Ardu Mario

…a cura di Giancarlo VolpatoPoesia

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Mario Ardu

Militare, resistente, Mario Ardu nacque a Lanusei (Nuoro) il 4 dicembre 1905. Chiamato al servizio di leva nell’artiglieria pesante campale, nel 1924 pensò di raffermarsi per intraprendere la carriera militare e iniziò come allievo sottufficiale a Cagliari. Passò i gradi per essere nominato sergente e, quindi, sergente maggiore nel 1927. Ammesso alla ferma perpetua, frequentò la scuola militare. Per questa ragione fu inviato a Nettuno, dove esisteva la palestra di addestramento per l’artiglieria pesante. Terminata questa, nel 1934 fu mandato alla direzione di artiglieria di Verona, in quell’epoca sezione staccata di quella di Mantova.
Dopo la frequenza di un corso specialistico sulle munizioni a Piacenza, Mario Ardu fu assegnato al Terzo battaglione carri armati di Mantova con mansioni di guardamunizioni. Grazie a questa “specializzazione”, nel 1935 venne inviato a San Briccio di Lavagno (VR), quale sottoconsegnatario del deposito munizioni ed esplosivi del locale Forte il quale era stato eretto tra 1883 e 1887 sui resti della vecchia chiesa del paese che era stata, anche, il fulcro da cui nacque l’insediamento sulla collina. La costruzione aveva lo scopo di custodire, quale posto di retroguardia, il materiale bellico eventualmente necessario per qualsiasi eventualità ed essere pronto per il trasferimento dove sarebbe stato necessario. Come noto, ciò non avvenne quasi mai e il Forte rimase un deposito di volta in volta eventualmente rifornito di materiali.
Dal quell’anno il giovane sardo prese residenza a San Briccio e vi rimase sino al 1943. Sposatosi proprio in quell’epoca, ebbe due figli nel corso della sua breve vita.
Ardu passò gli otto anni al Forte svolgendo le mansioni di manutenzione del materiale bellico finché ne divenne il comandante essendo stato promosso maresciallo ordinario. Con questo grado, nel 1943 lasciò il colle di San Briccio per andare a comandare il deposito munizioni presente nella zona del Lazzaretto, alla periferia veronese, nei pressi di Porto San Pancrazio. Questo luogo, ch’era stato il rifugio dei malati nei secoli addietro, era diventato un altro posto di raccolta di materiale bellico eventualmente disponibile.
L’armistizio dell’8 settembre di quell’anno, colse Ardu – come tanti altri – piuttosto impreparati; molti, dopo qualche momento di riflessione, pensarono che sarebbe stato giusto scegliere da quale parte stare: se subire le vicende e restare inerti, se rimanere con il regime fascista e accettare l’invasione tedesca o se schierarsi con chi voleva la libertà.
Abbandonata la divisa militare, il 1° aprile 1944, Mario Ardu si arruolò nelle formazioni partigiane. La sua scelta fu, tra l’altro, piuttosto precisa; entrò nel 2° CLN veronese che raggruppava uomini che avevano sostanzialmente abbracciato ideologie politiche diverse; ma egli s’avvicinò alla nascente formazione d’ispirazione cristiana da cui poi sarebbe uscito il partito che avrebbe, in seguito, governato per tanti anni l’Italia. Questo Comitato di liberazione nazionale era guidato da Francesco Viviani del Partito d’Azione; uomo di straordinaria dirittura morale, alla sua attività di professore e letterato, Viviani aveva accoppiato quella di antifascista: per queste sue scelte aveva subìto violenze ed angherie e avrebbe pagato con la morte a Buchenwald la sua attività di uomo libero.
Mario Ardu entrò, così, nell’organizzazione della resistenza veronese e si premurò di rifornire di armi e munizioni gli aderenti che combattevano. In un’azione di sabotaggio affinché il deposito del Lazzaretto non cadesse in mani nemiche, egli fu arrestato: era il 19 luglio 1944. Fu, dapprima, incarcerato agli Scalzi (la prigione dove finirono molti resistenti, oltre a Galeazzo Ciano), quindi fu deportato nel campo di concentramento di Bolzano da dove, il 5 settembre, con altri 434, fu avviato a quello di Flossenbürg in Germania. Da qui fu spostato a Hersbruck, nel nord-est della Baviera, dipendente dal primo famigerato lager nazista, ma peggiore di quello: qui, spesso, venivano effettuati esperimenti su corpi umani. Come altri, anche il sardo-veronese fu sottoposto a tormenti e violenze oltreché diventare cavia. In questo campo, quando ormai la sua sorte era già segnata, fu riconosciuto da Vittore Bocchetta, che così descrisse gli ultimi attimi: “Mario, Mario Ardu, guardami che cosa succede? Ardu? È appoggiato a un castello, non mi sente, non mi riconosce, non è in sé, poi mi rendo conto dell’esperimento: ha una gamba scuoiata, gli è stata tagliata la pelle del polpaccio fino alla caviglia… Ad un tratto il poveretto rompe in urla sconnesse e cerca di muoversi, cade, grida parole gutturali e incomprensibili. Cerco di sorreggerlo e lo chiamo con tenerezza, ma il volto ha perso ogni espressione (ricordo che parlava con gli occhi). Di schianto, smette di gridare, si affloscia inerte, muore”. Era il 2 dicembre 1944.
Il suo nome – come quello di tante figure nobili della triste esperienza dell’ultima parte della seconda guerra – scomparve in fretta. Solo più tardi, nel 1949, Ardu fu insignito della riconoscenza di “partigiano combattente” e onorato con la medaglia d’argento. Poi la damnatio memoriae si appropriò anche di lui. Ultimamente la sua figura ha goduto del ricordo da parte di alcune associazioni.

Bibliografia: Vittore Bocchetta, ’40-’45: quinquennio infame, Melegnano (Mi), Montedit, 1995, pp. 143-144; Dario Venegoni, Uomini, donne e bambini nel lager di Bolzano: una tragedia italiana in 7982 storie individuali, Milano, Mimesis, 2005, p. 58; Giuseppe Corrà-Renzo Zerbato, All’ombra del forte. San Briccio: fatti, storie e racconti, Lavagno, Comune di Lavagno, 2012, pp. 74-76; Annalisa Atzori, Ricordando il Maresciallo Mario Ardu, morto per l’Italia libera, in “Tottus in Pari”, giornale sardo online, 2013, nn. 449, 451, 453.

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Questa Biografia curata da Giancarlo Volpato, è stata suggerita da Giuseppe Corrà, di Vago di Lavagno (VR).

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Giancarlo Volpato

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