Darra Vittorio Napoleone

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Chi è Vittorio Napoleone Darra,

Medico, militare, benefattore, Vittorio Napoleone Darra nacque a Valeggio sul Mincio (VR) il 24 settembre 1859 da un padre medico ed era il quarto di dodici figli. A dieci anni entrò nel Collegio Don Mazza di Verona da cui uscì, alla fine del liceo, per iscriversi alla Facoltà di Medicina dell’Università di Padova. Si laureò nel 1883 e fu subito chiamato alle armi entrando alla Scuola di sanità militare di Firenze. La sua inclinazione alla vita militare lo portò ad una brillante carriera. Prestò subito servizio, come sottotenente, in alcuni ospedali militari per andare, poi, alla Campagna d’Africa quale capitano medico: in quei mesi in Eritrea si combatté la battaglia di Adua (1896) tra le forze abissine e quelle italiane.
Ritornò al suo ruolo presso il 92° reggimento di fanteria e, allo scadere del secolo, morì il padre che l’aveva voluto chiamare con quel duplice nome, sperando nella rinascita delle glorie dell’Italia. Nel 1900 si unì in matrimonio con Milena Cantù dalla quale non ebbe figli.
Darra fu chiamato alla direzione di Sanità militare del V° Corpo d’Armata a Verona e vi rimase sino al 1915 quando, con il grado di tenente colonnello, fu nominato direttore dell’ospedale militare di Livorno: era il 1° maggio. Non fece in tempo ad ambientarsi perché fu immediatamente mobilitato nella grande guerra e inviato, nella II^ divisione di cavalleria, sul fronte orientale.
Qui Vittorio Darra passò i suoi giorni a curare i feriti durante le battaglie e gli sfondamenti nella zona dell’Isonzo e in quella terra martoriata dai morti e dalle avanzate nemiche. Egli portò, al di là della sua straordinaria bravura come chirurgo, la sua carità cristiana ch’egli professò sempre e rimase costantemente in mezzo ai soldati: egli sapeva che, oltre alle ferite del corpo, bisognava curare anche quelle dell’anima, della solitudine, della disperante incertezza del domani.
Nel 1917 Darra fu mandato a comandare, come colonnello, la Sanità del V° corpo d’armata nell’ospedale contumaciale di Padova. La città veneta era divenuta, in quell’epoca, un vasto centro ospedaliero con oltre 7.500 posti letto dove affluivano tutte le associazioni, tutte le organizzazioni che si occupavano della sanità. Fu un periodo terribile che Darra visse in prima persona. Dopo lo sfondamento di Caporetto (novembre 1917) toccò a lui – spesso in contrasto con gli ordini dei generali – pensare alla salvezza dei soldati feriti, di quelli intrasportabili. Il tragico ripiegamento delle armate italiane dopo la battaglia rimasta tristemente celebre obbligò tutta l’organizzazione padovana a ritirarsi: qui avevano confluito le infermerie e i piccoli ospedali da campo del territorio diventato zona del nemico austriaco. Spesso in netto contrasto con il generale Morino, comandante la Sanità militare e con il generale Luigi Capello, comandante della II^ armata (molto responsabile della disfatta di Caporetto) da cui Darra dipendeva, il colonnello medico veronese riuscì – non senza fatiche immani – a trasportare i feriti e i malati agli ospedali di Parma e Firenze allestendo 350 vagoni ferroviari con materiale sanitario, laboratori, gabinetto radiologico e batteriologico, stoviglieria, archivi e quanto altro necessario, compresi quattro carri attrezzati per il trasporto dei mutilati. Portò con sé un vagone intero di suore, religiosi e sacerdoti: per la cura del corpo e di quella dell’anima.
Un suo diario, del 1919, è fitto di note sulla situazione sanitaria di quel periodo. Darra non s’arrese mai poiché non trascurò assolutamente nessuno dei suoi malati. Nell’anno finale della guerra scoppiò l’epidemia di spagnola; ed egli curò tutti, anche i civili che ne avevano bisogno. Nel diario sopra accennato, sono segnate, come su uno specchio riflettente, le visite che non lesinò a nessuno sempre animato da quello spirito che fu l’anima pulsante della sua vita.
Terminato il conflitto, il medico-militare di Valeggio (paese che lo vide sempre presente allorquando possibile) proseguì la sua attività prestando la sua perizia a malati, feriti, prigionieri. Nel 1920 ritornò a Verona a dirigere la Sanità del corpo d’armata. Nel 1921 il Ministero della Guerra gli conferì la medaglia d’argento e fu la prima di una serie di altre onorificienze e di riconoscimenti per la sua opera indefessa e senza risparmio. Fu collocato a riposo nel 1925 e lasciò l’esercito, ma non la sua attività di medico che fece arrivare, in modo disinteressato, a chiunque avesse bisogno.
Ritornato a vivere nella sua terra, si spostò a Monzambano (MN) di cui divenne anche sindaco seppure per un tempo sostanzialmente breve. Nel 1931 perdette la moglie e questo luttuoso evento impresse la svolta decisiva alla sua vita.
Alla sua diletta Milena dedicò, sempre a Monzambano, un asilo infantile che volle gestito dalle suore Orsoline, una scuola di lavoro per ragazze, un teatro e un campo di calcio. Nello stesso tempo chiese ospitalità all’Istituto Don Nicola Mazza di Verona che l’aveva visto studente. Il generale Vittorio Napoleone Darra svestì definitivamente gli abiti del mondo, si fece Terziario francescano, ne volle indossare il saio. Lasciò all’Istituto che l’aveva accolto tutti i suoi beni e, ancora oggi, grazie a lui, si possono vedere le molte novità che seppe apportare: i cortili interni, tutto l’apparato ricettivo, i lunghi e accoglienti portici.
Qui si spense il 14 aprile 1934. Solo recentemente la sua figura e la sua nobile statura morale sono state oggetto d’indagine; tra le bellissime cose rinvenute, nelle stanze ch’egli occupò all’Istituto, vi fu una scatola contenente quasi trecento vetrini realizzati durante la Grande Guerra: grazie ad essi è uscito di recente uno splendido libro riportante buona parte delle fotografie di quell’immane conflitto. Vi si trovano pochissimi comandanti e tanti, tantissimi soldati.

Bibliografia: “Il generale Vittorio Napoleone Darra”, in “1916: l’Italia impara a fare la guerra: con 200 immagini della raccolta Darra”, a cura di Glauco Pretto e Domenico Romani, Verona, Casa editrice Mazziana, 2015, p. 15; Graziano Costa, “Vittorio Darra dopo Caporetto”, in “Note mazziane”, Verona, 50, 2015, 4, pp. 265-266.

Giancarlo Volpato

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