe”, in “Dizionario biografico dei Veronesi (secolo XX°)”, a cura di G. F. Viviani, Verona 2006, pp. 505-507; Zeno Carra, “Monsignor Giuseppe Manzini (1866-1956): contributo per la riscoperta”, Verona 2010.

Giancarlo Volpato

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